Bob Dylan as Filmmaker – Viaggio nell’audiovisivo dell’artista Premio Nobel
Su Bob Dylan è stata scritta un’infinità di libri, saggi e articoli, in una continua e inarrestabile indagine nei meandri misteriosi dell’opera di uno dei più grandi artisti a cavallo tra il secolo scorso e l’attuale. Un po’ per via della mole di materiale che Dylan continua a produrre, un po’ per la profondità del suo lavoro – sancita, tra le altre cose, dal Premio Nobel per la Letteratura ricevuto ormai 10 anni fa – e un po’ per la dimensione insondabile del mistero che circonda tutto il suo operato, è inevitabile che ogni anno spunti fuori un titolo che tenti di fare un po’ di luce tra le pieghe di canzoni, esibizioni, interviste, poesie, dipinti e prodotti audiovisivi realizzati in quasi 65 anni di carriera. Alcuni di questi libri riescono a conquistarsi il titolo di pilastri fondamentali per qualsiasi ricerca dylaniana e, siamo sicuri, il recentissimo Bob Dylan as Filmmaker – No Time To Think di Michael Glover Smith entrerà a buon titolo in questa privilegiata cerchia bibliografica.

Il libro, edito da McNidder & Grace, si prefigge un obiettivo ben specifico: indagare il lavoro audiovisivo di Dylan che lo vede direttamente coinvolto in qualche modo come autore; così il focus può legittimamente spostarsi da prodotti più largamente studiati come Dont Look Back e concentrarsi su quei tre titoli in cui effettivamente Dylan ha posto la sua mano e il suo sguardo per renderli parte integrante della propria opera complessiva: Eat the Document (1972), Renaldo and Clara (1978) e Masked and Anonymous (2003). A fianco a questi titoli, Glover Smith inserisce anche i più recenti Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story (2019), Shadow Kingdom (2021) e A Complete Unknown (2024), film in cui individua una componente fondamentale nella presenza attiva di Dylan sia nell’ideazione che nella realizzazione.

Bob Dylan as Filmmaker è innanzitutto un lavoro estremamente consapevole del terreno già denso di materiale su cui poggia: prendendo il via dai pochi saggi che hanno trattato il lavoro filmico di Dylan – come l’imprescindibile Like a Bullet of Light, scritto da C.P. Lee nel 2001, quindi decisamente “datato” nei suoi contenuti1 – Glover Smith traccia un ritratto limpido di cosa significhi per Dylan il lavoro filmico. Come ricavato da un’intervista dell’84 più volte richiamata nel testo, per Dylan non è il ruolo del regista quello che sente più suo – e tantomeno quello dell’attore, come dimostrano le sue curiose performance – bensì quello del montatore: nel cinema come nella scrittura dei testi, Bob Dylan si riconferma qui un accostatore di immagini, capace di creare effetti di senso inediti nella giustapposizione di iconologie e rappresentazioni. Da questo punto di vista, il lavoro filmico di Dylan come autore diventa qui una ricerca in evoluzione, dove l’apporto creativo si sposta continuamente.

In Eat the Document, il lavoro è di montaggio puro, distillando dal materiale girato da D.A. Pennebaker 50 minuti di pura sensazione audiovisiva, priva di componente narrativa o documentale nel senso più asciutto del termine, ma ricchissima di quella vibrazione anfetaminica che circondava il Dylan della metà degli anni ’60. In Renaldo and Clara lo spostamento è dal montaggio alla regia, in un ruolo quindi che è subito evidente darsi come scomodo e “inadatto” al modo di lavorare di Dylan: il film trova infatti la sua forma gigantesca (4 ore) nella sua costruzione a frammenti alternati, dove finzione, documento e performance musicale si mescolano inesorabilmente creando un prodotto all’epoca ritenuto disastroso e oggi difficile da rivalutare perché sostanzialmente introvabile.

L’ultimo lavoro della triade commentata da Glover Smith, Masked and Anonymous, vede Dylan spostarsi nuovamente, firmando la sceneggiatura con il regista del film, Larry Charles, e ammantando ogni immagine con la sua misteriosa e densissima presenza. Questo film – l’unico dei tre ad avere un impianto industriale “tradizionale” – diventa il miglior risultato dell’incastonamento della ricerca fatta da Dylan sulla musica americana e sulla rappresentazione filmica di quella stessa, costruendo uno spazio narrativo fuori dal tempo che è il miglior corollario visivo alla sua opera da Time Out of Mind (1997) in poi.

Proprio a partire dall’analisi di questi titoli, unita a un lavoro di ricerca d’archivio enorme fatta al Bob Dylan Center di Tulsa (Oklahoma), Glover Smith riesce a rintracciare l’azione autoriale di Dylan anche negli altri tre titoli citati, che risuonano fortemente con i tre dove la firma di Bob è incontrovertibile. In Rolling Thunder Revue, infatti, la scelta di smontare e rimontare Renaldo and Clara per raccontare una storia falsissima – e per questo “vera” in senso narrativo – viene portata avanti con la complicità di un Dylan estremamente divertito e fortemente consapevole di ciò che deve e non deve essere rappresentato. In Shadow Kingdom, l’atmosfera lynchana delle performance girate da Alma Har’el si interseca nuovamente all’interno del percorso musicale di Dylan, in un’influenza reciproca che è evidentemente carica dell’autorialità del musicista, che da tempo progettava un film simile. Infine, è ormai di pubblico dominio quanto James Mangold abbia interagito direttamente con Dylan nella realizzazione di A Complete Unknown, a partire dalla richiesta di Bob di non citare direttamente il nome di Suze Rotolo, diventata quindi Sylvie Russo nella pellicola.

Nel libro, questi momenti autoriali apparentemente episodici trovano una collocazione perfettamente coerente nel lavoro di Dylan, specialmente per l’atteggiamento comune che vi si trova alla base: quel No Time To Think del sottotitolo – che cita una canzone del ’78 fatta anch’essa di immagini giustapposte – indica la necessità istintiva di Dylan nel creare senso, nell’esprimere significazione attraverso la sostanza del mondo che lo circonda. In questo, certe valutazioni del suo lavoro audiovisivo trovano una necessaria revisione, perché la “normale” chiave di lettura – tradizionale, scolastica, industriale – male si adatta all’intera opera di un artista che ha sempre spinto al di là i margini della propria ricerca. Glover Smith – anch’egli regista e filmmaker, nonché figura importante nella comunità dylaniana – restituisce in questo libro le chiavi per approcciarvisi con sguardo rinnovato e decisamente più consapevole, denunciando a più riprese la necessità che questi titoli trovino finalmente una distribuzione ufficiale e di alta qualità.

A correlare il tutto, le appendici di Bob Dylan as Filmmaker sono un vero tesoro per qualsiasi dylaniano: in quasi 60 fitte pagine, Glover Smith ha rintracciato ogni presenza di Dylan su schermo, elencando inoltre tutti i documentari su di lui, tutte le citazioni di film nelle sue canzoni, nei suoi dipinti e negli episodi del programma radio Theme Time Radio Hour. Ovviamente l’elenco potrebbe arricchirsi, ma è già un inestimabile punto di partenza.
- Si segnala da noi in Italia il bel saggio Il cinema di Bob Dylan scritto nel 2009 da Rudy Salvagnini. ↩︎
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.