Selfie – La Napoli di una gioventù bruciata

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Pochi film hanno il perentorio potere trasformativo di Selfie, diretto da Agostino Ferrente e neo-vincitore di un David di Donatello come miglior documentario.

Il film, uscito a maggio del 2019 e attualmente disponibile sulla piattaforma CHILI, mostra la quotidianità di due sedicenni, Alessandro e Pietro, vissuta nel quartiere napoletano Rione Traiano, teatro nel 2014 dell’uccisione di un loro coetaneo, Davide Bifolco, avvenuta per l’errore di un agente di polizia. La tragedia viene raccontata dai due ragazzi e dai loro amici e conoscenti in un avvicendarsi di punti di vista, unificati dall’espediente dell’auto-inquadratura attraverso la videocamera di uno smartphone. Il risultato è la ricomposizione di un quadro eterogeneo e vitale, che partendo dall’intenzione di fare luce sulla vicenda, porta i ragazzi a raccontarci in prima persona di un quartiere segnato dalla sofferenza e dalla rassegnazione.

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La perdita di senso, l’impossibilità di un riscatto sociale e il disinteresse per la vita sono conseguenze che investono i giovanissimi del quartiere, divisi tra l’impossibilità di trovare un lavoro e la scelta di darsi allo spaccio per guadagnare qualche soldo, eventualità lucidamente commentata dai protagonisti consapevoli non solo del fatto che la scelta della malavita comporterebbe l’avere due nemici – la polizia e la concorrenza (e la seconda incute più timore della prima) – ma anche del fatto che, divenendo criminali di periferia, sarebbero condannati ad essere solo operai, ‹‹topi››, lavoratori per gli interessi dei boss che stanno in centro senza alcuna possibilità per loro di un’ascesa sociale.

L’unico barlume di speranza è costituito dal toccante rapporto di amicizia tra i due protagonisti, che si mostrano nella loro nudità tra lacrime, vergogna e dubbi, nell’amara consapevolezza che, anche per loro come per tutti gli altri, l’essere nati a Rione Traiano è una condanna. I momenti di sconforto sono bilanciati e solennizzati dall’affetto tra i due, protagonisti di momenti di forte lirismo che arrivano alla citazione dell’Infinito di Leopardi, in un’appropriazione di significato potentissima ed eloquente.

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Alessandro e Pietro si donano completamente allo spettatore raccontandoci e raccontandosi, trovando nel loro essere attori un’occasione per manifestarsi ad un mondo che sembra essersi dimenticato di loro e cercando una strada per emanciparsi dall’opprimente realtà che abitano. Il loro compito ulteriore di cameramen (pur guidati dalla quasi invisibile mano di Ferrante) ci porta a momenti meta-cinematografici in cui i due discutono su cosa mostrare con i contenuti del girato, ma li porta anche a dover compiere scelte registiche, scelte che costituiscono già di per sé un atto di affermazione, un atto reattivo che li contrappone all’accettazione passiva del proprio destino, termine significativamente pronunciato più volte in relazione all’eventualità di finire in carcere, in un futuro che non contempla alternative di vita.

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Doveroso prendere in esame la scelta del formato in video-selfie, decisione che si rivela molto più che azzeccata; arrivati a fine visione ci chiediamo se il documentario avesse potuto essere esposto in una maniera più classica, e la risposta è no: l’espediente linguistico della fotocamera del telefonino comporta una serie di conseguenze, tra cui l’intimità con cui i protagonisti si offrono, l’assenza di filtro, la verità immediata in cui siamo immersi.

Il risultato estetico consiste quasi in una serie di storie Instagram incollate, dove assolutamente centrale è l’effetto di un’inquadratura claustrofobica e obbligata, che ci ribadisce la condizione di prigionia emotiva a cui i ragazzi sono destinati: per loro non c’è nessuna possibilità di campi medi o lunghi, giusto qualche accenno ai palazzoni popolari, cornici di un’esistenza sprecata, connotata dalle corse in motorino senza casco; non c’è nessuna possibilità di respiro più ampio in una vicinanza con il mezzo che è totalizzante e imprescindibile, dove l’inquadratura si fa gabbia metaforica dei loro primi piani e della loro individualità. Gli unici luoghi che spezzano la linearità del video-selfie sono le riprese oggettive e fredde delle telecamere a circuito chiuso, che regolarmente intervallano il narrato; presumibilmente garanti di oggettività documentaria, falliscono nel fornirci la verità, nella loro incapacità di mediare una realtà impoverita e che acquista vita solo grazie alle riprese dei due ragazzi.

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Di fronte all’amarezza di queste libertà negate, di questa vita segnata nel suo percorso fin dalla nascita, non possiamo fare altro che prendere coscienza di una realtà troppo spesso conosciuta solo attraverso i personaggi stereotipati e mistificati di prodotti cinematografici e seriali crime ambientati nel sud Italia, ringraziando Agostino Ferrente, Alessandro e Pietro per questo gioiello in grado di parlare alle coscienze e ai cuori che è Selfie.

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