La mattina scrivo – Il prezzo della libertà | Venezia 82
Fino a dove siamo disposti a spingerci per inseguire le nostre passioni? A cosa siamo disposti a rinunciare? Sono questi gli interrogativi di fondo di La mattina scrivo (À pied d’œuvre, letteralmente “al lavoro”), l’ultimo film della regista francese Valérie Donzelli. L’opera racconta la storia vera di un fotografo che, per dedicarsi alla scrittura, rinuncia a una vita agiata – fino a scivolare nella povertà.
Dopo Park Chan-wook e il sorprendente No Other Choice, La mattina scrivo è il secondo film in Concorso a Venezia 82 a puntare i riflettori sul mercato del lavoro contemporaneo. Presentati nella stessa giornata, il lavoro della Donzelli sembra avere un protagonista antitetico rispetto a quello del regista sudcoreano, un uomo che compie una scelta radicale pur di non scendere a compromessi con se stesso e la propria passione. Paul Marquet, fotografo affermato, bianco e benestante, abbandona la sicurezza di un lavoro ben pagato, disattendendo le aspettative della società e della sua stessa famiglia per dedicarsi a lavoretti saltuari da tuttofare, fisicamente estenuanti ma che gli permettono di avere più tempo a disposizione per dedicarsi alla scrittura.

L’illusione è quella di guadagnarsi la libertà, ma come Paul scopre ben presto a sue spese, vivere umilmente non corrisponde affatto al vivere con semplicità. Anzi, la vita per lui diventa estremamente complicata quando decide di iscriversi all’app jobbing, che permette di svolgere lavoretti manuali, promettendo libertà e flessibilità. In realtà ciò che avviene sull’applicazione è una vera e propria guerra del lavoro, un continuo gioco al ribasso in cui a vincere è chi accetta la tariffa più bassa e svilente, precipitando in una spirale che svaluta il lavoro e la dignità umana. In questo nuovo sistema non esistono più datori di lavoro, la mediazione tra cliente e jobber viene gestita da un freddo algoritmo, mentre indifferenti clienti partecipano al crudele meccanismo, elargendo compensi minimi e valutazioni umorali.
In poco tempo Paul si ritrova a falciare un prato con una sola cesoia, a travasare piante, fare il tassista e affrontare traslochi improbabili per poi ricevere appena 1 stella: Paul è operoso ma parla poco.
Non c’è eroismo né idealizzazione nella scelta di Paul, ma piuttosto una messa in discussione dei meccanismi di una società iperconsumistica, il tentativo di trovare un’alternativa in un mondo sempre più votato al consumo e alla produttività a tutti i costi, dove il nostro tempo e le nostre passioni valgono sempre meno. L’incomprensione e la disapprovazione che lo circondano, anche da parte della sua stessa famiglia, lo condannano però alla solitudine, finendo per estrometterlo progressivamente dalla vita sociale. Paul smette di avere un ruolo nella società, la sua scelta di vita è scandalosa non tanto perché povero ma perché povero per scelta. Si ritrova così in una condizione sospesa: non viene percepito come un “vero povero”, perché la sua situazione è determinata da una precisa decisione, eppure vive ai margini della società, invisibile. È, come suggerisce lui stesso, come le cinque di un pomeriggio d’autunno, il sole è già tramontato ma non è ancora sceso il buio.

Il delicato e potente film di Valérie Donzelli ha il merito inoltre di far luce su un aspetto del lavoro creativo poco conosciuto dai non addetti ai lavori e scarsamente rappresentato, mostrando la mancanza di un nesso di causalità tra l’essere pubblicati e il poter ambire a fare della scrittura la propria fonte principale di sostentamento. Come sottolinea argutamente il protagonista, nel voice over che accompagna la vicenda, finire un libro non significa essere pubblicati, essere letti non significa essere amati, avere successo non offre alcuna promessa di fortuna.
È attraverso Paul, interpretato con grazia e sensibilità da Bastien Bouillon, che il film trova il suo fulcro espressivo, conducendoci a passi leggeri e silenziosi nelle maglie interstiziali della società, quegli spazi nascosti e marginali in cui si collocano esistenze precarie. Attraverso i suoi occhi, riflessi nelle inquadrature sgranate e nell’uso della camera a mano, la Donzelli svela i meccanismi perversi della gig economy, denuncia le feroci logiche del sistema editoriale e ci mette di fronte a una miseria tangibile, concreta, non quella remota dei Paesi del terzo mondo, ma una povertà che è intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi.
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[…] – PREMIO PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA: Valérie Donzelli, Gilles Marchand, per À pied d’œuvre […]