Mr. Nobody Against Putin – Abitare le crepe dell’immagine
C’è un punto all’interno di Mr. Nobody Against Putin, il documentario vincitore del Premio Oscar e ora nelle sale con ZaLab, in cui il regista, che è anche la voce testimoniale della vicenda, si chiede (e, vicariamente, ci chiede) qualcosa di radicale a proposito delle immediate conseguenze sulla vita dei cittadini della dichiarazione di guerra all’Ucraina: «Are we completely fucked up?». Questo interrogativo ci riporta, seppur indirettamente, ad un altro conflitto in cui l’espressione fucked up era divenuta virale prima ancora che la viralità fosse un concetto codificato dal punto di vista mediologico. Nowthatsfuckedup è stato un sito internet estremo particolarmente celebre negli anni di fuoco della Guerra al Terrore, quando dal fronte afghano e iracheno cominciavano ad arrivare sui nostri computer immagini cruente ed estreme (l’esempio più noto, ma è solo la punta dell’iceberg, sono gli scatti di Abu Ghraib).
La riemersione di questa espressione in un contesto apparentemente così mutato è ovviamente incidentale, ma la connessione che questa ricorrenza non può non stabilire negli occhi dello studioso è illuminante delle dinamiche di mediatizzazione dei conflitti contemporanei. A fronte delle numerose differenze in gioco fra le due guerre qui menzionate, la categoria che le attraversa e che non cessa di interrogarci è quella di testimonianza.

Tutto parte, come sempre, da una decisione, una rottura nella trama di una nuova normalità. Di fronte alla necessità di indottrinare studentesse e studenti alla nuova logica patriottico-nazionalista putiniana, Pavel Talankin, un anonimo cittadino, decide di uscire dal suo ruolo, dall’adesione alla narrazione dominante che il governo si aspetta da lui. Ed è qui che tutto si rompe, perché da questo punto in poi le immagini di Pavel cessano di essere testimonianze di una routine irrimediabilmente detonata e diventano prima di tutto atti, azioni che agiscono nel mondo. Quello che succede, e che il film mette in scena con raffinatezza, è che non si filma più per il dovere di rispettare un ruolo, ma per far succedere qualcosa (elementarmente per dire no, oppure per creare consapevolezza).
Nella freddezza esibita ma mai volutamente ricercata delle immagini che compongono Mr. Nobody Against Putin, a colpire è soprattutto l’irrimediabile frizione fra mostrato/visibile e detto/dicibile, come se l’obiettivo primario del documentario fosse prima di tutto quello di lavorare all’interno di questa frattura. Più che raccontare una vicenda (anche solo quella dell’attivismo visivo di Pavel), il film mette allora in scena una tensione e ci mostra il dispiegarsi di un campo di forze: da una parte la macchina dello stato lavora per saturare lo spazio dell’immagine per farne una superficie liscia che non crei resistenza; dall’altro, un gesto minimo evidenzia l’opacità laddove si vorrebbe ci fosse solo trasparenza.
Il film lavora allora su una soglia, su un punto di instabilità in cui ogni immagine è insieme rivelazione e occultamento. Non c’è mai la rassicurazione di uno sguardo neutro o esterno: al contrario, ciò che emerge è la consapevolezza che ogni atto di ripresa è già implicato, già preso dentro una rete di forze che lo precedono e in qualche modo lo determinano, anche se vi resiste. La propaganda non è semplicemente un contenuto da smascherare, ma una condizione ambientale, un’atmosfera che permea il reale e ne orienta la percezione.

Ciò che ne emerge è una riflessione raffinata sul concetto di sguardo, sullo statuto del documento e sull’azione testimoniale. Far emergere la verità (ammesso che la macchina da presa sia capace di arrivare a tanto) significa allora prima di tutto praticare l’attrito, interferire con la trasparenza delle immagini e sabotare la loro adesione acritica al reale. In questo contesto, evidentemente, la dimensione individuale si intreccia con quella collettiva. Il protagonista, o meglio la figura che il film costruisce, non è mai completamente separabile dal contesto che lo produce. La sua resistenza assume l’aspetto di una pratica fragile, intermittente, fatta di scarti e di micro-deviazioni. È una resistenza che non si dà come gesto eclatante, ma come persistenza: un continuo sottrarsi, un non aderire del tutto.
In un mondo attraversato dalla crisi, Mr. Nobody Against Putin ci ricorda che la forza politica del cinema sta (e continua ad essere) anche nella sua capacità di creare contraddizione, tensione produttiva, scarto e spazio critico. Lavorare nel vuoto delle immagini non significa adeguarsi alle loro condizioni ma, al contrario, creare la possibilità di un contro-uso, di una forma di resistenza. Oggi più che mai, a conti fatti, si resiste non solo ai regimi, ma anche alle immagini, all’idea di una visualità avvolgente che non fa problema, che non crea attrito, che non lascia spazio al pensiero. A questo paradigma il film ci invita a resistere e ha, soprattutto, il pregio di indicare una strada possibile.
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