Backrooms e quel piacere che si prova a veder nascere un nuovo universo
-You don’t want to embrace AI?
-Absolutely Not.
(Kane Parsons, rispondendo alla CBS)
Forse non abbiamo smesso di sognare. Forse si può essere umani e andarne ancora fieri. Guardando Backrooms ho assistito al compiersi di una visione, organica, coerente, che viene da lontano, da anni di passione e riflessioni che l’uomo della strada non si azzarderebbe mai ad attribuire a un ragazzo che tra pochi giorni compirà ventun anni. Eppure noi non siamo uomini della strada e questo film e il suo regista, Kane Parsons, sono la dimostrazione che c’è qualcosa di imbattibile nella creatività umana, a qualsiasi età: quell’insondabile curiosità che giorno dopo giorno nelle mani di un artista può generare un intero universo. Come scrivevo in questo approfondimento, Kane Parsons fu in grado di partire da un’immagine e di costruirci attorno un apparato estetico e una lore capaci di intrigare milioni di persone in tutto il mondo, compresi i componenti di A24, la casa di produzione che con Backrooms si è probabilmente assicurata introiti per centinaia di milioni nei prossimi anni.

Backrooms è l’horror che insieme a Obsession sta “salvando” il cinema, nel senso che lo sta allontanando da un certo modo di pensare, dalla tendenza ormai consolidata a rileggere sempre le stesse storie invece di rischiare. Tra i due film però Backrooms mi sembra il più rilevante rispetto a questo tema, perché mentre al cinema esce il ridicolo The Mandalorian and Grogu, che era forte di un universo narrativo abnorme e amatissimo come quello di Star Wars, il destino impietoso lo mette a confronto con un film costato circa dieci milioni e che al botteghino sta battendo un record dopo l’altro dando vita a qualcosa di totalmente inedito per la sala cinematografica contemporanea: un nuovo mondo. Con nuove regole e nuovi personaggi, una lore da costruire e infinite possibilità di crescita. Quale confronto migliore avremmo potuto avere, se non questo, per deciderci a mandare in pensione le vecchie idee trite e ritrite e abbracciarne di nuove, per abbassare l’età media dei produttori e di quelli che stanno ai piani alti del cinema mondiale? Chissà se qualcuno avrà il coraggio di farsi da parte e salvare la Galassia lontana lontana affidandola magari a Tony Gilroy…

Ma torniamo al film del momento, che per me ha appunto il merito di aprire un nuovo sentiero pieno di storie e che per farlo ha scelto di mediare tra una creepypasta analogica a molti già nota e un pubblico più largo, quello del cinema, che difficilmente ha intercettato le backrooms o le poolrooms nel folle mondo dell’algoritmo. La scelta di Kane Parsons e degli altri sceneggiatori, su tutti Mark Duplass, non nuovo al cinema surrealista (recuperate The One I Love!), è stata quella di scrivere pochi personaggi senza confondere troppo le acque e di rendere le backrooms leggibili a tutti, trasformandole in una sorta di mostro generato dal sonno della ragione di un uomo qualunque, un deluso, amareggiato venditore di mobili interpretato da un ansiogeno e stralunato Chiwetel Ejiofor. Quest’ultimo si confronta col suo contraltare perfetto, una psichiatra traumatizzata (Renate Reinsve), ex reclusa domestica che mentre cerca di risolvere i problemi altrui si ritrova nuovamente di fronte ai propri, vagando in quell’edificio complesso e spaventoso che è la mente umana, coi suoi angoli ciechi, le porte nascoste e gli ampi spazi da cui è molto difficile che esca qualcosa di buono.

In questo aspetto Backrooms decide di porsi come trattatello sulla psiche umana e sulla paura che l’umano può avere di sé stesso. Dalla prima scena – un’intensissima soggettiva analogica – in poi, il regista cerca di costringerci al confronto con l’ignoto, con ciò che si cela dietro un angolo, lasciandosi andare a quelle che sono le sue passioni, da Portal a Lost, con un gabbiano al posto dell’orso polare e una scala per il seminterrato al posto di una botola illuminata. In qualche modo Kane Parsons unisce le passioni Gen Z con le passioni Millennial, fungendo da anello di congiunzione e pacificatore tra due generazioni che si incontrato poi in sala unite dalla sempreverde natura generativa dell’horror, il genere dei “fenomeni” per eccellenza. Il tentativo di arrivare a tutti grazie soprattutto ad alcuni spiegoni di troppo lo vedo come un piccolo sconto da pagare per contrastare proprio il fenomeno dello spiegone, mi spiego (hihi): in un momento in cui le piattaforme fanno scrivere le sceneggiature coi piedi perché bisogna considerare che il pubblico sta al telefono mentre “guarda” i film e va quindi imboccato come un povero pirla, Kane Parsons & co. cercano di dare senso a tutto per portare intanto a casa un buonissimo risultato di botteghino e assicurarsi un futuro per questo universo narrativo.

La scelta di spiegare più o meno tutto l’ho letta in questo modo, una sorta di cavallo di troia che permetta a questo mondo produttivo diffidente di avere la potenza economica necessaria a scommettere su capitoli successivi più coraggiosi. Questo film avrà un seguito e forse sarà più spregiudicato di quanto ci si possa aspettare, almeno questo è ciò che voglio sperare, ed è anche il pensiero che mi permette di “soffrire” meno quel repentino cambio di registro che in sala mi ha lasciato francamente di stucco: stava andando tutto bene fino al punto in cui il piratesco protagonista non ha deciso di mettersi letteralmente a tavolino nella sua “Loggia Gialla” per spiegarci per filo e per segno cosa stesse succedendo in quel dannato film.
La parte di me che aspettava quest’opera da quattro anni in quel momento ha avuto un sussulto, ma mi restano sequenze intense, il piacere di vedere e sentire quei neon in una bellissima sala cinematografica e di percepire che dietro alla macchina da presa c’era vera passione, una passione che ha solo iniziato il suo cammino e da subito ha abbracciato – come emerso in varie interviste – quella tanto cara guerra santa all’IA nel mondo dello spettacolo che tutti e tutte dovremmo combattere.
È anche così che nascono gli autori.
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