Diventare Danjūrō in Shumei di Takashi Miike | Venezia 83
In Shumei – The living legacy of kabuki, l’interesse di Takashi Miike sembra quello di voler fare comprendere allo spettatore cosa significhi vivere all’interno di una tradizione. Via inutili didascalismi di sorta quindi, così come anche un approccio didattico alla materia trattata. Il documentario di Miike parte invece da un evento molto concreto: Ichikawa Danjūrō XIII deve ereditare un nome che appartiene da generazioni alla storia del Kabuki. Ma portare quel nome significa assumere una responsabilità, inserirsi all’interno di una genealogia e diventare il nuovo corpo attraverso il quale una forma artistica antichissima può continuare a esistere. È per questo che il vero argomento di Shumei, più ancora del Kabuki, è la trasmissione.
Miike, nel voler spiegare questa eredità, più che affidarsi a interviste o ricostruzioni storiche, sfrutta i corpi: il Kabuki viene raccontato attraverso i volti, le voci, le posture e i movimenti degli attori che ne fanno o ne hanno fatto parte. Miike insiste sui loro primi piani, e prolunga in maniera piuttosto inedita le inquadrature, osservando le espressioni a tal punto da permetterci di coglierne finanche sforzo. Il volto diviene il luogo nel quale una tecnica sedimentata nei secoli deve essere nuovamente prodotta, mentre la voce è qualcosa che deve piegarsi a una precisa forma espressiva. Lo stesso dicasi per una posizione del corpo, un movimento delle mani, o per il modo di occupare il palcoscenico.

Miike, quando ci ha permesso di comprendere ciò che stiamo guardando, evita di interrompere l’inquadratura e attende, ci costringe a guardare ancora, trasformando progressivamente la nostra percezione. All’inizio possiamo vedere semplicemente un attore che assume un’espressione; continuando a guardarlo, cominciamo invece a vedere il lavoro necessario a produrre quell’espressione. Differenza fondamentale questa, perché evita di ridurre il Kabuki a spettacolo folkloristico o a un insieme di immagini affascinanti appartenenti alla cultura giapponese. Miike cerca ciò che sta dietro l’immagine: disciplina, ripetizione, tecnica, fatica. Ogni gesto appartiene all’uomo che lo compie, ma contemporaneamente lo precede. È stato imparato, tramandato, modificato, ripetuto da altri corpi. Quando Danjūrō lo esegue, quindi, accade qualcosa di affascinante: il presente e il passato occupano contemporaneamente lo stesso corpo.

Shumei pone quindi al centro del proprio discorso la successione. Danjūrō riceve qualcosa, certamente, ma ricevendolo assume anche un peso. Il nome diventa contemporaneamente privilegio e responsabilità. La successione contiene quindi un’interessante tensione fra identità individuale e identità ereditata. Quanto rimane dell’uomo quando deve diventare Danjūrō? E, al contrario, quanto può Danjūrō trasformare ciò che ha ricevuto senza tradirlo? Miike non ha necessariamente bisogno di far diventare questa tensione un conflitto psicologico tradizionale. Può mostrarcela attraverso la fisicità stessa della performance. La fatica di un’espressione, la precisione richiesta da un gesto, il controllo della voce diventano manifestazioni concrete del peso della tradizione.

Shumei, quindi, nonostante sembri lontanissimo da molti altri film del regista giapponese, conosciuto principalmente per essere l’autore di un cinema violentissimo e splatter, si colloca all’interno del suo percorso con grande coerenza poetica. Miike ha sempre avuto un rapporto significativo con i corpi, le maschere, le performance, i rituali e le identità sociali. Il suo universo è pieno di uomini che devono occupare un ruolo e confrontarsi con i codici che quel ruolo impone loro: criminali, samurai, guerrieri, figure appartenenti a organizzazioni e comunità governate da rituali rigidissimi. In Shumei egli riesce a trovare nella realtà delle cose ciò che per decenni aveva costruito attraverso la finzione. E invece di imporre violentemente il proprio stile all’oggetto filmato, sembra compiere il movimento opposto. È il Kabuki a modificare il suo approccio alla materia. In questo senso, la forma cinematografica comincia lentamente ad assumere qualcosa della temporalità rituale del Kabuki, producendo un interessante discorso estetico in cui il regista cerca un modo per mettersi al suo servizio.

Con Shumei Takashi Miike sembra chiedersi come faccia un’arte a sopravvivere. La risposta, forse, è che una tradizione rimane viva perché qualcuno la riceve, la incorpora e la restituisce al presente. È una forma paradossale di sopravvivenza: per rimanere la stessa, deve continuamente attraversare persone diverse. Un corpo destinato a scomparire diventa temporaneamente il custode di qualcosa che esisteva prima di lui e che continuerà dopo di lui.
La grandezza dell’ultimo film di Miike risiede allora nella sua capacità di prendere una tradizione e trasformarla in una riflessione cinematografica sul tempo, sul corpo e sulla memoria, di filmare uomini che ripetono gesti antichissimi e, attraverso un determinato utilizzo delle immagini, permetterci di assistere al momento quasi impercettibile in cui un gesto individuale diventa memoria collettiva.
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