‘Il Labirinto’ di Alberto Gemmi – La memoria come geografia in cui perdersi | Biografilm 2026
In concorso alla ventiduesima edizione del Biografilm Festival di Bologna, di cui Birdmen Magazine è media partner, arriva in anteprima mondiale Il Labirinto di Alberto Gemmi: un percorso che attraversa una meta simbolica della storia europea trasformandosi in una poesia riflessiva sulle tracce del tempo e su come ci rapportiamo ad esse.
Il punto di partenza è geograficamente decentrato rispetto alla narrazione dominante sulla Seconda Guerra Mondiale. Quando si parla di nazismo in Italia, lo sguardo cade quasi automaticamente sul Nord, sulle grandi città occupate, sulle deportazioni. L’Appennino tosco-emiliano resta ai margini di questa memoria, eppure nasconde silenziosamente una delle presenze più ingombranti d’Europa: il cimitero militare tedesco del Passo della Futa, in provincia di Firenze, dove riposano oltre 30.000 soldati della Wehrmacht.

Quest’opera architettonica, concepita negli anni Sessanta, ha tradotto in granito e pietra arenaria una consapevolezza estetica e simbolica, mutando il lutto in forma. È qui che risiede la prima delle molte anomalie che Gemmi porta sullo schermo: il fatto che, nel dopoguerra, su suolo italiano sia stato concepito e costruito un monumento ai caduti avversari, che qualcuno lo abbia voluto con convinzione e lo abbia realizzato con una cura che nel tempo è diventata sempre più difficile da maneggiare. Una cura che, nella coscienza tedesca, ha fatto della Futa un luogo di elaborazione collettiva e di impegno civile organizzato. Per gli italiani, invece, qualcosa di più ambiguo: un enorme sepolcro dedicato al nemico, incastonato nella stessa landa che quel nemico aveva attraversato e insanguinato.
Il Labirinto costruisce la propria indagine su questa soglia di stridente malessere. Il regista accumula materiali con una logica che non è quella del collage ma della stratificazione: filmati d’archivio, riprese aeree con drone, dettagli ravvicinati delle lapidi, rievocazioni storiche con figuranti in divise militari, visite didattiche di scolaresche italiane, volontari tedeschi dediti alla conservazione delle tombe, cercatori con il metal detector che scavano alla ricerca di ossa e di lamiere d’epoca. La terra, ci dice il film, continua a restituire resti. E la domanda che attraversa tutto il documentario è precisamente questa: come ci si prende carico di ciò che riaffiora?

La risposta più sorprendente arriva dalla compagnia teatrale Archivio Zeta, che ogni anno torna al Cimitero Militare per mettere in scena una versione de La montagna incantata di Thomas Mann. Non è una scelta casuale: il romanzo di Mann è ambientato in un sanatorio alpino sospeso fuori dal tempo, abitato da personaggi che discutono di vita e di morte mentre il mondo fuori si prepara alla guerra. Ritualizzare quel testo tra le lapidi del Passo della Futa significa cortocircuitare la finzione con la storia, fare del teatro uno strumento di responsabilità, trasformare il memoriale in uno spazio dove ancora si può pensare. Gemmi filma queste rappresentazioni con rispetto e con distanza, lasciando che la teatralità — invece di sembrare fuori luogo — riveli quanto di teatrale ci sia già nel gesto stesso del commemorare.
Il voice-over intreccia testi letterari che spaziano da Cesare Pavese a Elias Canetti fino a Julio Cortázar: una costellazione eterogenea che non punta alla coerenza ideologica ma alla sovrapposizione di sensibilità, al tentativo di circondare l’indicibile con voci che almeno ne abbiano intuito i contorni. È una scelta rischiosa, e in alcuni passaggi risente di una certa ridondanza, ma che nella maggior parte dei casi funziona perché l’autore ha la pazienza di non spiegare, di lasciare che le fonti si parlino tra loro senza imporre una tesi.

Ciò che resta alla fine è l’immagine del labirinto del titolo: non solamente la struttura architettonica delle tombe, ma la memoria stessa come geografia in cui perdersi, in cui il mostro non ha un nome univoco ma mille facce, dove il filo di Arianna non porta necessariamente fuori. Il Labirinto è un’opera che fa provare pena per le persone sbagliate — o che almeno costringe a interrogarsi su chi abbia diritto al lutto e chi no. In una regione che ha sepolto migliaia di morti in un campo nemico, la risposta non è mai semplice. Il film ha il merito di non fingere che lo sia.
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