Gothica – Camminare sul confine con l’aldilà
Immaginate una grande villa apparentemente abbandonata, nel cuore di un bosco con grotte e cascate, al vergere del crepuscolo dove il confine tra la luce e il buio cancella i contorni delle figure umane rendendole spettri. Questa la cornice perfetta in cui si colloca Gothica, il nuovo lavoro estivo di Teatro della Tosse che “infesta” per quasi tutto luglio gli spazi e il bosco di Villa Duchessa di Galliera a Genova Voltri. Figlio di un’evidente ricerca artistica che ha esplorato di anno in anno le oscure potenzialità degli spazi della Villa, Gothica le concretizza appieno, attraverso un percorso itinerante che porta gli spettatori in cammino sul filo sottile che si tende tra la vita e la morte, punteggiato da personaggi e racconti che ne incarnano l’ossimorica compresenza.

Il lavoro di Emanuele Conte – che ha riadattato i testi insieme a Luigi Ferrando – cerca nei racconti della letteratura gotica, da cui attinge personaggi e narrazioni, quella vertigine del confine, quel sottile margine traslucido che fa permeare l’aldilà nel reale dei vivi. Non è lo spavento a condurre il percorso di Gothica – sarebbe stato inutilmente “facile”, visto il contesto – bensì il brivido del perdersi nella condizione oltre il vivere, nelle possibili traduzioni dell’alterità dall’esistenza. I personaggi di Gothica sono creature del confine che solleticano la morte ancorati loro malgrado al mondo dei vivi, capaci di personificare la vertigine dell’inconcepibile: così la cornice, presentata da Edgar Alan Poe (un intenso e mimentico Enrico Campanati) che, a lume di candela, pone le basi della sua intera poetica e di un orizzonte letterario che ha in lui il massimo pilastro; il racconto gotico – soprattutto quello breve, fiamma che brucia intensa e lampante – è l’esplorazione autentica, concreta, dell’esistente oltre il concepibile, oltre «il verme che scava» ipotizzando che i sensi umani possano continuare a percepirne l’azione anche dopo la morte.

Così il corpo una volta vivente, sul tavolo anatomico tratto dalla penna di Camillo Boito, diventa oggetto di contenzioso tra il suo aspetto – bramato dal pittore interpretato da Pietro Fabbri – e il suo meccanismo – celebrato dall’anatomista di Graziano Sirressi -, tralasciando nella sua opaca trasparenza la persona (Charlotte Lataste) che l’ha abitato; ancora, il vivere eterno diventa una morbosa e inconciliabile tensione passionale, che sia tra le vampire Carmilla e Laura – Sarah Pesca e Ludovica Baiardi, magnetiche – o che sia quella cui aspira la versione di Balzac del Don Giovanni, incarnato da un credibilissimo Raffaele Barca.

Sono invece gli spettri della colpa inconciliabile ad infestare le memorie della governante di Giro di Vite di Henry James – uno dei racconti di fantasmi più prolifici nelle sue trasposizioni – che prendono forma con la voce e l’interpretazione di Mariella Speranza e trascinano nel vortice paranoico della possessione ogni spettatore; la stessa colpa infesta la testimonianza di Marco Rivolta – che si conferma semplicemente strepitoso – capace di far sentire fin dentro le ossa il battito del Cuore Rivelatore, uno degli apici della poetica di Poe, facendo vibrare l’inquietudine degli spettatori per una sensazione così sinistramente familiare. Da lì il percorso si inoltra nel folto della vegetazione, accompagnato da un frinire di cicale che guida verso la strega Scarnebbia – una libera costruzione di Conte, in cui possono essere letti più personaggi, cui dà corpo Susanna Gozzetti – che abita l’opacità della nebbia dei boschi, tra il visibile e l’invisibile, per poi sprofondare dall’incarnazione inaugurale di ogni brivido: l’Uomo Nero, l’incubo e la minaccia ancestrali, la nota inquieta che popola il subconscio dall’infanzia.

Proprio la figura dell’Uomo Nero – con corpo e voce di Alessandro Bergallo, di cui non mettiamo foto per non rovinare la sorpresa – diventa l’addensatore delle tematiche di Gothica, il punctum di un viaggio nel brivido sommerso, nell’inquietudine latente, in quell’unheimlich che lo spettacolo rende accessibile e avvicinabile, quindi elaborabile, tangibile. In questo, un plauso va alla sempre raffinata ricerca nei costumi realizzati da Daniela De Blasio, in piena continuità con quanto già proposto l’anno precedente con Al gran ballo di Venere, sempre capaci di armonizzarsi con l’elegante decadenza della Villa, autentico spazio naturalmente narrativo, autenticamente gotico nel suo intrecciarsi di sentieri e vegetazione, tra grotte artificiali, torri e radure, con lo sguardo che tende a strapiombo sul mare.

Gothica sembra davvero la risposta di Teatro della Tosse a un richiamo che Villa Duchessa di Galliera, anno per anno, ha sussurrato nell’offrirsi come setting perfetto per gli spettacoli estivi, regalandovi la penombra di un crepuscolo dal tempismo impeccabile, anch’essa eternamente sospesa in una condizione di vita indecidibile, inafferrabile, spettrale e proprio per questo infinitamente attraente. Da qui, si può restare solo in attesa per scoprire quali altri spettri il magico incontro della Villa con Teatro della Tosse sarà ancora in grado di evocare.

Gothica continua fino al 26 luglio tutti i giorni – escluso il lunedì – su 7 turni, a partire dalle ore 20:00. I primi turni permettono di godere una discesa luminosa che parte dalla luce crepuscolare sul mare fino alla prima oscurità, mentre gli ultimi restituiscono appieno la cura del lavoro d’illuminazione realizzato da Davide Bellavia e Matteo Selis.
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