Cape Fear è la serie per te se hai mai sognato di vedere un brutto film di Scorsese lungo 10 ore
Quando una persona è in carcere, hai una certezza: sai esattamente dove si trova, difficilmente a meno che non abbia un elaborato piano e gli strumenti per metterlo in pratica, le guardie che si aggirano per i corridoi e per il perimetro del carcere, le sbarre di metallo, il filo spinato e tante altre misure dovrebbero essere sufficienti a mantenere salda quella certezza e ad annientare qualsiasi possibile paura. Anna (Amy Adams) e Tom (Patrick Wilson, finalmente libero dalla saga di The Conjuring) si sentivano sicuri anche per quello. Dopo il lungo processo che aveva assicurato Max Cady (Javier Bardem) alla giustizia per un omicidio che potrebbe non aver mai commesso e che ha visto Anna e Tom ai lati opposti del tribunale, una alla difesa e l’altro all’accusa, i due si sono sposati, creando una famiglia idilliaca e praticamente indisturbata.
Quando l’uomo esce dal carcere con una libertà provvisoria dopo 17 anni, la paura dovrebbe essere passata, ma presto fa capolino nella vita di Anna e Tom, costretti a farlo diventare volto di un sistema carcerario ingiusto e a portarlo nella loro quotidianità, volenti o nolenti, anche perché si ritrovano vicini di casa. La paura si trasforma presto in paranoia, perché Max avrebbe tutto il diritto a cercare vendetta, e ora quell’uomo ronza attorno a tutto ciò che conoscono come una zanzara spazientita che brama solo un po’ di sangue. Anna e Tom corrono, topi inseguiti da un gatto famelico, e trascinano in un vortice di incertezze, psicosi e ombre anche i loro stessi figli, Natalie (Lily Collias) e Zack (Joe Anders).

Cape Fear, la serie Apple TV scritta da Nick Antosca (dietro la sottovalutata, ma mai dimenticata – perlomeno dalla sottoscritta – Brand New Cherry Flavor), appartiene a un microgenere seriale sempre più diffuso nell’attuale clima di furba nostalgia: nel non riuscire a riassumerlo in una sola parola, lo definiremo “hai presente quel film famoso negli anni ‘70/’80/’90 che durava massimo due ore? Adesso puoi vederlo in versione miniserie per un minimo di otto ore complessive”.
È successo, giusto per citare alcuni casi, a Dead Ringers di David Cronenberg, Irma Vep di Olivier Assayas (ma almeno lì era un’auto-riadattamento) e Amadeus di Miloš Forman e ora capita a un film di Martin Scorsese, Cape Fear – Il promontorio della paura, che a sua volta era già un remake all’uscita nel 1991 di un film di J. Lee Thompson, che ancora era un adattamento del romanzo di John D. MacDonald. Se avete mal di testa, non siete gli unici. Cape Fear arriva su Apple TV+ il 5 giugno con un peso paragonabile solo a quello che porta il titano Atlante per punizione di Zeus: dopotutto è difficile misurarsi con un film di Scorsese e avere il suo nome, insieme a quello di Spielberg, tra i produttori esecutivi della tua serie di sicuro finisce solo per aumentare le aspettative.
Nick Antosca prova a fare sufficienti modifiche alla storia da cercare di evitare paragoni, almeno troppo diretti, con i suoi predecessori. Se di solito la dinamica cat-and-mouse era concentrata su Max Cady e il patriarca della famiglia Bowden, quindi si sceglie di rendere protagonista una donna, Anna, e se ci fa piacere sapere che l’agente di Amy Adams è ancora capace di regalarle ruoli capaci di valorizzarla come attrice, cambiare il genere di Anna è utile solo per aggiungere uno strato di ambiguità al loro rapporto, spostare il conflitto dal fisico allo psicologico e a complicare ulteriormente una paranoia che ben presto si sabotaggia da sola. Quando hai due ore da riempire, è più semplice mantenere alta la tensione senza perdere lo spettatore, ma qui Cape Fear, almeno negli otto episodi condivisi con la critica, perde di vista la sua reale preda e diventa un gatto in evidente stato di confusione che continua a mordersi la coda.
Per quanto ci sia un tentativo di modernizzare la storia, sottolineato soprattutto dall’utilizzo di internet e messaggi telefonici, Cape Fear rimane inchiodata nel passato, tra scelte musicali e recitative, ma anche una fotografia eccessivamente saturata interrotta da improvvisi negativi delle immagine. È anche colpa degli eccessivi colpi di scena che punteggiano ogni episodio, accompagnate se possibile da visioni macabre quali animali morti, persone nascoste nelle tenebre e chi più ne ha ne metta, che dovrebbero aiutare a riempire quelle dieci lunghissime ore e a rendere la storia più adatta ai tempi del binge-watching (nonostante abbia un rilascio settimanale) e finiscono solo per farla sprofondare nelle sabbie mobili della noia.

Cape Fear almeno ha l’onestà di riconoscere che la sua forza è il Max Cady di Bardem, che unisce la crudeltà di Anton Chigurh al charme manipolatore di Tom Ripley. Sarebbe potuto cadere facilmente nella banalità, diventando un semplice ma pericoloso incantatore, ma Antosca preferisce rendere la sua figura più ambigua e scostante, assassino e alleato, un pugnale che difende e ferisce al tempo stesso, e se Cady è il cattivo “annunciato” dalla trama, la serie si impegna – con successo moderato – a rendere ogni personaggio, partendo dalla stessa Anna, moralmente grigio, indecifrabile e (molto spesso) insopportabile, tra chi rifiuta aiuto e chi si muove come una scheggia impazzita nella casa di famiglia.
Se la serie sa esattamente cosa vuole cosa vuole da Max Cady e dal suo interprete, la stessa consapevolezza è assente più o meno in ogni altra area. Rivistazione in chiave prestige TV con tutti i crismi e le esagerazioni del genere di due film e un romanzo che sembrano aver esaurito gli argomenti e le possibilità con l’adattamento di Scorsese e che qui trovano ben poco da aggiungere, anche perché Antosca, per quanto ci provi a creare qualcosa di originale, finisce per seguire pedissequamente il suo ultimo predecessore (includendo anche un apprezzato cameo). La tensione che dovrebbe guidare la serie cerca soluzioni sempre più insensate per sopportare quelle dieci lunghe ore e così inventa rituali sciamanic e sottotrame a matrioska che gettano lo spettatore nella stessa confusione che è riservata ai protagonisti. Se Cape Fear ci dimostra qualcosa, è che a volte dei bravi attori (uno con un Oscar e l’altra che dovrebbe averne almeno due), una storia rodata tre volte con buon successo e un buon budget, non bastano più e che forse dovremmo smettere di riadattare i film se il commento che ci ostiniamo a ripetere ogni volta è che era molto più bello quando durava solo due ore. Non ti preoccupare, Fargo, non stiamo parlando di te.
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