Diane in the loop, tra revenge movie e dramma familiare | Venezia 83
I traumi si possono ereditare? E se le ferite di un genitore possono essere trasmesse alla generazione successiva, come si può uscire dal loop?
Queste sono le domande che si pone Diane, ragazza ribelle e determinata, quando scopre che la madre ha subito una violenza sessuale tre anni prima di darla alla luce. L’evento ha impresso una profonda deviazione nella vita della donna, che ha abbandonato gli studi e ha cercato rifugio nella maternità. Mentre quest’ultima vorrebbe lasciarsi tutto alle spalle e riprendere il corso della sua vita da dove è stata bruscamente interrotta, Diane decide di vendicarla. Perché la storia di un abuso non implica solo la persona che l’ha vissuto direttamente e per Diane farsi unicamente i fatti propri è da veri codardi.

A metà strada tra un revenge movie e un dramma familiare, Diane in the loop, del duo belga Ann Sirot e Raphaël Balboni, in concorso a Venezia 83 nella sezione Orizzonti, racconta la violenza di genere e il trauma intergenerazionale servendosi degli stilemi del genere western, il cui immaginario viene rievocato continuamente attraverso i motivi musicali, l’abbigliamento, le inquadrature e perfino i poster che ritraggono paesaggi desertici nell’ufficio del padre di Diane.
Il western diventa anche il codice visivo utilizzato per connotare l’identità di genere dei personaggi del film – accessori da cowboy per sottolineare la virilità, piume per il femminile – esasperando le convenzioni estetiche imposte dalla nostra società. La scelta della protagonista di indossarli liberamente è dunque tutt’altro che neutra: Diane si appropria di quei simboli e li sovverte, rifiutandone la binarietà.

È infatti con un cappello da cowboy e un paio di texani che Diane intraprende un viaggio (fisico e simbolico), muovendosi tra Bruxelles e i paesaggi costieri invernali del Mare del Nord. La storia materna sembra ripetersi ciclicamente: anche per Diane il trauma produce una deviazione (il titolo originale, Un détour par Diane, lo sottolinea meglio), innescando un percorso di elaborazione e superamento del trauma, prima individuale e poi condiviso con la madre (il cui personaggio – e questo è uno dei meriti del film – non viene mai ridotto al ruolo esclusivo di vittima).
Ma Diane va anche alla ricerca della propria identità: si sente smarrita, non riesce a concludere gli studi, ricerca una relazione amorosa ma non riesce a instaurare un rapporto non conflittuale con gli uomini. Il viaggio assume così i contorni di un cammino esistenziale, diventando il dispositivo attraverso cui Diane prova a curare le ferite familiari.

Il duo di registi gioca con generi e registri diversi e si affida alla funzione salvifica della commedia per approcciare con delicatezza e ironia il conflitto e il dolore, ma senza rifuggirne la complessità e gli aspetti più tragici. L’assurdo diventa così parte integrante del racconto, non solo perché appartiene profondamente all’esperienza umana, ma anche perché metto in risalto l’assurdità stessa della violenza. Per Ann Sirot e Raphaël Balboni è proprio la commedia a rendere possibile il primo passo verso il cambiamento; e infatti, come suggerisce la stessa Diane in una battuta del film, la vera vendetta consiste, in fondo, nell’andare alla ricerca di qualcosa di brutto e disgustoso e tornare con qualcosa di bello e inaspettato.
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[…] PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM: Un détour par Diane (Diane in the Loop), di Ann Sirot, Raphaël […]