Tutte le emozioni che ci hanno lasciato i film di David Lynch
Forse è per gli anni in cui siamo nati, per il modo in cui l’abbiamo vissuto, per il suo essere allo stesso tempo personaggio quotidiano e fuori dal mondo che David Lynch rappresenta per noi una guida prima che un regista o un artista a tutto tondo. David Lynch era al tempo stesso nebbia e faro, ci guidava e confondeva, lasciandoci intravedere una meta che sempre saremo destinati a inseguire: quel qualcosa che va oltre, un oscuro percorso che porta alla luce, un’ascesa alle massime potenzialità dell’immaginazione, un ricerca che ha come fine impossibile la comprensione delle nostre stesse menti, pozzi di mistero pieni di stelle e idee e sentimenti e dolore e amore. Ma, appunto, David Lynch è stato per noi molte cose, ha fatto parte delle nostre vite (e continuerà a farlo) nei modi più inattesi, intimi, fortissimi. Vogliamo quindi ricordarlo con un ciclo di articoli che toccheranno, sul piano personale e sentimentale della redazione, la sua carriera di artista, dal regista al musicista, dal pittore al fumettista.
Cominciamo dai film di David Lynch e da una selezione di sentimenti ed emozioni che abbiamo vissuto e che non dimenticheremo mai, Let’s Rock!

Eraserhead – 1977
Da quando ho visto Eraserhead, i termosifoni mi fanno paura. Più intensa di un trip di LSD andato decisamente male, la visione di Eraserhead è stata molto più che il primo incontro profondamente intimo con David Lynch. Una vera e propria seduta di ipnosi in cui l’equilibrio tra attrazione e repulsione mi teneva incollata allo schermo, come se in quel labirinto di allucinazioni, incubi e ossessioni ci trovassi anche qualcosa di lontanamente mio. Immagini e dialoghi evocativi di stati angosciosi vissuti soltanto nei sogni, assurdi e surreali eppure così stranamente familiari. In questa soffocante rappresentazione visiva dei percorsi mentali che provocano ansia e paranoia, oltre al termosifone, resta indelebile l’immagine dell’ascensore — da sempre elemento cardine dei miei incubi ricorrenti — la pianta spoglia senza vaso sul comodino, il disgusto misto a ilarità di fronte al pollo nel piatto, in quella sala da pranzo arredata come la vecchia casa dei nonni che nessuno frequenta più da tempo. Impossibile che la mente cancelli. Alice Sola

The Elephant Man – 1980
Il libro a cui torno sempre, quello per me più importante, è una raccolta di racconti di Raymond Carver, Cattedrale. L’ultimo e omonimo di questi si chiude con un uomo cieco che prende a tratteggiare con una matita su un foglio bianco le forme di una cattedrale, senza aver mai potuto vederne una in vita sua. È una scena bellissima, struggente, che si può vedere con chiarezza attraverso le pagine. Ed è quasi la stessa scena con cui Lynch, appena un anno prima di Carver, nel 1980, chiudeva The Elephant Man, storia del freak John Merrick che parte da Tod Browning e poi lo scansa per approdare a quel momento, quella presa di coscienza. John completa il modellino della sua cattedrale di cui è in grado di scorgere solo le guglie dalla finestra della sua stanza. Il cuore e la vista si spalancano: vede finalmente la sua umanità oltre l’apparente mostruosità, “you’re not an elephant man, you’re Romeo”. L’adagio per archi che si posa sulle immagini, e avvolti dall’amore lo accompagniamo al lungo sonno, come quello di un bambino che gli tiene compagnia in un piccolo quadro nella sua stanza, e poi verso un cielo imperlato di stelle. “Nothing will die”, sussurra il volto della madre tra queste. E noi lo sappiamo con te, caro David, ora più che mai. Andrea Giangaspero

Dune – 1984
Sono tra quelle persone che restano spesso invischiate in ossessioni sonore di vario genere, la maggior parte delle volte entra nella mia testa in ciclo continuo un brano che diventa sfondo di qualsiasi mio pensiero, ed è dura liberarsene. Un tarlo potentissimo fu la Prophecy Theme che Brian Eno produsse per il DunediLynch©, diventata da subito un chiodo fisso che impiegai giorni a smaltire, con insopportabile frustrazione. Forse fu anche il mio primo approccio alla musica Ambient, e lo devo a David Lynch, uno a cui devo tante cose e che pure col suo Dune, che non piaceva nemmeno a lui, riuscì a lasciarmi qualcosa di duraturo. Per questo film, d’altronde, insieme a Brian Eno chiamò anche i Toto, e proprio con David Paich produsse la potente colonna sonora del prologo, ovvero l’altro grande ricordo che ho di Dune. La principessa Irulan che scompare e riappare su un letto di stelle, come una dea egizia, come un sogno venuto da mille anni avanti o indietro nel futuro. E di nuovo le stelle, quel simbolo di mistero che abbiamo sulle nostre teste tutti i giorni e che forse David Lynch era più abituato di noi a guardare. Carlo Maria Rabai

Blue Velvet – 1986
Ricordo con grande precisione la prima volta che ho visto Blue Velvet. Ero uno studente universitario e per la prima volta stavo frequentando un corso di storia del cinema. Ho chiara in mente la sensazione di straniamento che ho provato guardando i gialli e i rossi troppo vividi per essere reali dei fiori che aprono il film e che ci introducono alla quieta normalità di Lumberton. Ricordo in particolare il carattere vagamente inquietante del cane accucciato sul camion dei pompieri e il saluto troppo lento del vigile del fuoco. Ricordo il passaggio lento e rassicurante (ma era davvero così?) dei bambini che attraversano la strada. E soprattutto ricordo il fascino ossessionante, che ritorna immutato ad ogni visione, della successione di inquadrature sul cane che morde invano il getto dell’acqua, dove ad ogni avvicinamento la trama del reale sembra sfilacciarsi per lasciar emergere un’oscurità ormai incontenibile. È qui, più che nei labirinti mentali del Lynch successivo, che mi pare di aver intravisto la chiave del suo genio. Giuseppe Previtali

Wild at Heart – 1990
Qualche anno fa scoprii l’esistenza di un documentario intitolato Lynch/Oz, che si presentava come una sorta di lungo videosaggio sul rapporto viscerale tra il cinema del regista di Missoula e l’iconico viaggio di Dorothy verso la città di smeraldo. Mi misi alla ricerca di un contatto dell’autore, un link, un modo qualsiasi per vederlo. Divenne un’ossessione in breve tempo. Sarò sempre grato al TOHorror Fantastic Film Fest se ho avuto l’occasione di godermelo sul grande schermo, ma c’è da dire che quando uscii dalla sala ebbi la sensazione che, in fondo, io quel film l’avessi già visto. Flashback. Siamo nel 2007, ho 17 anni, e tutti i blog del web parlano di Inland Empire. Non solo, la rete sta scoprendo David Lynch in una maniera che prima non era possibile. Così, mentre cerco di mettermi al passo con la comunità virtuale di cui desidero fare parte, ovvero quella cinefila, mi imbatto in Wild at Heart. A ripensarci oggi, all’epoca non avevo ancora incontrato Twin Peaks, e probabilmente nemmeno Blue Velvet, quindi le interrelazioni, il volto di Laura, la sua innaturale eppure ovvia purezza, l’ironia con cui ogni stilema veniva rovesciato, tutto questo non mi era ancora familiare come avrei voluto. Ma seppi subito che quella esperienza mi stava cambiando la vita. Alessandro Amato

Twin Peaks: Fire Walk with Me – 1992
«Nell’oscurità di un futuro passato
Il mago desidera vedere
Non esiste che un’opportunità tra questo mondo e l’altro.
Fuoco, cammina con me»
Eccomi al varco che segue la seconda intensa avventura a Twin Peaks, di cui conservo un ricordo dai tratti fantasmatici e confusi come quelli dei sogni più intensi e bizzarri. Una formula tenebrosa e affascinante, più simile a un maleficio che a un incantesimo, sembra essere rivolta proprio a me: Fire walk with me, fire…walk…with me. Non è certo la prima volta che la sento, eppure ora sembra attrarmi con più forza. Un invito, che accetto con la curiosità di un bambino di fronte a qualcosa di pericoloso, a procedere con cautela verso il bosco più fitto e oscuro. Oltre ogni possibilità di comprensione razionale,
attendo la manifestazione di un Male misterioso attraverso il ritratto disperato di Laura Palmer, di cui subisco il fascino religioso e ossessivo tanto quanto i personaggi del film, con la sensazione viva e spaventosa di essere coinvolta nelle vicende di Twin Peaks e nei suoi segreti. Senza cercare risposte, mi
sospendo tra visioni blu come scariche di elettricità e il rosso lampeggiante di questo viaggio negli inferi in cui continuamente perdo, trovo e riperdo le coordinate. Alice Sola

Lost Highway – 1997
Sembra quasi che i film di Lynch scelgano apposta i momenti meno adeguati per raggiungermi la prima volta. Con Mulholland Drive fu in un lungo viaggio in treno: non il luogo ideale, soprattutto per l’impatto di certe scene a dir poco memorabili.
Per vedere Lost Highway invece ho allestito io la situazione, quasi prevedendone l’effetto: in casa da solo, la sera tardi, con un leggero barlume di stanchezza ad annebbiare la lucidità. Inutile dire che la risonanza con il “reale” rappresentato dal film è stata immediata. Nessun angolo di casa sembrava più quel che era, nessun rumore proveniente dai vicini d’appartamento sembrava significare davvero sé stesso. Fiondato a tutta velocità lungo la strada buia e vorticosa che incornicia il film, il collasso tra le immagini, il loro fruirle e il resto del mondo è stato uno schianto dirompente, una collisione che ha frantumato i margini di qualsiasi dispositivo.
E a ripensarci, forse mi sbaglio: forse i film di Lynch scelgono sempre il momento perfetto per raggiungermi, dalla prima volta alle infinite successive. Nicolò Villani

The Straight Story – 1999
Una storia lineare, un road movie che non dirotta verso la sua alienazione ma viaggia integro dall’Ohio al Winsconsin. Ma anche la storia di Alvin Straight, che a settantatré anni decide di attraversare l’America col suo trattore tosaerba per ricongiungersi col fratello Lyle. Un ritorno a Itaca che inizia con un cielo stellato come rotta universale e che non viola sé stesso come in Strade Perdute, ma resta fascinosamente bidimensionale. È l’ultimo film di Lynch che ho visto, molto in ritardo rispetto agli altri, e come lui avrebbe voluto ha rappresentato il lieto fine dopo un lunghissimo sogno infestato da doppelgänger. Ma è stato per me anche l’inizio di un viaggio amoroso, epifania di un sentire comune, di lunghi minuti di commozione e di un nuovo orizzonte stellato. Il mondo è un luogo ombroso ma bellissimo, e Lynch ci invita ad accogliere un happy ending capace di risvegliarci dai nostri personalissimi incubi e a immaginare un finale luminoso, a immaginarlo per inverarlo. Sandra Innamorato

Mulholland Drive – 2001
«I had a dream about this place.».
L’anno scorso ho lasciato per sempre un pezzo del mio cuore sui tornanti sinuosi della stupenda Mulholland Drive. Durante il nostro soggiorno a L.A., era quello il luogo prediletto in cui io e mia moglie tornavamo in auto ogni sera. Ad attrarmi ogni volta, un magnetismo che non credo di avere mai provato per un luogo. Mulholland Drive è stato del resto il mio primo incontro col cinema di David Lynch, una di quelle esperienze uniche nella vita in cui hai l’immediata impressione che qualcuno stia facendo con i tuoi sensi qualcosa che nessuno ha mai fatto prima. Quello che però ho potuto verificare solo molti anni dopo è quanto profonda sia l’osmosi tra i luoghi reali (sempre ammesso che L.A. esista davvero) e il loro doppio lynchano. Forse per la prima volta, ed è questo ad avermi riportato lassù più volte, in quei luoghi la vita non mi è apparsa poi così lontana da come questi apparivano sullo schermo, permeati da quell’aura misteriosa e carica di contrasti che Lynch ha saputo restituire e plasmare come nessuno. Così, la panoramica di Mulholland Drive si snoda tracciando un percorso che sembra suggerire quello di Betty nel film, in cui ogni curva rischia di farti precipitare tra le tenebre pronte a inghiottirti se ti lasci irretire dalle promesse sfavillanti delle luci al di sotto. E se qualche scettico volesse poi sostenere che sia tutto frutto di un’autosuggestione, poco importa. Come ci ha insegnato Lynch con la sequenza del Club Silencio, di fronte alla finzione esibita della messinscena, l’unica verità che conta sono le lacrime autentiche dello spettatore. Riccardo Bellini

Inland Empire – 2006
Sulla coda dell’inverno del 2007, quando uscì nelle sale italiane Inland Empire, ero una studentessa del primo anno del DAMS di Roma e per me David Lynch era già un dio. Andai con il mio fidanzato del tempo in un cinema nei pressi di via Appia, credo ora chiuso da tempo, a una proiezione pomeridiana. L’impatto fu incredibile: tre ore di totale tensione, un misto di sensazioni tra il terrore, la paura e il sogno. Dico una cosa scontata ma uscii dal film totalmente frastornata. Cos’è questa cosa che ho appena visto, pensai da ingenua cinefila che voleva una spiegazione a tutto. Tornammo a casa e iniziai a cercare tutto il possibile online, sui forum di appassionati, sui siti ancora in html, scaricai la colonna sonora, l’ascoltammo per giorni. Quella scena in cui il gruppo di ragazze inizia a ballare sulle note di The Loco-Motion di Little Eva e improvvisamente sparisce, il volto esagerato di Laura Dern che urla davanti alla telecamera con un trucco da clown. Il nostro stupore, mio e di Marco, nell’apprendere che quel film era stato girato con una Sony PD150, una telecamera che già ai tempi aveva un costo abbordabile. Noi sprovveduti innamorati del cinema, con gli occhi in fiamme, non riuscivamo a darci una spiegazione di ciò che avevamo visto, qualcosa sì di aspettato ma che non potevamo credere potesse essere proprio così. Scatole cinesi che si aprono e richiudono, un Mulholland Drive al quadrato, il nostro strano oggetto del desiderio inafferrabile come solo Un chien andalou, forse. E poi ci dicevamo “Però se non avesse fatto Strade perdute non sarebbe mai arrivato a questo…”, noi troppo convinti di avere la risposta tra le mani che trovava una quadra a tutto, però ancora confusi da quella visione, increduli. Rivedo il film pochi giorni fa, non pretendo più di dover trovare delle risposte, mi lascio sopraffare e mi spavento ancora, sono tesa come la prima volta, eccitata di ripetere l’esperienza. È una droga volersi fare sconvolgere. Ma quel se continua a ritornarmi in mente.
Se… se… se….
Se non ci fosse stato David Lynch. Andreina Di Sanzo
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