I Persiani – L’intima e inesauribile colpa nel silenzio
È estremamente complicato maneggiare con sguardo critico e analitico la densità di ciò che accade quando si assiste al nuovo adattamento de I Persiani di Eschilo, riplasmato dallo sguardo di Giovanni Ortoleva e prodotto da Teatro della Tosse di Genova. Negli sfumati confini con cui si apre e si chiude lo spettacolo, infatti, sono racchiuse traiettorie storiche estremamente lontane, eppure così profondamente intrecciate che nella rappresentazione risuonano con forza e collocano ogni istante dell’azione in un molteplice e sfaccettato prisma che ne rifrange le intense sfumature morali. Il testo antichissimo, che già nel V secolo a.C. sapeva fare Poesia della Storia, si colloca oggi nel centro di un discorso sul conflitto che vi è estremamente vicino per più di una ragione, richiamando inoltre una forma di responsabilità collettiva di cui il tessuto culturale genovese si sente endemicamente impregnato.

Lo spettacolo ha infatti esordito nello spazio dell’ex Caserma Gavoglio di Genova, voragine aperta nel centro di palazzi immensi che fanno percepire lo spazio scenico come squarciato dalla profondità degli Inferi. Una scena che esce dalla teatralità come luogo e che si apre al “pubblico” nel senso più ampio del termine, accogliendo al proprio interno l’imprevedibile tessuto sonoro di un quartiere abitato e sfruttando con eleganza il naturale progredire della luce attraverso gli spiragli di cielo incorniciati dai palazzi. Questa scelta, che si replicherà a Fiesole, a Milano e ad Ancona, richiama un importantissima finestra nella storia del Teatro della Tosse e di Tonino Conte che, proprio con I Persiani, nel 1998, chiamò in causa la cittadinanza genovese per metterla di fronte all’effetto che la narrazione della guerra può fare quando la si mette al centro della cosa pubblica, dello spazio comune, dell’intimo più celato del tessuto cittadino. Ortoleva si muove sulla stessa traiettoria, aprendo però un varco di ulteriore intimità e giocando sull’ambiguità del testo stesso.

Perché I Persiani è un testo problematico già alla sua origine: scritto da Eschilo neanche dieci anni dopo la stessa Battaglia di Salamina, presenta un punto di vista sostanzialmente inaffidabile. Il vincitore si prende carico infatti dello sguardo del vinto e ne porta sulla scena la dimensione più intima, quella del dolore, che richiederebbe il massimo del pudore. Quella che chiede di essere la rappresentazione di un lutto universale si trasforma, nel testo di Eschilo, in una celata constatazione della solidità greca contro la hýbris persiana, in cui il fallimento nasce dall’incapacità di reggere il confronto con la propria eredità. Ortoleva non si tira indietro di fronte alla posizione stridente del testo stesso e vi fa crescere attraverso la componente più straziante – e in fin dei conti attuale – lungo cui tutto il densissimo racconto si muove: I Persiani diventa così un autentico dramma familiare, oggettificato dallo scheletro di uno spettrale letto a fare da centro focale della vasta piazza, al tempo stesso talamo e patibolo, metonimia della domus e luogo del concepimento di colui che è la rovina del proprio popolo.

Da spettatori ci troviamo di fronte alla vastità di una reggia in cui l’unica cosa che resta a riempire l’attesa è il rumorosissimo silenzio che ne intercetta il vuoto. Le voci sulla scena provengono da ovunque e si perdono nel centro dell’azione, nella rassegnata paralisi di un Coro – incarnato da un solidissimo Enrico Campanati – che come il centro di un buco nero attira nella sua gravità la disperazione di Atossa, madre di Serse, portata in scena magistralmente da Valentina Picello. Proprio il corpo di Atossa è collettore del dramma familiare che si consuma silenzioso sulla scena densa di parole de I Persiani: moglie di Dario, è madre della rovina del suo popolo, una Madonna in negativo che entra in scena attraverso una danza senza effetto nell’indifferenza di chi resta a testimoniare le rovine di Persia.

Le parole di Eschilo danno forma con una chiarezza cristallina alla narrazione della disfatta di Persia attraverso una sinfonia mimica ed espressiva che diventa esplosiva nella molteplicità interpretativa di Pietro Giannini, giovane corpo al servizio dei ruoli militari: dopo una feroce e distruttiva corsa sul posto di almeno venti minuti, che ne rende precaria e affaticata la presenza sul margine del talamo scenico, voce e sguardo esausti di Giannini raccontano la fine di una battaglia persa in partenza, sia questo per volontà divina o per incoscienza militare. I fatti narrati sono talmente tanti, così conditi di nomi e di eventi, che diventano una litania della disperazione la cui vera funzione scenica è quella di addensare l’intensità della disfatta, accrescerne il peso nel centro della vastità della piazza, finché il racconto diventa un vero e proprio rituale di evocazione spiritica.

È qui che diventa fondamentale il ruolo di Marco Santi, quarta presenza in scena e sorta di contro-Coro portatore del silenzio degli Inferi. Come uno spettro, infesta e muove il corpo di Giannini per far apparire sulla scena il fantasma di Dario in quello smacco definitivo che Eschilo decide fare all’antico re degli avversari: risvegliarlo dall’al di là per porlo di fronte alla colpa del figlio, al retaggio dell’endemico desiderio per la guerra che scorre nel sangue del suo sangue, secondo Ortoleva un vero e proprio tratto ereditario che infesta l’esistenza stessa dell’Occidente. Il crescendo di intensità si accompagna al graduale calare del crepuscolo, tanto che l’apparizione spettrale si trova immersa nel primo buio della sera, capace di assorbire i colori e la doratura stessa che ammanta il corpo del soldato universale incarnato da Giannini. È infatti un condottiero spoglio di qualsiasi ornamento il Serse che torna – umiliato, sconfitto e profondamente solo – nella piazza/reggia ormai tutt’uno con la tenebra di una notte che è il risultato del tramonto di un’intera popolazione.

Nelle mani di Ortoleva, il dramma di Eschilo diventa un folgorante monito a quanto possa esserci di intimo e profondamente personale nel conflitto bellico, soprattutto quando i suoi confini sono sfumati in una nube di silenzio, come un complice soffio che spegne la candela della responsabilità. Hýbris è credere che la narrazione della guerra non ci riguardi, o peggio che noi non la riguardiamo; I Persiani ci costringe invece a una focalizzazione dello sguardo attraverso la sua stratificata composizione narrativa, ci chiama ad una partecipazione totale, pubblica, aperta sulla vastità dello spazio abitato, nel cui centro si consuma l’intimo e personale dramma familiare di chi addensa in sé il principio e la fine della rovina del proprio popolo.
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