The Comeback dimostra che l’AI non può (e non deve) sostituire gli umani
La storia della tecnologia è sempre stata ciclica: tra fasi di normalizzazione e rinnovamenti continui, quello che è obsoleto viene superato da qualcosa di nuovo, fino a quando anche questo a sua volta non diventa vecchio, e così via. Negli ultimi decenni, questo processo è diventato sempre più evidente anche in ambito mediale, specialmente dopo l’arrivo della digitalizzazione e di Internet: la televisione tradizionale con la sua esperienza di fruizione lineare è stata progressivamente superata dall’avvento delle piattaforme streaming che, assicurando percorsi di visione individuali e altamente personalizzabili oltre a cataloghi di contenuti molto vasti, sono presto diventate più appetibili per un pubblico sempre più familiare con le nuove tecnologie dell’era post-Web.
Oggi, la nuova e inevitabile frontiera della tecnologia sembra essere l’AI, già impiegata in svariati campi ma soprattuto alla portata di tutti: basta avere un dispositivo connesso a Internet per avere a distanza di un click quello che potrebbe sembrare uno strumento di conoscenza infinita e immediata in grado di semplificare la vita svolgendo (quasi) qualunque mansione al posto nostro, dalla compilazione della lista della spesa per l’ultima ricetta scoperta su Tik Tok alla risoluzione di complicati problemi matematici. Oltre alle già ampiamente discusse implicazioni più pratiche di questa tecnologia, dagli enormi sprechi di energia e l’impatto inquinante dei data center necessari al suo funzionamento fino al suo ruolo nell’ulteriore arricchimento di miliardari e grandi corporazioni ai danni del resto della popolazione, la questione è particolarmente complicata soprattutto per quanto riguarda l’AI generativa.

L’AI generativa è infatti capace di creare, a partire da semplici prompt, contenuti testuali, visivi e sonori con una rapidità di pochi secondi e uno sforzo umano notevolmente inferiore; assimilando gli errori e le indicazioni ricevute in precedenza, le AI sono in grado di auto-allenarsi per migliorare progressivamente la velocità e la pertinenza delle loro risposte, creando di fatto contenuti sempre più “realistici” e meno facilmente identificabili come generati virtualmente. Le implicazioni etiche di questo impiego sono infinite soprattutto in campo creativo: per generare i suoi contenuti l’AI assimila quanto creato da umani – artisti, scrittori, musicisti – il cui lavoro viene, di fatto, plagiato, manipolato e riprodotto senza il loro consenso e ovviamente senza retribuzione. Riducendo il costo del lavoro, lo sforzo e i tempi necessari richiesti, l’AI generativa è diventata ormai un’ombra incombente sul destino del lavoro creativo di ogni sorta in un fenomeno di cui è complicato determinarne con chiarezza i confini e le conseguenze a lungo termine, anche se i toni non promettono nulla di positivo: anche per questo nel 2023 WGA e SAG, sindacati statunitensi rispettivamente degli sceneggiatori e degli attori, hanno scioperato per pretendere una maggiore regolamentazione su questo fronte in un mercato del lavoro già segnato da contratti precari e insostenibili.
Le riflessioni metanarrative non hanno tardato ad arrivare e, ancora una volta, è la comedy il genere che meglio degli altri sta riuscendo a convogliare i timori davanti all’ascesa di questo scenario portando avanti delle riflessioni critiche profonde e interessanti: è questo il caso di The Comeback, che torna per la sua terza e ultima stagione ancora guidata dai due creatori e veterani del genere, Michael Patrick King (Sex and the City) e Lisa Kudrow (Phoebe in Friends), anche interprete protagonista. Metanarrativa per sua stessa ideazione, fin dai suoi inizi la serie porta avanti un’osservazione critica e diretta dello stato di salute della televisione e, in generale, dell’industria audiovisiva contemporanea seguendo attraverso i decenni (e le tre stagioni difatti sono uscite a quasi dieci anni di distanza l’una dall’altra) Valerie Cherish, un’attrice caduta nel dimenticatoio dopo avere conosciuto il successo grazie a una sitcom negli anni ’90, nei suoi tentativi di riconquistare la fama perduta.

Nella prima stagione, trasmessa e ambientata nel 2005, Valerie accetta di partecipare a un docu-reality che vuole seguire il suo tanto desiderato comeback: finalmente ottenuta una parte secondaria in una nuova sitcom dove è l’unica attrice più anziana in un cast di interpreti molto più giovani e canonicamente affascinanti, Valerie diventa però presto l’oggetto delle costanti umiliazioni di Paulie G., showrunner frustrato e alcolizzato, che vengono riprese dalla troupe e trasmesse senza pietà dal suo stesso reality.
Già malvisti come becero intrattenimento e temuti dagli scrittori, i reality unscripted finiscono però per affermarsi: passano quasi dieci anni e nella seconda stagione, alla luce dell’esperienza vissuta con The Comeback, Valerie decide di realizzare e auto-produrre il suo reality personale, ma solo per essere inglobata ancora una volta dai meccanismi di un’industria che vede nella sua nuova e umiliante celebrità una possibilità di guadagno. È così che Valerie viene scelta per interpretare la protagonista di Seeing Red, nuova commedia “sofisticata” e semi-autobiografica di Paulie G che la HBO decide di produrre per cavalcare il successo del marchio di “prestige television” di cui è essa stessa la prima promotrice. Ancora una volta, Valerie si ritrova però a fare i conti non solo con i maltrattamenti dello showrunner e della produzione, ma anche con il suo stesso desiderio di conquistare una nuova fama a tutti i costi, che la porta a isolarsi e ad allontanare le persone che ama: è solo quando si ritrova a un passo dalla consacrazione definitiva del suo ormai inatteso successo, con la nomination a un premio Emmy, che la protagonista riesce a osservare la sua vita con una ritrovata chiarezza e a correggere il tiro appena in tempo.

Dopo dieci anni dalla stagione precedente, The Comeback torna ancora una volta (e per l’ultima volta) per fare i conti con una televisione e un pubblico radicalmente mutati dopo l’affermazione dei social media, gli effetti del Covid e l’incombenza sempre più presente dell’AI. Tra tentativi falliti di sbarcare a Broadway e di avere un podcast tutto suo, Valerie lotta come il resto dell’industria post-scioperi per restare a galla in un settore destabilizzato. È così che quando le viene offerto il ruolo della protagonista in una nuova sitcom di una delle svariate e neonate piattaforme, Valerie vede l’occasione di ritornare alle sue origini a prescindere dalla potenziali implicazioni etiche: la serie, infatti, è scritta da un’intelligenza artificiale, affiancata da due showrunner indolenti e disposti al ruolo solo per denaro.
Obbligata dalla produzione a mantenere il segreto per paura di alienare il pubblico e il resto della crew, Valerie tace obbediente e mente ai suoi colleghi, convinta dalla retorica della piattaforma – anche creatrice dell’AI che scrive la serie – che le conseguenze di questa tecnologia non colpiranno artisti e lavoratori nella loro interezza, ma “solo qualche sceneggiatore”. Alla fine, però, il segreto viene svelato: con una produzione nel caos tra bug dell’intelligenza artificiale e le proteste fuori dalla porta dello studio, Valerie è spinta a ricredersi anche grazie all’esperienza dei colleghi (non solo) scrittori, i cui timori per il futuro della loro professione la mettono in guardia sul suo stesso destino e su quello dell’industria intera. La stessa Valerie, costretta a prendere le redini di un set senza una guida e dove mancano veri autori, arriva presto a una realizzazione: l’AI non è in grado di sostituire una writers’ room.

Attraverso l’umorismo e lo sguardo spesso ingenuo della sua protagonista, The Comeback riesce a trasformare la sua narrazione in un discorso fortemente critico nei confronti dell’intelligenza artificiale: pur riflettendo i timori dell’intero comparto creativo, la serie non si abbandona a toni catastrofici sul futuro del settore, ma piuttosto riflette lucidamente sulle motivazioni e sulle responsabilità che hanno reso possibile l’inizio di questo stesso discorso. Come osservato in queste settimane anche da Hacks, un’altra grande serie comedy degli ultimi anni, l’inevitabilità dell’avvento delle intelligenze artificiali non è un dato di fatto, ma è una retorica portata avanti dagli stessi soggetti (miliardari) che la producono e la promuovono nell’ottica capitalista di accrescere ulteriormente i loro profitti a scapito dei risvolti potenzialmente dannosi per l’ambiente e il resto della popolazione.
Forse un antidoto a questa apparente inevitabilità, sembrano suggerirci Kudrow e King, è proprio la creatività umana, quella capacità di creare e di raccontare che, fin dalla notte dei tempi, ha contraddistinto l’umanità, creando un senso di universalità a cui soltanto le storie sono in grado di dare vita. In uno scenario che sembra virare sempre più verso una conclusione non proprio positiva, The Comeback è un manifesto di speranza perché ci ricorda come le emozioni su cui si fonda questa creatività, dall’empatia al dolore, siano dei tratti distintivi dell’esperienza umana che una macchina, a prescindere dai progressi, non può e non potrà mai riprodurre.
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