Morti, perforazioni e altre inutilità nel finale di The Boys
Per essere stata una serie famosa grazie all’utilizzo tragi-comico del fattore shock, sorprendendo così il pubblico e spingendolo in una situazione di confusione ed auto-analisi verso il proprio gusto dell’orrido, la quinta stagione di The Boys termina con un finale anacronisticamente anti-climatico.
In un puntuale e quanto più aspettato giro d’eventi, la colonna portante di questa quinta ed ultima installazione diviene parodia di sé stessa e del panorama politico americano attuale: Patriota si auto-proclama messia, sbeffeggia l’acume del popolo ricorrendo all’intelligenza artificiale per modificare dei video e punta la sua intera immagine pubblica sul voler liberare la Nazione da qualunque forma di anticonformismo. Quest’ultimo scomodissimo pugno viene tradotto nei principi di un’associazione ribelle che non esiste, i seguaci di Starlight, i quali vengono uccisi, deportati o imprigionati in veri e propri campi di lavoro.

D’altronde era impossibile aspettarsi altro da un uomo con deliri d’onnipotenza. L’unica strada per assicurarsi il potere totale è ascendere allo stato di divinità, e ciò gli è possibile giostrandosi tra i media, rassettando la Casa Bianca, facendo sparire i suoi alleati al loro minimo cenno di incertezza e scortando multi-milionari nello spazio.
A mettere in crisi il gran castello di carte placcate d’oro ed intinte nel latte materno è in primis la corolla di figure di cui Patriota si circonda, figure che diventano pian piano coscienti sia della loro orrida complicità (senza mai davvero redimersi, perché se c’è una cosa che ci hanno insegnato le prime stagioni della serie è che la bontà pura degli eroi non può esistere nel nostro contesto socio-culturale) sia dell’imminente fine del mondo.

Il gran peccato risiede proprio nel potenziale sprecato dei personaggi secondari, i quali, avendo sulle loro schiene un bagaglio narrativo imponente, trovano poco respiro. Paradossalmente, vengono introdotti degli “ospiti” che lasciano il tempo che trovano e paiono esser stati piazzati come segnaposto in scene rivelatesi pressoché inutili solamente per soddisfare il desiderio dei fan nostalgici di Supernatural e di esclamare «ma quello lo conosco!».
I montanti che hanno spinto la premessa di The Boys fino alla sua conclusione sono sempre stati cervella esposte, organi genitali prensili ed effetti speciali capaci di scatenare risate disgustate o di far scattare gli sguardi oltre lo schermo per evitare reazioni viscerali, eppure arriva un momento dell’opera in cui il troppo stroppia. Less is more diventa una formula applicabile in questo caso, ed il prodotto avrebbe funzionato meglio se si fosse posto il less sull’esagerata e tante volte gratuita esplosione di teste per favorire un more capace di sciogliere i nodi al pettine della trama principale.
Pur essendosi venduta come una storia che va letta tra le righe per discernere la presa in giro dalla propaganda di roboante mascolinità tossica mista a suprematismo bianco promossa da Patriota e compagnia, questa precipita nella stessa pozzanghera che critica. La donna più intelligente del mondo diventa, a detta sua, «stupida come voi altri», gli adolescenti eversivi introdotti con lo spin-off Gen V (ennesima malcapitata serie troncata) fanno la loro comparsa come meri rappresentanti di loro stessi, Soldatino è Jensen Ackles, A-Train e Black Noir escono di scena tramite omicidio colposo per mano di uomini bianchi, Kimiko riacquista la parola per non dire niente di rilevante ed esprimere costante desiderio sessuale, Butcher perde il senno di conseguenza all’unico animale che si spegne di quella che parrebbe vecchiaia ed Annie non solo rimane incinta e viene piazzata in un negozio di elettronica, ma accetta di chiamare sua figlia come l’ex fidanzata morta di Hughie.

Ci sono dipartite che, dopo essere state anelate per sei lunghi anni, dovrebbero far festeggiare lo spettatore. Laddove assistere all’umiliazione di Patriota in diretta mondiale sia stato, in un’imbarazzante dimensione tutta sua, appagante, il processo della sua morte si è risolto in un batter d’occhio. E forse non avrebbe guastato prolungarsi e fargliela patire un poco peggio.
La quinta stagione di The Boys è stata un proverbiale cane che si morde la coda, un punto che probabilmente sarebbe stato esplicato meglio se le quasi otto ore di prodotto fossero state gestite in maniera più lineare e meno sbrigativa e che avrebbe lasciato un’impronta più marcata sul panorama seriale se non si fosse cercato di dare un lieto fine “normale”, come dice Hughie al nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, ai suoi personaggi.
Infine, va dato ad Abisso ciò che è di Abisso: era ora che qualcuno lo perforasse.
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