Ted Lasso non è cambiato. Siamo cambiati noi.
Se c’è una lezione che Ted Lasso ha cercato di inculcare nella mente di noi spettatori in tre stagioni è quella di essere curiosi, non giudicanti. Ce lo aveva detto rubando quelle che credeva essere le parole di Walt Whitman – secondo la comunità Reddit dedicata alla serie non è il primo e di certo non sarà l’ultimo a fare questo errore di attribuzione – mentre batteva Rupert (il compianto Anthony Head), il cattivo eletto delle prime stagioni della serie, in una partita a freccette che avrebbe ostracizzato definitivamente l’ex marito di Rebecca (Hannah Waddingham) e originario proprietario dell’AFC Richmond. Essere curiosi significa non limitarsi a vivere sul proprio atollo fedeli alle proprie idee, ma essere disponibili all’incontro, al dialogo e alla scoperta.
Sono parole che si sono trasformate in un certo senso nel mindset dell’intera serie oltre che a quello del suo protagonista: permeata da una positiva propositività, Ted Lasso è una serie che fin dal principio ci ha invitati a non cedere a sentenze facili su nessun personaggio. Le figure negative non lo sono mai fino in fondo o hanno comunque un margine di miglioramento e i tradimenti – come quello di Nate (Nick Mohammed) – sono reversibili, basta trovare un punto di incontro.
Nel momento in cui ha debuttato, nell’estate del 2020 dove come ben sappiamo tutti eravamo chiusi in casa a cercare di capire una pandemia più grande di noi tutti, Ted Lasso rispondeva a un bisogno collettivo di cieco ottimismo (sempre necessario, ma in quel momento particolarmente), trasformandosi in un perfetto comfort watch: una serie dal cuore grande, capace di regalare tanti sorrisi con estrema disinvoltura. Tra il 2020 e il 2022, Ted Lasso era la punta di diamante del palinsesto di un Apple TV che ancora faticava a imporsi nel mondo dello streaming, ma lentamente la serie è cambiata e con essa è cambiato il pubblico a cui si rivolgeva.
L’uscita del co-creatore Bill Lawrence prima della terza stagione – apparentemente per concentrarsi su Shrinking anche se i giornali parlavano di divergenze creative -, episodi sempre più lunghi e dispersivi, personaggi tenuti lontani dopo aver passato due stagioni intere a costruire i loro rapporti e a definirli il collante della serie si scontravano con un pubblico che aveva reimparato il cinismo e che iniziava a guardare quella gioia con crescente disillusione (Aubrey Plaza che in un episodio di The White Lotus dice acida «I don’t watch Ted Lasso» docet). Ted Lasso era stata inizialmente concepita come un trittico e quel finale della terza stagione, So Long, Farewell, era una conclusione rincorsa più che raggiunta organicamente, coronata dalla scena del matrimonio di Beard (Brendan Hunt) a Stonehenge realizzato con una CGI tale da far sembrare Sharknado un film di James Cameron. Non siamo ovviamente ai livelli di “finale capace di annientare l’intera legacy di una serie” come fu ai tempi quello del Trono di Spade, però era un canto del cigno strano che mancava di rispetto al suo protagonista, presentato più come una figura passeggera, un Mary Poppins che porta il suo cambiamento e se ne va in modo poco cerimonioso e a tratti punitivo.

Quando a inizio 2025 ho letto per la prima volta la notizia di una quarta stagione di Ted Lasso, per me che scrivo questo articolo e che ho un tatuaggio sulla schiena dedicato alla serie, la prima reazione è stata di assoluta paura – paura di vedere un bel ricordo, con tutti i suoi alti e bassi, rovinato ulteriormente – ma presto mi son ricordata quella lezione che ha provato a darci il baffuto allenatore: bisogna essere curiosi, non giudicanti.
La buona (e la cattiva) notizia è che in questi quattro episodi forniti alla critica, che seguono la comparsata di Jason Sudeikis e Brendan Hunt all’Half Time della finale dei Mondiali, Ted Lasso rimane più o meno uguale a se stesso. Gli episodi trovano una durata media che si aggira intorno ai 45 minuti, lontani sì dalla dimensione sitcom dei primi tempi, ma con un ritmo molto più sicuro della terza stagione. Tutto questo vale soprattutto una volta superato il primo episodio, Home, un incipit incerto che cerca velocemente di far tornare il suo protagonista in Inghilterra, facendogli lasciare alle spalle (speriamo definitivamente) il Kansas. Nei tre anni passati anche diegeticamente dal suo rientro oltreoceano, Ted Lasso, ora non più coach ma commesso in un supermercato, si è concentrato solo sull’essere un genitore presente, pur recintato dai limiti dell’affido congiunto. Quando Rebecca, Keeley (Juno Temple) e Higgins (Jeremy Swift) si palesano a Kansas City per convincerlo a fare da coach alla squadra femminile, l’uomo inizia a considerare che forse «un cambio d’aria» potrebbe fargli bene. Un cambiamento sbrigativo che rende inutile metà dell’arco di Ted nella terza stagione? Sì, assolutamente, ma è un ostacolo narrativo da appiattire il prima possibile se si vuole far partire l’effettiva trama.
In questo quarto tempo della serie i Greyhounds con tutti i loro componenti che abbiamo conosciuto e amato finora, passano ad essere titoli di giornale sulle riviste, nomi citati dai giornalisti nella sala conferenze, perché ora è tempo della squadra femminile, già preannunciata da un’interazione tra Keeley e Rebecca in So Long, Farewell.

Se avete pensato «avrebbero potuto chiamare una donna per allenare questa squadra», congratulazioni! Avete indovinato il primo dibattito etico e morale di questa stagione. L’unica candidata alla posizione è Alice Chilton (una splendida Tanya Reynolds, ma chi segue la serialità inglese, da Sex Education a The Decameron, passando per The Other Bennet Sister sa che non è una sorpresa), «un rottweiler» da sostituire per ripristinare la Richmond Way, come la chiamava il giornalista Trent Crimm (James Lance). Quando si accorge di non essere ben voluta all’interno dell’AFC Richmond, decide di accusare Rebecca (giustamente) di misoginia e di dare le dimissioni – una scelta che l’arrivo di Ted complicherà non poco – ma che porta il personaggio di Hannah Waddingham in una spirale di paranoia. Lei è assolutamente femminista e ha intenzione di ordinare tutti gli scritti di bell hooks per avere conferma di questo.
È la prima di una serie di “gag” concernenti il femminismo e non solo (nel primo episodio abbiamo Higgins alle prese con un museo dedicato ai giocatori neri di baseball dove si trova spesso a correggersi mentre interagisce con la guida) che mostrano un’indecisione morale alla base di questa nuova stagione. Ted Lasso è nata nel momento in cui essere woke era cool ed è tornata nel momento in cui per esprimere una sola opinione bisogna aprire con la postilla «non per essere troppo woke ma». Le fondamenta societarie, specialmente in Inghilterra dove la serie – pur essendo una produzione americana – è ambientata, sono cambiate e non poco in questi tre anni di pausa creativa e la serie sembra essere rimasta indietro, continuando a concentrarsi su grandi e chiassosi imbarazzi piuttosto che sui sinceri dialoghi che potrebbero derivarne. Mai comunque che questa eccessiva preoccupazione della serie a correggersi e a imparare da errori di giudizio passati la porti ad abbandonare i riferimenti ad Harry Potter.
La quarta stagione di Ted Lasso, a livello narrativo, si presenta come una versione bis della prima. La squadra è nuova e dobbiamo imparare a conoscerla, ovviamente si tratta di un numero importante di personaggi che la serie presenta in una forma abbozzata durante un allenamento che basta a fornire una base sulla quale costruire il resto della caratterizzazione attraverso battute nello spogliatoio e dei momenti dove brillare in solitaria lungo il corso della stagione.
Come è stato in passato – giusto per citarne alcuni – per Jamie Tartt (Phil Dunster, che speriamo di veder tornare durante questa stagione nonostante lui abbia più volte smentito), Roy Kent (Brett Goldstein, personaggio sul quale torneremo tra poco), Dani Rojas (Cristóbal Fernández) e Sam Obisanya (Toheeb Jimoh), la serie sceglie giustamente di focalizzarsi su alcune giocatrici. Gemma (Abbie Hern) è una vecchia conoscenza di Alice, che aveva lasciato il calcio alle spalle per studiare legge, sperando in una carriera più sicura e che ora è ritrascinata in quel mondo dalla sua passione e da una rivalità ancora troppo sentita. Come le gemelle Niahm e Siobhan (rispettivamente Aisling Sharkey e Rex Hayes), anche Boots (Jude Mack) nasce come spalla comica, una portiera che si rifiuta categoricamente di usare i guanti perché preferisce «sentire le cose sulla propria pelle», ma speriamo che la serie in futuro possa concederle più profondità. Faye Marsay, il nome più noto tra le componenti della squadra grazie alla partecipazione ad Andor, intrepreta Lizzie, una madre testarda tanto sul campo che fuori, che prova a mettere ordine in una squadra disordinata.

Quattro episodi, anche se sarebbe meglio dire tre considerando la parentesi americana iniziale, non bastano per conoscere e formare un giudizio su un nuovo e grande parterre di personaggi, ma la curiosità nei loro confronti, specialmente verso quelle backstory che lo stesso Ted Lasso cerca di intercettare per capire meglio la nuova squadra, c’è. Se dobbiamo scoprire le Lady Greyhounds, la serie deve comunque fare i conti con i suoi protagonisti che sono presenze ingombranti, specialmente quando non si sa molto bene cosa farne. Roy, che continua a essere coach della divisione maschile, è ancora innamorato perso di Keeley, ma, in un atto di sfida, è incoraggiato a uscire con una decina di donne per provare i suoi sentimenti. Tra i dubbi morali sul suo ruolo come donna nella società moderna, Rebecca si trova a suo agio nella passionale relazione a distanza con il pilota Matthijs (Matteo van der Grijn, un personaggio che se vi siete dimenticati non vi biasimiamo), finché una novità minaccia quell’equilibrio. Altri rimangono troppo fedeli a se stessi: Higgins è sempre la spalla comica che lavora troppo, Beard è sempre succube di Jane (Phoebe Walsh), Ted Lasso è sempre una variante di Mary Poppins.
L’unica a ritrovare finalmente in questa stagione il giusto spazio è Keeley che fà della squadra femminile la sua fiamma, lottando per dare alle giocatrici un ambiente migliore partendo dal loro spogliatoio e poi un pubblico che le guardi e le supporti. Incontra non poca resistenza, sia da parte di Rebecca e Higgins (autore di un report sui possibili problemi finanziari che deriverebbero da una squadra femminile) che da tutte le figure che ruotano attorno all’AFC Richmond come ad esempio organi di stampa che scelgono di ignorare una ventata di cambiamento e finanziatori decisamente disinteressati. Keeley però è testarda e sognatrice e questa nuova avventura calcistica la accende in modi nuovi, che finalmente permettono di dare risalto a un personaggio troppo spesso preso per scontato.
Tre anni possono non sembrare tanti tra una stagione e l’altra, o meglio dovrebbero esserlo ma nell’era dello streaming ormai siamo abituati anche a tempistiche peggiori (vedi Stranger Things), quello che però vediamo in questo quarto tempo di Ted Lasso è una serie che non ha trovato il desiderio di maturare, che è rimasta uguale a se stessa, non tanto perché “squadra che vince non si cambia” (qui difatti la squadra in parte cambia di nome e di fatto). Il progetto di Jason Sudeikis ha capito che il suo selling point è, rubando le parole di Hannah Waddingham sulle pagine di Marie Claire, l’«incredibile positività, che non è stucchevole ma bellissima» ed è tornata a riposare su quel bellissimo alloro dorato, dopo alcuni momenti quasi da prestige drama nella scorsa stagione. Ted Lasso conosce la sua dimensione e il suo spazio nella dieta culturale del pubblico, è un antidoto al mondo esterno, è un mondo che funziona meglio di quello esterno. Questo ruolo però sta finendo per farla affondare, perché non possiamo chiedere a una serie di avere poteri salvifici, di spiegarci il mondo e come dovremmo affrontarlo. Ted Lasso funziona quando si libera dalla sua zavorra etica, quando è libera di essere semplicemente una serie comedy come tante altre (con episodi lunghi, ma ormai con il caso The Bear siamo abituati), di seguire i suoi personaggi nei loro errori e nelle loro vittorie. La quarta stagione, perlomeno nella parte che abbiamo visto, è una partita giocata senza alcun rischio, senza alcuna novità in campo, con un modello solido e funzionale, ma la noia è dietro l’angolo e la curiosità, un tempo decantata, sta scomparendo. Forse siamo cambiati noi, più cinici, meno pronti alla gioia di un tempo, o forse anche Ted Lasso dovrebbe imparare a cambiare.
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