Ma quindi The Sea è un film sionista?
Shai Carmeli-Pollak è un regista israeliano pluripremiato in patria. Uno dei suoi film-documemtario, Refugees del 2008, è così riassunto su Imdb: «Nel 2007, un’ondata di rifugiati africani ha attraversato il confine con Israele. A mani vuote, attraversando il deserto a piedi, questi disperati si sono trovati ad affrontare condizioni estreme al confine tra Egitto e Israele, nel disperato tentativo di raggiungere la sicurezza di Israele». Possiamo quindi affermare con un buon grado di sicurezza che Pollak ha fatto volentieri parte dell’hasbara, la propaganda israeliana volta a normalizzare l’esistenza dell’entità e della pratica sioniste. Da essa è stato formato e mantenuto ed egli l’ha sostenuta a sua volta con i suoi film. Pollak non è quindi un antisionista, alla meglio un liberale fortemente critico delle pratiche “attuali” (che attuali non sono, ma quasi ininterrotte da 78 anni) di un sistema che trova comunque legittimo o almeno irreversibile. Le sue posizioni sono espresse nel dettaglio nelle sue recenti interviste (qui e qui). Fatte queste doverose premesse, è doveroso chiederci se un film come The Sea, l’ultima fatica di Pollak, sia effettivamente un aiuto concreto alla causa palestinese, almeno per quanto può esserlo un film, o solo un tentativo di normalizzare il sistema sionista attraverso una critica radicale delle sue storture.
Khaled è un ragazzo di 12 anni che desidera vedere il mare. Vive a poco più di un’ora dalla spiaggia di Tel Aviv e decisosi a raggiungerla, scappa di casa e si imbarca in un’odissea che lo vedrà sfidare coprifuoco, confini militarizzati e barriere linguistiche. La struttura stessa del racconto ricalca in parte e al contrario il poema omerico: qui è il figlio a essere esule, mentre il padre parte alla sua ricerca e la meta non è la casa o la terraferma, ma la fuga da esse. Nonostante le più che valide premesse iniziali, fin da subito il film mostra i limiti di una visione autenticamente israeliana, per quanto critica del proprio governo. Già il fatto che il mare venga presentato come “quello di Tel Aviv” e non venga ribadito abbastanza che si tratta di un mare e di una spiaggia occupate come tutta la Palestina storica è di per sé problematico. Ma forse la scarsità di dettagli narrativi espliciti è strutturale a opere di questo tipo, così come i dialoghi ridotti all’essenziale (neanche tanto a dire il vero), la cura nella composizione dell’immagine e la ricerca del contrasto visivo. Tutti elementi in realtà già tipici di un cinema palestinese reso celebre ad esempio da Elia Suleiman e che qui risultano quasi scimmiottati (ma vogliamo credere siano solo omaggiati).

Il punto più basso e intollerabile dell’hasbara cerchiobottista tuttavia viene toccato proprio in una scena e in un dialogo più o meno a metà: i personaggi di Khalifa Natour – padre di Khaled, palestinese – e Hilla Sarjon – titolare di un bar e presunto precedente interesse amoroso del padre di Khaled, israeliana – hanno uno scambio di battute riguardo i propri figli. La seconda dice al primo che i suoi figli sono dei ragazzi cresciuti e la prima, la più grande, è ora nell’IDF: «sono dei bravi ragazzi!» afferma lei. Lui annuisce. Il pubblico mormora. Non solo è difficile immaginare che i suoi figli facciano parte di quella minoranza israeliana che si oppone alle politiche genocidarie fondative dell’entità sionista, ma è ancora più difficile crederlo mentre una di loro imbraccia il fucile, pronta a sparare ai palestinesi. Ma il regista ci chiede di farlo comunque, ci chiede cioè, come in qualunque film di finzione, di sospendere la nostra incredulità e di credere che esistano sionisti “buoni” o comunque sionisti contro la loro volontà. Possiamo affermare in questo senso quindi che The Sea è un film generatosi e intriso del peggior sionismo “liberale”.

C’è però altro oltre la retorica liberal-sionista di cui è costituito il film ed è qualcosa che emerge durante la visione. Il senso principale che viene infatti stimolato nel film è proprio la vista ed è attraverso di essa che il regista espone una delle caratteristiche principali della società israeliana: la schizofrenia. Israele è il “civile” armato di fucile mitragliatore con una toppa sulla zaino che riporta la scritta “sono vegano”. Israele è la vetrina queer che sceglie di coprire un sistema di discriminazione e violenza. Israele è la normalità occidentale abitata da bulli di quartiere protetti da una polizia addestrata a incutere terrore nei bambini. In quest’ottica si comprende molto bene la campagna promozionale di questo film, presentato come «il film che il governo israeliano non vuole che tu veda», ovvero l’attuale governo israeliano. E non si può sottostimare niente che arrechi fastidio in questo preciso momento storico al governo che più di ogni altro prima ha normalizzato e esaltato ciò che Israele fa dal 1948: il genocidio e l’occupazione.

Al tempo stesso, non si deve delegare a questo film il compito di illustrare e denunciare il pozzo senza fondo dell’ideologia sionista. E non perché fallisca miseramente nell’intento – sebbene indubbiamente ci siano prodotti che lo fanno molto meglio – ma perché per quanto possa essere critico verso l’attuale esecutivo è comunque un film che la propaganda sionista, sia pure quella più “liberale” a parole, quantomeno tollera. Sarà pur vero che che il ministro della cultura israeliano per ritorsione ha simbolicamente tagliato i fondi all’accademia cinematografica del proprio paese, ma è anche vero che il film in patria ha fatto incetta di premi. Su 13 candidature ai premi Ophir (gli Oscar di Israele), The Sea ne ha incassati cinque: miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista e miglior colonna sonora originale. A questi si aggiungono tre premi del Jerusalem Film Festival. È innegabile quindi che il film faccia comodo a quella parte della propaganda israeliana che vuole presentarsi come la più tollerante, inclusiva e critica del governo attuale, ma pur sempre sionista.
C’è anche un altro fattore critico di questo film che è stato oggetto di contestazione del BDS addirittura già per No Other Land. The Sea è un film israeliano che parla di palestinesi e i palestinesi non hanno bisogno della validazione israeliana per raccontare la propria storia, cosa che questo film implicitamente afferma con la sua sola esistenza. Ma allora The Sea è un film sionista o no? Da un punto vista meramente ontologico sì. The Sea è un prodotto di una società fondata sul genocidio e l’occupazione che cerca decenni dopo e tramite un film di assolversi agli occhi del mondo occidentale. Ma per il semplice fatto che questo film provenga da una realtà che l’occupato ha tutto il diritto di considerare illegittima, allora anche il film in sé è illegittimo. Se invece adottiamo il punto di vista di chi questo film l’ha portato in Italia per sfidare il governo Netanyahu, portare in sala quante più persone possibili per sensibilizzare sulla vita quotidiana dei palestinesi occupati e mettere in contatto nuovamente il pubblico con Francesca Albanese, allora il film riesce almeno parzialmente nel suo intento. Vuoi un po’ per il gioco di contrasti sul quale poggia tutta la scrittura, vuoi per la costruzione della vittima perfetta che piace molto al pubblico socialdemocratico, The Sea può essere un più che valido gradino per far prendere consapevolezza a un pubblico che non riesce o non vuole informarsi adeguatamente sul genocidio in corso. Ciò non toglie che l’immagine che meglio riassume il senso del film sia quella del padre, interpretato da Natour. L’unico modo che i palestinesi hanno ora per sopravvivere agli occhi del mondo è quello di essere remissivi, discreti e in casi estremi indossare un kippah.

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