Tutto finisce, persino Good Omens
Già, tutto finisce, tutto trova la sua chiusura, persino Good Omens, una serie che nasceva miniserie – adattamento squisito di un romanzo straordinario -, ha voluto la sua per nulla necessaria seconda stagione ed ora si chiude in un teatralissimo episodio speciale in pieno stile britannico, all’interno di una primavera seriale che sorprendentemente ne sta riscoprendo la forza in più contesti. Impacchettato come vera e propria terza stagione, il finale di Good Omens è uno stand-alone che fortunatamente condensa in una novantina di minuti quello che forse avrebbe a forza nutrito sei laschi episodi, ma che invece qui diventa una sgargiante cavalcata verso una chiusura pensata più per i fan che per il racconto vero e proprio.

Perché qui lo si vuole ribadire ancora una volta: aprire una miniserie oltre i margini della sua solida tenuta narrativa è spesso e volentieri cavalcare il rumore del fandom – e in parte questo speciale ci ricama sopra in vernacolo teologico – specialmente quando dal valore del racconto si passa al valore dello screen time dei protagonisti. Qui David Tennant e Micheal Sheen si confermano totalmente al servizio di una narrazione dentro e fuori il racconto che resta indubbiamente l’elemento più gustoso del proseguo di Good Omens, che si dimostra però un prodotto ormai pressoché parallelo rispetto alle sue premesse, tanto da costruire un contro-universo narrativo ben distante dalla fonte e persino dalla sua prima stagione. Quella distanza intrapresa diventa, in modo un po’ ruffiano, la tavolozza su cui creare una conclusione irrevocabile del racconto.

Una conclusione che però si dimostra – senza alcuna sorpresa – ancor più pretestuosa del previsto, poiché per nutrire la durata da Tv-Movie dello speciale si intarsia di percorsi narrativi pressoché superflui, quando non totalmente ridondanti. Lo stesso filone apparentemente centrale del racconto – la Seconda Venuta di un Gesù un po’ spaesato dal suo improvviso ritorno che viene perso di vista dagli Arcangeli – è quasi una conveniente distrazione per accumulare minutaggio, visto che non ha poi nulla a che spartire con l’effettiva trama sull’ennesimo (e definitivo?) Armageddon. O forse i più indulgenti potrebbero vedere nell’insignificante ruolo del buon spaesato Messia un’ulteriore rappresentazione dell’ineluttabilità della fine dei Tempi nonostante tutto, quasi a rimarcare su un altro livello narrativo lo scontro di intenti tra Aziraphale – che vuole la pace eterna sulla Terra – e gli Arcangeli che vogliono il Giudizio definitivo.

Sia come sia, i novanta minuti di questo tredicesimo capitolo di Good Omens scorrono indisturbati lungo una linea elementare di situazioni mai davvero sfidanti, che si risolvono da sé una dopo l’altra come in una recita scolastica ben allestita, ma mai davvero spiazzante, fino ad addensarsi in un ultimo quarto d’ora che, fortunatamente, vale l’intera visione. Qui la scena si contiene ulteriormente e fa della filosofia sull’esistenza la chiave di lettura del fan service come espediente narrativo: l’esistenza di Good Omens oltre la prima stagione è qui giustificata nella volontà dei fan di vedere dove e come Crowley e Aziraphale possano finalmente essere gli Ineffable Husbands che meritano di essere. Perché diciamolo, a costo di contraddire quanto già più volte sottolineato: alle volte il fan service non è un male, soprattutto quando è supportato da due interpreti eccezionali come Tennant e Sheen e quando si ferma poco prima del disastro, a un passo dal distruggere la fiducia stessa che i fan ripongono nel piacere del racconto.

In questo, l’espediente dell’episodio speciale al posto di un’intera stagione si conferma efficace e, pur nutrito da un racconto effettivamente inconsistente, aiuta a reimmergere i fan nel familiare spazio narrativo fatto dall’asettico Paradiso, l’Inferno rubato dalle scene tagliate di Beetlejuice e la Terra ormai identica a uno di quei graziosi Book Nook in legno da montare e con cui riempire le già zeppe librerie di chi li prende (Amazon, prendi pure nota per il merchandising). In questo aiuta senza dubbio la regia inconfondibile di una veterana del genere, Rachel Talalay, il cui sguardo ha più volte plasmato l’immagine degli ultimi dieci anni di Doctor Who e che con Good Omens ha saputo riproporre lo stesso storytelling visivo, poggiato essenzialmente su contrasti cromatici e connotato da una dimensione molto più televisiva rispetto alle due stagioni precedenti.

Arrivati alla fine di tutto – della serie, del Creato, di questo articolo – si può riguardare a Good Omens e scoprirvi la forza generativa e responsiva nei confronti di un fandom attivissimo – le fiere del fumetto sono ancora piene di cosplayer dei nostri mariti ineffabili -, nonché la capacità di inaugurare un filone narrativo il cui testimone è stato degnamente raccolto da Hazbin Hotel in casa Prime Video e si è visto replicare qua e là con alterne fortune – ancora piangiamo la cancellazione di Kaos su Netflix. Per quanto sinceramente dispiaccia non poter assistere più alla strepitosa tensione queer tra Crowley e Aziraphale – tra Tennant e Sheen siamo certi le occasioni non mancheranno – la conclusione della loro personalissima storia, per quanto viva ancora del tenore di poco più di una fan-fiction, riesce comunque a strapparci una definitiva, apocalittica, sospirata lacrimuccia.
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