Intervista a Cristiana Covone: Fx Artist da nomination

Cristiana-covone

Cristiana Covone è una giovane Effect Artist presso la Jellyfish Pictures di Londra. Formatasi dapprima presso il Politecnico di Torino, ha poi scelto il Digital Effects Master’s Degree della Bournemouth University. La grande esperienza maturata nell’utilizzo del software Houdini le ha permesso di ottenere incarichi in progetti sempre più ambiziosi fino alla nomination per Best FX for TV/Media ai 47th Annual Annie Awards in California per lo speciale della DreamWorks How To Train Your Dragon: Homecoming.

Buongiorno e grazie per aver accettato la nostra intervista. Sei reduce dalla cerimonia di premiazione dei 47th Annie Awards in California, che ti hanno vista protagonista. Partirei dall’inizio, se ti va. Sei un FX Artist: da dove nasce la passione per l’animazione?

Buongiorno e grazie a voi! Allora, è sicuramente una passione precoce: ho iniziato fin da bambina, con l’immaginario delle principesse Disney, i fumetti, i disegni da colorare e così via. Ho iniziato con piccoli gesti, comuni alla maggior parte dei bambini: disegnando cartoni animati, soprattutto. Crescendo, la mia passione per il disegno artistico si è avvicinata al mondo scientifico, trasformandosi in passione per il disegno tecnico. Passavo ore e ore a disegnare geometrie con le mie squadre e matite preferite. Da qui, mi posi l’obiettivo di continuare i miei studi nell’ambito dell’Architettura, una volta concluso il liceo scientifico. Poi, però, durante l’ultimo anno cambiai idea: scelsi di frequentare il corso di laurea triennale al Politecnico di Torino in “Design e Comunicazione visiva” e rinunciai all’architettura perché con essa non credevo di poter esprimere il mio lato creativo al 100%. Attraverso lo studio e la realizzazione di progetti grafici e di design, i quali dovevano risultare vincenti sia a livello estetico che funzionale, mi innamorai del mondo digitale. Aver scelto il corso di studi presso il Politecnico mi ha inoltre consentito di acquisire un buon metodo di lavoro, sviluppando le abilità di project management, leadership, e problem solving, fondamentali in ambito di progettazione. Un metodo limitato, tuttavia, all’aspetto teorico: mi mancava proprio un approccio pratico alla disciplina della computer grafica.

Mentre tu ricercavi, da quello che capisco, uno studio pratico focalizzato in ambito digitale.

Esattamente. La scoperta della mia predisposizione per questa disciplina è avvenuta in Erasmus; sei mesi in un’accademia parigina, dove ho avuto la possibilità di frequentare eccezionali corsi di pittura, disegno a mano libera, illustrazione digitale e modellazione tridimensionale. In quel momento ho capito che quella era la mia strada. Conclusa la triennale, avevo il desiderio di frequentare un corso di laurea specialistica che rispecchiasse appieno le sensazioni provate durante il semestre parigino. E fu così che, dopo una lunga ricerca, trovai questa università a Bournemouth, una piccola cittadina inglese, che offriva un Master in “Digital Effects”.

Un contesto giovane ma piuttosto vivace, tanto da avere all’interno della Media School un proprio ente di formazione: il National Centre for Computer Animation (NCCA), riconosciuto come uno delle migliori istituzioni del Regno Unito. Ovviamente, avevo valutato anche diverse accademie in Italia, ma alla fine, decisi comunque di trasferirmi in Inghilterra, sia per quel corso di studi così prestigioso, ma anche per avvicinarmi al contesto professionale londinese, dal quale provengono capolavori come i film della saga di Harry Potter.

Spulciando un po’ il sito della Bournemouth University prima della nostra chiacchierata, ho scoperto che si tratta di un corso concepito con la formula “full-time year” deve essere stato davvero difficile: immagino ci fossero progetti da presentare con scadenze sempre imminenti.

(Sorridendo) Si trattava, comunque, di un percorso di studio molto duro: dormire tre ore a notte sotto consegna dei progetti era la norma per me e gli altri studenti. A tratti veramente tremendo come anno. è pur vero che in questo modo il tempo è passato molto rapidamente.

Cosa hai trovato di fondamentale nel corso di quei mesi?

Molte cose. Penso soprattutto l’attenzione per i dettagli e la cura meticolosa di ogni singolo step dell’intero processo realizzativo. Abbiamo avuto la possibilità di sviluppare molti progetti, partendo dallo shooting, cioè da quando si iniziano le riprese (anche in green-screen, il famoso schermo verde), e lo storyboard iniziale, fino alla composizione finale dell’immagine digitale. Il tutto, creando modelli e animazioni in 3D, curandone quindi il lighting (gestione delle luci), lo shading (cura dei materiali), e gli effetti speciali. Una volta terminato il master, si aveva sicuramente un’idea ben precisa su quale carriera intraprendere a seconda delle proprie preferenze tra tutte queste discipline.

E la tua qual era?

Inizialmente, scelsi di iniziare la mia carriera come Lighting Artist, proprio perché giocare con le luci e con i materiali rispecchiava quel lato creativo che mi accompagnava da sempre. La preferii, ad esempio, alla programmazione fatta di “freddi” codici.

Infatti, il mio primo impiego a Londra presso la Jellyfish Pictures (che continua ancora oggi, NdR), fu come Lighter per una serie tv animata, conosciuta in Italia come Dennis la minaccia. Tuttavia, in studio era ben nota la mia dimestichezza con i software per gli effetti speciali, Houdini in particolare, la principale risorsa nella realizzazione dei Digital Effects. Il suo utilizzo permette di ottenere effetti speciali “magici”, da cui il nome. (Sorride)

Tutto collegato allora!

Assolutamente! Si tratta, comunque, di un programma molto complesso e difficile da utilizzare, infatti è molto richiesto in ambito lavorativo. Grazie al mio percorso universitario, nel quale avevo potuto approfondire il suo utilizzo, mi chiesero di curare anche gli effetti speciali della serie.

Si potrebbe dire che il tuo approdo alla progettazione FX sia avvenuto quasi un po’ per caso, quindi…

In un certo senso sì, considerando il mio iniziale desiderio di lavorare nel dipartimento di lighting. Alla fine mi ritrovai, in maniera quasi inaspettata, ad amare i digital effects; rivalutai ancora una volta il percorso che avevo intrapreso. La virata dal mondo estremamente creativo della lighting verso quello piu complesso degli effects, mi consentiva di ridare equilibrio alle componenti artistiche e tecniche da me sempre ricercate.

Un equilibrio raccolto nella figura di un FX Artist, figura quasi mitologica nel panorama cinematografico italiano. Potresti descriverci la sua funzione?

Allora, un Fx Artist sostanzialmente crea gli effetti dinamici in 3D che possono essere, ad esempio, esplosioni, distruzioni, fluidi, fumi e qualsiasi altra cosa che può essere sia magica sia iperrealistica. Tutto dipende molto dalla richiesta del committente. Nonostante possa apparire un compito elementare, in realtà dietro vi è un grande lavoro di logica e strategia e bisogna avere sempre molta cognizione di causa: nel caso in cui io debba, per esempio, ricreare la simulazione di un ruscello o di un fiume, con acqua che cade, magari in piccole cascate e in frequenti “splash”, dovrò aver sempre ben chiaro il funzionamento del tutto. Diciamo, dunque, che una componente fondamentale di questo lavoro è la ricerca: prima di poter mettere mano al software è necessario capire cosa si sta cercando di produrre, magari cercando lavori precedenti e referenze da altri artisti per i nostri effetti.

Esiste, quindi, da quello che mi sembra di intuire un solido network che unisce la maggior parte di voi esperti del settore. Mi sbaglio?

No, è proprio un mondo super particolare nel senso che online è proprio pieno di forum e di persone che non vedono l’ora di aiutarti. Se hai un dubbio sul setup o qualsiasi altro problema, qualcuno da una qualsiasi parte del mondo ti risponde. Si tratta proprio di una bella community a carattere internazionale. Si viene a creare un network globale che ti fa scoprire la piccolezza, in termini di occupati, del nostro settore e in generale della società: tu conosci una persona, che magari te ne presenta un’altra e così via in un continuo passaparola.

Tornando alle prime tappe della tua carriera londinese. Cosa successe dopo Dennis la minaccia?

Man mano mi affidarono progetti più grandi ed ambiziosi. Iniziando da quell’anno passato su Dennis, mi sono spostata su collaborazioni con la serialità, curando gli effetti per The Innocents (2018) prodotta da Netflix. Si trattava di una fiction vera e propria e non di animazione; in quel caso ho effettivamente assaporato l’altra parte del mondo degli effetti digitali: la sfera del reale. Sinceramente, si può dire che, fino ad oggi, io preferisca l’animazione perché trovo ci sia più libertà creativa. Tante volte nei visual effects avverti l’esigenza produttiva di copiare, di ricreare ciò che esiste già in natura. Infatti, per The Innocents, mi sono occupata principalmente di ricreare porzioni di un fiume in 3D a contatto con gli attori. Ciò non accade nei cartoni animati, dove, nella maggior parte dei casi, si sfiora un po’ di più nel magico, rendendo tutto molto più divertente. Appunto, nel 2019, è arrivato questo progetto della DreamWorks Animation, il più importante della mia carriera fino ad allora.

Ecco sì, parlaci un po’ di questo speciale tv targato DreamWorks How To Train Your Dragon: Homecoming.

Allora, per me si è trattato di un progetto della durata di sei mesi. Un titolo tradotto in giro per il mondo con mille altri nomi; in Italia il nome scelto è stato Dragon Trainer: Rimpatriata. Durante i primi quattro mesi e mezzo circa ho lavorato nel dipartimento di effetti speciali in solitaria e, solo alla fine, quando ormai si avvicinava la consegna, si sono uniti altri due FX Artists. Un team di tre persone coadiuvato da un supervisor, che ci affidava ogni giorno le note e le scene firmate DreamWorks Animation.

E quando è arrivata la notizia di essere fra le nomination per “Best FX for TV/Media” dei 47th Annie Awards, gli Oscar dell’Animazione, in California?

A dicembre, è arrivata questa bellissima notizia totalmente inaspettata. Soprattutto perché non tutte le categorie in gara riportano i nomi degli artisti coinvolti: molte hanno soltanto il nome del progetto. In particolare, il nostro progetto ha ricevuto ben tre nomination: miglior speciale produzione, migliori effetti e miglior animazione. Leggere il mio nome tra i candidati è stato davvero indescrivibile. Con il team, abbiamo organizzato rapidamente il viaggio e una volta arrivati, abbiamo passato una serata bellissima, di quelle che ero abituata a vedere solo in televisione. Emozionante, davvero: con il red carpet, famosissimi artisti e registi da tutto il mondo, e con mia mamma felicissima come accompagnatrice.

Posso immaginare l’emozione.

Assolutamente. Poi, durante la serata, il premio per i migliori effetti speciali è stato vinto da un’altra serie tv Netflix, mentre noi abbiamo ricevuto il premio per la miglior speciale produzione. Abbiamo vinto tutti assieme, il che è fantastico. E in aggiunta, ho potuto anche esaudire un altro sogno: visitare i magnifici studi di produzione della Walt Disney Animation e della DreamWorks. Stare lì, a contatto con realtà del genere si è rivelato sorprendentemente “facile”, grazie alla disponibilità e all’umiltà dei nostri colleghi FX Artist. Dei veri pezzi di pane. Magari noi eravamo anche un po’ intimoriti dalla loro autorevolezza e loro invece sembravano persone “normalissime” (ridendo).

C’è differenza nella percezione del tuo ruolo fra mondo anglosassone e quello italiano? Prima mi parlavi di questo network molto forte esistente fra gli FX Artists a livello internazionale, per esempio.

Anche in Italia qualcosina inizia ad esserci rispetto a una decina di anni fa; conosco alcuni studi di Roma, di Milano e di Torino. La differenza principale, purtroppo, è che non vi sono possibilità lavorative con una determinata offerta economica per gli artisti, cosa che invece accade a Londra. Tante volte, gli stessi contratti vengono formulati in maniera differente, nel senso della loro brevità (1-2 mesi). Il mio primo contratto, invece, aveva durata annuale, trasformandosi successivamente in un tempo indeterminato. Ciò accade in Italia molto di rado a mio parere; ricordo che, all’offerta inglese si era affiancata una a Torino della durata di appena un mese. Capisci che trasferirsi in una nuova città, per un così breve periodo e senza garanzie per il futuro, diventa difficile.

Capisco benissimo. Invece sotto altri aspetti?

La differenza si riscontra anche a livello dei progetti, delle loro ambizioni e della loro importanza. Manca questa capacità di attrazione tipica invece del mondo anglosassone. Sai, si parla sempre di quanto Londra sia piena di giovani provenienti da tutto il mondo e già solo nel mio ufficio i soli italiani rappresentano il 30%. E ciò è un grandissimo peccato per il nostro Paese: veniamo qui o scegliamo di andare in Canada o in Australia per mancanza di investimenti e di un reale sostegno alle imprese nel nostro Paese. Effettivamente, in Italia gli studi privati sono davvero pochi. C’è chi sceglie di lavorare da remoto ma sono una minoranza. La presenza di grandi investimenti consente ad un FX Artist londinese di essere riconosciuto come tale e di operare solo nel suo settore. Invece, in Italia vince più la figura del generalist, il quale deve possedere una conoscenza più ampia su un po’ tutte le discipline del settore. La mirata richiesta di effetti speciali è solitamente molto ridotta.

A Londra, e parlo della mia esperienza, esiste la stessa figura del generalist ma in linea di massima le occupazioni vengono tenute distinte, per potersi focalizzare ed eccellere in ogni singola disciplina.

Un aneddoto divertente: quando torno in Italia per le vacanze e amici o conoscenti mi chiedono della mia occupazione a Londra, io non so mai esattamente come rispondere perché la mia è una professione quasi sconosciuta dalla maggior parte delle persone che vive in piccoli paesini o cittadine. Quando rispondo che lavoro come artista di effetti speciali quasi tutti ammiccano indecisi (ride).

Penso che in Italia manchino anche dei corsi specifici o delle scuole di eccellenza in computer animation. Avendo studiato all’estero, tu cosa ne pensi?

Hai ragione. Molti fra i miei colleghi hanno studiato in Italia: conosco qualche accademia tra Torino e Milano con costi abbastanza alti. Ne visitai qualcuna durante i loro open day e in alcune i professori dovevano gestite le lezioni tra più di una città; poteva capitare che i corsi fossero concentrati in una decina di ore in appena tre giorni, per via dei loro vari spostamenti da una città all’altra. A mio parere ne risentono didattica e apprendimento. Non sembravano le migliori delle soluzioni, considerando anche i costi. Ho scelto anche per questo l’Inghilterra, oltre che per il desiderio di frequentare un master universitario alle porte del mondo degli effetti speciali a Londra. Ultima cosa importante: qui la meritocrazia conta per davvero, si ha la possibilità di dimostrare quanto vali e ti danno effettivamente la possibilità di poterlo fare.

Per concludere, ti vorrei chiedere del tuo rapporto con il cinema in generale. Quali generi o film o registi ti hanno affascinato e magari condizionato e come preferisci vivere questo rapporto, in sala o in streaming?

Rispondo dalla fine. Nella mia ottica le due cose vanno tenute separate, essendo profondamente due esperienze diverse. Per me lo streaming si riferisce alla visione di serie tv, come quella del Trono di Spade, con puntate che vanno avanti una dopo l’altra, senza sosta. Il rapporto più autentico con i film lo vivo in sala, luogo di scambio culturale e sociale. Molti film che mi hanno ispirato sono della Walt Disney Animation, della DreamWorks e della Pixar. Tra i registi soprattutto James Cameron e Christopher Nolan per il lavoro rispettivamente in Avatar e la Trilogia del Cavaliere Oscuro. Non sono, invece, una fan della saga di Star Wars, che pur piacendomi a livello visivo, avverto lontana per non esserci cresciuta insieme.

Neanche la Marvel, così vicina alla mia professione, riesce a prendermi: questi film sui supereroi, pur essendo strepitosi nei loro effetti speciali, non riescono a catturarmi con la storia che viene raccontata. Ad eccezione di Spiderman Into The Spider Verse, film d’animazione vincitore dell’Oscar nel 2019 (per il miglior film d’animazione), davvero spettacolare. Fra gli ultimi ho trovato stupendo JoJo Rabbit di Taika Waititi: divertente ed emozionante. Vivo il cinema come esperienza emotiva, davvero.

E nel campo dell’animazione, quello che senti più tuo, quale film ti ha totalmente sorpreso ed è una sorta di risorsa per il tuo stile?

Oceania (2016) della Walt Disney Animation. Mi ricordo quando andai a vederlo al cinema: ho pianto, come faccio ancora per La Bella e la Bestia. Mi sono emozionata tantissimo sia per la storia che per la qualità visiva perché, come dicevo, per me non è importante solo il livello visuale. Per esempio, vedendo Toy Story 4 sono rimasta sorpresa dall’altissima qualità dei dettagli, eppure la storia non mi ha soddisfatta pienamente. Oceania mi ha sorpreso totalmente: musiche, grafiche e colori stupendi; sono rimasta totalmente affascinata anche da quell’oceano così perfetto sullo schermo. La bellezza però si estendeva anche all’animazione e alla caratterizzazione dei personaggi. Nel nostro lavoro l’effetto dinamico deve sempre poter comunicare qualcosa. E qui accade. Sarebbe un sogno per me realizzare un film del genere, magari il seguito di Oceania!

Jellyfish Production

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Volete approfondire l’argomento? Qui l’intervista a Chiara Feriani, 3D artist e regista.