Arco – Incisioni che non incidono
Roboglifi. Incisioni artistiche o simboliche realizzate su superfici rocciose da robot umanoidi domestici.
Disegnare dà forma alle idee. Le fissa su un foglio bianco.
Disegnare definisce i ricordi. Li cristallizza sulle pareti, testimonianze silenziose e immediate della vita vissuta e dei traguardi raggiunti.
Disegnare è l’unica cosa che resta, quando tutto il resto scompare.
Disegnare è l’essenza stessa di Iris, dieci anni nel 2075, alla vigilia dell’incontro più sconvolgente della sua vita: quello con un ragazzo proveniente dal futuro, capace di attraversare il tempo volando negli arcobaleni. Il suo nome è Arco e dà il titolo all’omonimo primo lungometraggio di Ugo Bienvenu.

Il mondo post-apocalittico di Arco si presenta come un’utopia ecologista nella sua forma più pura, autosufficiente, alimentato interamente da energie rinnovabili, in cui la tecnologia è subordinata al rispetto della natura e impiegata come strumento di conoscenza. Se la Nausicaa di Hayao Miyazaki affrontava il Mar della Putrefazione per scoprirne i segreti e le origini, i genitori di Arco percorrono le ere temporali con un intento analogo: osservare, studiare e catalogare le specie viventi.

Il mondo pre-apocalittico di Iris, invece, è profondamente segnato dai cambiamenti climatici e fenomeni naturali estremi. È una realtà che prova ad arginare i propri squilibri, con cupole trasparenti che isolano gli edifici e robot umanoidi che cercano di compensare le mancanze affettive di genitori-ologrammi ed educative degli insegnanti. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti della pellicola, una declinazione di robot sorprendentemente empatici e dotati di una sensibilità peculiare. Un tema che ha caratterizzato l’animazione contemporanea su scala globale, dall’Europa de Il mio amico robot e Mars Express, all’America de Il gigante di Ferro e Wall-E, fino al Giappone di Laputa – Castello nel cielo. Tutti esempi di cinema in cui il robot non è più soltanto una macchina, ma una presenza emotiva e relazionale, talvolta persino più umana degli esseri umani stessi. Ed è in questa prospettiva che si inserisce il segno dei roboglifi, che richiama il gesto primitivo delle incisioni rupestri. Disegnare per ricordare, lasciare una traccia contro la dissoluzione. Definire i ricordi perché sono quelli che rendono vivo persino un ammasso di fili e lamiere (e, in fondo, a suggerire uno scopo all’esistenza, come lascia intendere La piccola Amélie).

Arco e Iris vengono a contatto, forse per caso, forse per destino. L’ingenuità e il desiderio di scoperta del bambino si intrecciano con l’intelligenza e la sensibilità della bambina, desiderosa di una scossa nella sua vita solitaria. Provenienti da due futuri diversi, i due incarnano un rapporto complementare con la natura. Infatti, se Arco vive in un mondo in cui l’equilibrio ecologico è già un dato acquisito e interiorizzato al punto da diventare istintivo, al contrario Iris cresce in una realtà che lo ha smarrito, ma sviluppa comunque uno sguardo ecologista che nasce da una sensibilità spontanea. È in questo scarto che l’essenza del bambino si intreccia con la prospettiva della bambina. Prende forma il loro legame, un amore infantile, ma soprattutto l’idea di un mondo diverso, da immaginare e disegnare per renderlo possibile. A fare da ponte tra i due sono gli uccelli, presenti fin dalla prima inquadratura, di cui Arco conosce il linguaggio e vi si relaziona direttamente, mentre Iris ne intuisce il valore e li protegge, costruendo le casette che li ospitano.

Eppure, nonostante questi gesti pieni di cura e attenzione, il film risulta sorprendentemente superficiale. I roboglifi rimangono solo simboli di ricordi mai davvero vissuti e che la storia non riesce ad accendere. Le emozioni restano sospese e le scelte narrative sono spesso dichiarate a parole, senza intensità. Lo spettatore, ad esempio, non avverte mai il peso dello scorrere del tempo né le conseguenze della coesistenza dei piani temporali, come invece accade in Interstellar o Ritorno al futuro. Gli antagonisti sembrano presi di peso da Laputa – Castello nel cielo, ma privi di quella ambiguità morale e di quel conflitto interiore che li rendevano memorabili nel film di Hayao Miyazaki. Anche i passaggi più decisivi – la possibilità di redenzione, la scelta tra bene e male, persino l’amore che si fa da parte – sono ridotti a formule parlate, mai realmente vissuti. Una superficialità che non riesce ad essere colmata neppure da una pregevole confezione visiva, chiaramente ispirata allo Studio Ghibli, e impreziosita da alcune scelte cromatiche ricercate – come le tonalità della foresta in fiamme che richiamano l’animazione psichedelica russa di Pereval. Arco rimane così una pellicola che non riesce a incidere davvero, come se i suoi roboglifi restassero confinati sulla superficie dell’immagine, incapaci di dare spessore ad un soggetto dal forte potenziale. Segni che non lasciano traccia.
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