La casa dell’amore – Luca Ferri chiude la sua Trilogia | Biografilm 2020

La nostra recensione de “La casa dell’amore”, di Luca Ferri, tra i 41 titoli selezionati alla 16ª edizione di Biografilm Festival, di cui Birdmen Magazine è media partner. Clicca qui per scoprire come vedere tutti i film del Festival in streaming gratuito su MyMovies (fino al 15 giugno). Un’occasione unica, da non perdere!


Bianca, piena di grazia, trascorre la sua vita in un appartamento. Per lavoro scopre i desideri degli uomini, a cui vende il suo corpo. L’accompagna un amore, quello per Natasha, e la sua attesa, scandita da liturgie, incontri e strane presenze. Per un po’, nella casa di Bianca, c’è stato anche un regista.

La casa dell’amore, presentato per la prima volta in Forum all’ultima Berlinale e da oggi disponibile in anteprima italiana per Biografilm, è l’ultimo lavoro di Luca Ferri. È di qualche giorno fa la notizia della selezione al festival di Taipei, di cui sarà l’unico esponente italiano.

Dopo Dulcinea e Pierino, Bianca è l’ultima dei protagonisti della Trilogia dell’appartamento, ciclo di ossessiva ricerca teorica sul rapporto fra individuo e spazio architettonico. La tenerezza di Bianca, la sua transizione verso un nuovo corpo, come la sua professione e l’amore per Natasha, sono da sfondo ad una filosofia del documentario che non ammette fraintendimenti. Il dispositivo e i suoi meccanismi della visione permeano l’ambiente e i suoi cicli, fin dentro le pareti.

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Questo non rende il film un asettico caso di studio. La sempre più seducente tentazione all’empatia col soggetto svela una contraddizione ormai quasi programmatica, vera forza motrice del film.

L’analisi e il godimento di un’opera di Ferri presuppongono l’intuizione delle sue strutture e l’ammissione di alcuni postulati. Un film è sempre il prodotto di un processo, ma rare volte il processo è condotto con un rigore tale da svelarne la mania: la ricerca di un soggetto che vivesse in simbiosi con la sua abitazione, la scoperta e la conoscenza graduale di Bianca, l’ingresso di una troupe in un’abitazione che è anche una casa di appuntamenti, sono tutti fattori che implicano tempo, rischi e rigida disciplina, senza garanzia di successo. L’implicita spettacolarità dei temi evocati, poi, sembra ed è una coincidenza. O una fortuna, anch’essa fondamentale nel percorso di un cinema che finalmente comincia a lasciare il segno anche all’estero.

Pare dunque che Ferri abbia un po’ scovato e un po’ creato un luogo quasi fantasioso, ai limiti della civiltà: Bianca vive sia nella periferia nord di Milano che in quella del nostro immaginario e dei nostri pudori. Un luogo oscuro, di penombre licenziose, solcate dal candore dello spirito e della carne di Bianca, dai lumi fiochi e naturali di qualche candela. Le pareti, coperte di poster e manifesti, si confondono col solito 4:3, dentro cui Pietro De Tilla diluisce il suo sguardo con quello del digitale.

Lo stesso De Tilla dello sconfinato Ab Ovo (2017), ritornato al fianco di Ferri per una trilogia che nei suoi primi due capitoli aveva utilizzato 16mm e VHS. Ma Ferri non gioca con progressioni deduttive: la ricerca ha raramente ragioni estetizzanti, e sempre una base pragmatica. Per vedere al buio serviva il digitale, richiamato dalla breve comparsa del lettore DVD e da una tecnologia mai eccessiva ma essenziale nella vita di Bianca. Nel film si perde il conto dei cellulari, e l’unica colonna sonora sono gli sporadici avvisi di segreteria telefonica. Non manca il ricorso all’analogico, in forma di agenda, una vaga reminiscenza di Pierino.

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Inquadratura tratta da una delle sequenze di amplesso, unici momenti in 16:9

Proprio come per Pierino e l’idolatra di Dulcinea (fiction), Bianca ha un’ossessione quasi patologica. Se in Dulcinea era una donna e per Pierino la reiterazione, ne La casa dell’amore è l’attesa. L’attesa dell’amore, costantemente evocata da telefonate e angoscianti registrazioni, verso una donna che vive in un telefono, o dall’altra parte del mondo. L’attesa non è vana e l’arrivo di Natasha nella casa e nella vita di Bianca sembra imminente lungo tutto il film, anche quando deluso.

Lei nel frattempo ospita comparse, festicciole con amici che sono frammenti di un’umanità calorosa e ai margini. Stranieri, anziani, colleghe. Poi c’è il lavoro, o la sua simulazione. Sconcerta credere che i clienti di Bianca si comportino come le figure del film, un dubbio che lei minimizza con naturalezza e professionalità, fra il supino e il materno. L’ultima figura ad emergere dal magma umano è il padre di Bianca, un’ombra celebrata dalla figlia, che ne conserva ricordi e opere senza sensi di colpa. L’improvvisa scoperta del padre è l’unico escamotage narrativo e insieme sottile variazione provocatoria da un impianto altrimenti statuario.

Lungi da una morale LGBT, pur condividendone gli assunti, il film di Ferri è un’osservazione di un essere in tutt’uno con il suo habitat. Luogo di piacere per molti, luogo di attesa per Bianca. Tutto il rigore si incrina alla fine, quando le immagini sono ormai finite e rimangono soltanto le voci fuori campo. Natasha, forse, tornerà presto e l’attesa di Bianca avrà fine.

Qui la nostra video-intervista del 2017 con Luca Ferri.

Qui la nostra intervista del 2019.

Per la filmografia completa di Luca Ferri e molto altro, si rimanda al suo sito web.


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