Ceci n’est pas un film français – F for France | Biografilm 2026
Esattamente come il maestro del surrealismo belga, Tom Adjibi comprende che un titolo può avere infiniti significati e definire lo scopo dell’opera stessa. Presentato in anteprima al Biografilm Festival, Ceci n’est pas un film français possiede infatti le stesse intenzioni del capolavoro di Magritte: è uno scherzo autoreferenziale, un gioco metalinguistico, un atto di trasgressione, e una dichiarazione politica. Prima di ogni altra cosa, però, la pellicola di Adjibi è un mockumentary dissacratorio capace di unire spontaneità e necessità sociale.
Tom è un attore, o almeno, vorrebbe essere solo un attore. Tuttavia, egli è anche un uomo Franco-beninese, e nell’attuale scenario culturale belga, non può fare altro che accettare ruoli in cui i cliché razziali sono la norma. Questa situazione frustrante riguarda lui ma anche il suo gruppo di amici e colleghi non-bianchi, ognuno di loro costretto al compromesso fra esigenze economiche, consapevolezza politica e ricerca artistica. Stanco di essere sempre imprigionato all’interno di una rappresentazione vecchia e stantia, Tom decide di riprendere le sue giornate mentre cerca di ritagliare il suo posto all’interno dell’industria cinematografica del suo paese.

All’apparenza ci troviamo di fronte a un documentario sulla condizione di un artista non-bianco all’interno di una società che per secoli ha prosperato sullo sfruttamento della sua gente. Tuttavia, Ceci n’est pas un film français non nasconde la sua natura di mockumentary, semmai la cela sotto brillanti invenzioni narrative. Che si tratti di un dibattito sulla cultura woke alla fine di una proiezione, di un workshop di sceneggiatura per un heist movie con solo non-bianchi protagonisti, o di versare pittura rossa sulla statua di re Leopoldo, ogni scena del film confonde lo spettatore sulla sua effettiva veridicità. Ogni evento narrato sembra indurre alla stessa domanda: si tratta di qualcosa che è accaduto veramente, o di qualcosa che è stato sapientemente inscenato?
Adjibi (regista) usa Tom (attore) come espediente per sfocare il confine tra realtà e racconto, attraverso un’intuizione che è molto simile a quella di F for Fake. Adjibi coglie da Welles l’ironia di fondo, la consapevolezza del carisma dell’attore come strumento per sviare lo spettatore, ma mette da parte le riflessioni sulle possibilità del racconto cinematografico per rispondere a un’esigenza più strettamente legata all’attuale condizione post-coloniale. Il film diventa quindi il tentativo di un autoritratto, la ricerca esistenziale di un posto nel mondo in cui la propria arte, l’identità e le immagini che ne scaturiscono possano infine coesistere pacificamente.

Ovviamente la ricerca non trova una sua conclusione, esattamente come non ci si può aspettare una risoluzione delle tematiche che rappresenta. L’ironia di fondo diventa disillusione, e l’imprevidibilità affascinante della pellicola sembra nascondere un senso generale di smarrimento. L’atto creativo diventa allora un gesto di lotta verso la disperazione, un modo di cercare qualcosa che non si trova né in noi stessi, né nel mondo che ci circonda. L’identità non è più qualcosa da rivendicare, ma da trovare insieme, è il risultato di uno sforzo creativo, e quindi politico, comune.
Lo spirito di Ceci n’est pas un film français coincide esattamente con quello del suo autore e protagonista: irriverente e lucido, sconfortato ma profondamente libero. Un’opera che, rifiutando ogni etichetta, rivendica il diritto di esistere al di fuori di ogni narrazione imposta.
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