Too Old to Die Young – Saremo mai pronti per Refn?

Il formato seriale sta attualmente vivendo la sua epoca d’oro, con produzioni colossali e sperimentazioni inattese, mentre autori e showrunner cercano di capire fino a quale punto sia possibile spingersi con il formato episodico e le piattaforme di streaming. La discesa in campo di un genio controverso e divisivo come Nicolas Winding Refn non poteva quindi passare inosservata. Realizzata insieme al fumettista Ed Brubaker, la sua miniserie Too Old to Die Young (2019), online su Prime Video, sembra proporre una modalità di fruizione alternativa, con l’iconico stile che caratterizza le produzioni del regista danese. Il risultato è un’esperienza anomala, tanto superba esteticamente quanto difficile da sperimentare a causa della gestione del tempo nella narrazione. Gli sforzi richiesti allo spettatore denotano però una delle proposte più innovative e controverse del panorama seriale, dimostrando lo sguardo consapevole e l’intenzione destrutturante del suo autore.

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Miles Teller è Martin, detective e insieme sicario per conto della mafia, ma anche giustiziere agli ordini di una sacerdotessa New Age e preda di un boss del cartello messicano. Glaciale e controllato – un tipico personaggio “alla Refn” –, spoglia il cuore urbano scoprendovi il marcio, l’ignobile e lo scabroso, con esiti fortemente nichilistici. Il viaggio di Martin divide il suo spazio con alcune puntate totalmente dedicate al sopracitato boss del cartello, accompagnato da una donna misteriosa auto-elettasi “Sacerdotessa della Morte”. Intrigante, inoltre, la scelta di chiamare ogni episodio con il nome di una carta dei tarocchi. L’interpretazione delle dieci carte scelte per le rispettive puntate meriterebbe una trattazione a parte e competenze in merito; ci basterà qui dire che ogni traccia dell’esoterismo in quest’opera è da non sottovalutare, considerando anche la densità di questa dimensione nella cultura messicana.

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All’anteprima mondiale, al Festival di Cannes 2019, NWR ha presentato al pubblico il quarto e il quinto episodio: due ore e mezza di materiale, due capitoli narrativi a confronto – quasi in conflitto. Un notturno metropolitano il primo, il contesto canonico in cui si muove Refn, per altro con l’atteso cameo di Hideo Kojima in veste di mafioso della yakuza. Un western il secondo, nell’inferno arido appena fuori Albuquerque, con la sensazione di stare rituffandosi in Breaking Bad (V. Gilligan, 2008-13). Un’anteprima che ha mostrato subito l’identità narrativa ambigua della sceneggiatura firmata da Brubaker, di cui in fondo però poco importa, nonostante il nome autorevole coinvolto. Per ammissione di Refn non c’è pretesa di una fruizione narrativamente orientata: il bello dello streaming è la libertà. A discrezione dello spettatore, una serie sganciata dalla TV può spostarsi dal primo all’ultimo episodio, saltare letteralmente al quando e al dove desiderati. In un certo senso, per Too Old to Die Young è stato fin da subito così: di fronte ai presenti a Cannes, la serie si è “liberata” dal suo ordine e si è offerta nel suo centro esatto, artificiosamente in media res, quasi non fosse necessario un contesto per orientarsi.

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Di fatto, questa è l’essenza dell’opera. Sempre di fronte a una povertà del contesto narrativo, a dialoghi asciutti e volutamente spogli e inframezzati da pause anomale, quel che ci rimane davanti per quasi tredici ore, sfidando la nostra pazienza, è la pura forma. Carrellate lente fino all’inverosimile muovono l’occhio in una dimensione che ben conoscono i fan di Refn: un chiaroscuro quasi caravaggesco, cromaticamente ipercontrastivo (surrealista), in cui i personaggi sembrano figure immobili in un quadro, con l’ennesima ipnotica colonna sonora di Cliff Martinez e la fotografia dell’ottimo Darius Khondji. Elementi ricorsivi sono in particolare le luci, spesso sorgenti diegetiche ma innaturali e stranianti, e le cornici formali che racchiudono i soggetti, richiamando ancor più la sensazione della contemplazione artistica più che l’intrattenimento. E, naturalmente, la violenza: bellissima, sensuale, estetizzata fino a raggiungere una vena erotica. Anzi, erotismo e brutalità dialogano costantemente in questa serie,  raramente si dividono, più spesso giocano a scambiarsi di ruolo.

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Too Old to Die Young è un lungo saggio sullo stile di Refn, quasi un pretesto per sfogare il suo ideale estetico, una nuova edizione del gioco autoriale solipsistico che era stato The Neon Demon (2016). E forse sbagliamo a pensarla come una sperimentazione genuinamente seriale: dei dieci episodi, nove superano l’ora di durata, alcuni toccando il picco dei novanta minuti, mentre il decimo episodio – per altro il più indecifrabile narrativamente – fa da “coda”, con una durata di poco più di mezz’ora. Inoltre, a Cannes è stato dimostrato che i  vari capitoli non sembrano porsi come condizione necessaria per la fruizione dei successivi; ogni puntata-film gode di una piena autonomia espressiva, ponendosi quasi come indipendente rispetto al contesto narrativo. Le estensioni quasi cinematografiche e l’identità formale sono così maestose che il piccolo schermo non può che snaturarle, se non umiliarle. Quel che rimane “seriale” è solo la ricorrenza dei protagonisti, mentre pure la loro cronaca è così scarna da non essere vincolante.

Refn esprime con questa creatura la sua personale interpretazione della serialità, cedendo totalmente le chiavi allo spettatore, che già le possedeva de facto, e chiamandolo a scegliere se godere del prodotto nella sua integralità, oppure se violare la sacralità dell’ordine narrativo, impossessandosi di quanto creato dall’artista, facendo dell’opera un puro erogatore di intrattenimento.

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