Room Temperature – Il terrore del nulla | Sicilia Queer 16
Strana coppia quella di Dennis Cooper e Zac Farley. Il primo, classe 1953, è prima di tutto un narratore e un poeta, figlio della sottocultura queer e punk degli anni ’80. Il secondo è di una generazione più giovane, americano come Cooper, ma residente a Parigi, dove si è specializzato in visual arts. Eppure, Room Temperature è già la loro seconda impresa cinematografica insieme, forte di uno sguardo tanto sconcertante quanto personale.
Room Temperaure è prima di tutto un’operazione di radicale decostruzione del genere horror, nella quale i canonici elementi drammaturgici vengono svuotati. Catatonico e imperscrutabile come il suo protagonista, il film narra una vicenda che ha quasi i contorni da sketch del Saturday Night Live: in una sperduta e imprecisata cittadina americana, un giovane bidello viene ingaggiato per aiutare una famiglia ad allestire un’amatoriale casa degli orrori nella loro abitazione. L’obiettivo del padre, violento capofamiglia, è di riuscire a creare l’esperienza più spaventosa a cui i suoi concittadini abbiano mai assistito, per soli 15 dollari a biglietto.
L’idea dello sketch torna spesso durante tutta la visione del film, che ostinatamente si sforza di far avanzare (o interrompere) la sua vicenda nel modo più inaspettato e alienante possibile. Si parla molto, a livello formale, di influenze come David Lynch, Haneke e Sam Raimi, e sarebbero fondamentalmente tutte corrette. A livello narrativo tuttavia, molte delle scene hanno la natura di vignette dai toni surreali, quasi anemiche nell’ostinato rifiuto di ogni forma di pathos. Ci avviciniamo infatti a una sorta di straniamento grottesco vicino ai Monty Python più radicali, o a tutta quella corrente di post-humor derivato da Adult Swim e dallo show di Eric Andre. Si ride molto in Room Temperature, ma quasi per riempire il vuoto che permane nel film, per coprire il senso di spaesamento e snervante attesa che ci circonda durante la visione.

L’orrore in Room Temperature è quasi sempre dovuto al vuoto, all’assenza di qualcosa. Dalle panoramiche lunghissime che rimandano all’ultimo cinema di Refn, al posizionamento dei personaggi negli spazi, come pupazzi dentro una casa di bambole, alla recitazione sprovvista di qualsiasi appiglio empatico. Ogni elemento del film suggerisce un’umanità senza umanità, composta ormai solo da gusci vuoti. La casa della famiglia diventa la perfetta trasfigurazione di questo abisso esistenziale: non più un rifugio o un luogo dove trovare sentimenti umani, ma uno spazio anonimo, da colmare con archetipi di una cultura (dell’orrore) a sua volta insignificante, nient’altro che un agglomerato di segni familiari ma spersonalizzati.
In questo vuoto infinito, la violenza sembra essere l’unico motore delle cose. Ma anch’essa, come nella scena cardine del film, è scevra di una qualsiasi carica emotiva. Esiste senza senso, come tutto il resto. Room Temperature propone una visione del terrore non come una risposta alla banalità del male, ma alla banalità di tutto.
Esiste nel film l’intento, da parte di due personaggi, di colmare tale voragine, di combattere il nulla che li circonda. Cercano, di nascosto, un qualcosa che possa ricordare un effettivo rapporto umano. Tale impresa, tuttavia, fallisce in maniera misera e deludente. La loro voglia di amare diventa un tentativo goffo e amatoriale esattamente come quello di fare paura. In entrambi i casi, l’idea di un’umanità capace di comunicare emotivamente annega in un mare di disillusione.
Si può spesso notare nell’horror contemporaneo la volontà di rappresentare un terrore impalpabile, etereo. Non più solo mostri e serial-killer, ma condizioni esistenziali soffocanti. Room Temperature si pone agli estremi più remoti di questa tendenza, esasperando le proprie idiosincrasie formali e narrative fino al parossismo. L’opera è dunque volutamente sbilanciata, in certi casi confusa, ma rimane un scorcio affascinante su nuovi modi di intendere il genere.
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