The Passion According to G.H.B. – L’immagine di sé | Sicilia Queer 16
Nient’altro che una stanza a Buenos Aires in cui drogarsi e fare sesso. Questo è il luogo, a metà fra una crisalide e una porta sull’abisso, nel quale va in scena tutta la vicenda di The Passion According to G.H.B. (A Paixão Segundo G.H.B.) di Gustavo Vinagre e Vinicius Couto. Esponenti di un cinema queer che ostinatamente si colloca ai margini, i registi mettono in scena un racconto la cui semplicità permette di esplorare alcune delle problematicità più oscure e destabilizzanti di una sottocultura.
Vi è appunto un evidente contrasto fra mondo interno ed esterno. La stanza di Mathais, interpretato dallo stesso Couto, è all’inizio spoglia e anonima, e in essa Il protagonista vive emarginato da tutto e da tutti, obbligato all’assunzione di droghe per ottenere uno stimolo sessuale. Questo spazio sicuro viene poco a poco colmato da elementi esterni. Sopraggiungono altri uomini, altra droga, che viene assunta con sempre meno cautela, ma anche altri ricordi, altre esperienze, che si vanno ad accumulare fra un amplesso e l’altro. Il film dunque traccia l’arco emotivo di Mathias su questi tre binari paralleli, in cui l’orgasmo, l’estasi psichedelica e lo sfogo emotivo sembrano essere una destinazione comune.
Sotto questo aspetto la semplicità formale di Vinagre e Couto spiazza per la crudezza dello sguardo. Il sesso non è simulato, e i corpi sono ripresi nella loro completa fragilità. L’intimismo di fondo permette una forte immediatezza empatica, ma sotto la quale si nasconde un abisso di solitudine e disperazione, come un luogo famigliare che lentamente si trasforma in un inferno dantesco. I registi, tuttavia, evitano sempre la trappola del ricatto emotivo. The Passion According to G.H.B. è un’analisi del concetto di rappresentazione, applicata a un contesto e a una realtà queer tenuta nascosta nei discorsi più mainstream, ma sempre presente. Il chemsex, infatti, è la cornice di tutto il racconto, ma è attorno al modo con cui tale sottocultura diventa performance e narrazione che si sviluppa il conflitto tematico della pellicola.

Il titolo è un rimando a un classico della letteratura brasiliana, A paixão segundo G.H. di Clarice Lispector, rielaborato ironicamente (il G.H.B. è la sigla dell’ecstasy liquida). I personaggi citano il romanzo molteplici volte, fino a farlo diventare parte integrante della vicenda. Allo stesso modo, quasi come un contraltare al sesso non simulato, le droghe non sono mai effettivamente presenti, ma vengono “suggerite” attraverso gesti e oggetti di scena che ne mimano la forma. Infine, il film introduce ogni personaggio con un’inquadratura simile ai “confessionali” dei reality show. Molteplici elementi, quindi, rivelano l’artificiosità del film.
Esplicitando l’idea di racconto cinematografico come semplice “messa in scena”, realistica ma mai reale, Vinagre e Couto espongono in maniera autocritica i limiti che la narrazione, in generale, possiede nei confronti della realtà che stanno filmando. Si viene quindi a creare un parallelismo fra il film e il suo stesso protagonista, entrambi afflitti dalla stessa irrisolvibile crisi di identità.
Mathias, mettendosi a nudo, sia fisicamente che emotivamente, è costretto a confrontarsi con la consapevolezza di entrare in contatto con lo sguardo (e i giudizi) del mondo esterno. Allo stesso modo, i registi, mettendo in scena la storia di Mathias, fatta di un’esasperazione senza filtri di pratiche sessuali e psichedeliche, si trovano nella posizione rischiosa di creare una rappresentazione problematica della loro comunità. Il finale del film è il culmine di questo dilemma sia teorico che esistenziale: l’esigenza di raccontare, e di essere raccontati, che si scontra con i limiti dell’immagine che si ha si sé.
The Passion According to G.H.B. è dunque un’affascinante opera a metà fra diario e saggio, autoanalisi e testimonianza, studio teorico e sguardo empatico. Incapaci di darsi riposte, i registi trasformano l’atto di filmare in un atto di fede, disperato forse, ma necessario.
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