Scream non sta più funzionando!
Se il primo Scream (1996) è diventato un must-watch per tutti gli appassionati di horror, è stato per la sua funzione di critica, e insieme superamento, del cinema dell’orrore che lo precedeva e che lo circondava. Si pensi, in primo luogo, all’ironia di cui sono intrisi i dialoghi: il film è pieno di personaggi che parlano, discutono, si interrogano su altri film dell’orrore e scherzano sui più triti e ritriti cliché di questo genere. Ma si pensi, anche e soprattutto, al livello narrativo: proprio a partire da questa loro consapevolezza, i personaggi intraprendono piani d’azione del tutto originali nel momento in cui finalmente si trovano faccia a faccia con un vero mostro. Per la prima volta sul grande schermo, cioè, le vittime provano a fregare il killer anticipando le sue mosse, e il killer prova a fregare le vittime (e lo spettatore) comportandosi in modi diversi rispetto ai suoi noti predecessori cinematografici.

In questo modo il primo Scream non solo riesce a parodiare quel cinema dell’orrore dei suoi anni che non stava più funzionando, ma dimostra parallelamente che creare nuove storie con i serial killer era comunque possibile, a patto di usare un po’ di fantasia. Peccato, però, per i sequel: come spesso accade in situazioni di questo tipo, invece di imboccare percorsi interessanti da un punto di vista artistico, per i capitoli seguenti si è scelto di adottare le soluzioni più semplici ed economicamente rassicuranti. E cioè: invece di porre i nuovi film in diretto dialogo con il cinema horror dei loro tempi – e far mutare le loro storie parallelamente al mutare delle nuove forme e dei nuovi contenuti di quel panorama – si è preferito creare una più prevedibile narrazione seriale, dove il fulcro è diventato la continuità e la coerenza delle storyline di determinati personaggi.

Morte per stillicidio
Con il passare del tempo e l’accumularsi dei sequel, quel tono dissacratorio e quasi rivoluzionario del primo Scream è andato via via morendo, come per stillicidio. La saga non ha fatto altro che proporre ad infinitum micro-variazioni della formula del film originario, senza minimamente curarsi del fatto che quella formula valeva solo nella misura in cui veniva letta in contrasto a quella degli altri film dell’orrore del suo tempo. E senza curarsi del fatto che, per non perdere d’efficacia e di rilevanza, doveva essere aggiornata, cambiata, stravolta di pari passo con gli aggiornamenti, i cambiamenti e gli stravolgimenti del panorama cinematografico di riferimento.

All’esatto opposto, tutti i sequel si sono sentiti in dovere di riesumare ogni volta gli stessi personaggi, dal killer Ghostface con il suo solito modo di fare, alla final-girl Sidney con il suo solito gruppo di amici, solo perché elementi centrali del primo film. Allo stesso modo, hanno tutti replicato le stesse dinamiche narrative, come la caccia notturna tra il killer e le vittime o quei momenti più polizieschi in cui prima si prova ad indovinare l’identità del killer e poi si procede con lo smascheramento finale. Ma nel tempo questa riproposizione dell’eterna caccia tra un gruppo di ragazzi e un mostro mascherato, svuotata del significato sovversivo del primo film, ha portato Scream a perdere completamente il suo posto di rilevo nel panorama del cinema horror contemporaneo e a farlo sembrare, più che altro, una sorta di bizzarro (e poco divertente) live-action di Scooby-Doo.
Morte per noia
Scream 7, da poco uscito nelle sale, non fa assolutamente nulla per interrompere questa tendenza. Si presenta anzi come un “ritorno alle origini”, con cui non s’intende assolutamente un ritorno allo spirito sovversivo originale del primo film, ma un ritorno dei personaggi originali, nei luoghi d’origine, a fare le stesse cose di trent’anni fa. Riuscendo in questo modo a cancellare persino le (seppur poche) innovazioni introdotte nel quinto e nel sesto capitolo con le storyline di Sam e di Tara Carpenter, ora completamente taciute.

Il dettaglio forse più significativo della stanchezza del franchise è evidenziato dal fatto che persino le battute e strizzatine d’occhio ad altri film dell’orrore stiano venendo ridotte e, a poco a poco, sostituite da battute sui soli film precedenti della stessa saga. Quasi come a voler dire che, avendo preso coscienza di non essere più in grado di analizzare il cinema horror contemporaneo, gli ultimi Scream abbiano preferito ripiegare quantomeno su una lunga (e noiosissima) auto-analisi. In un momento di sfrenata estasi auto-celebrativa, Scream 7 riesce addirittura a riesumare in rapida successione personaggi e micro-dinamiche del primo film del ’96, del secondo film del ’97 e del terzo film del 2000. Ma avanzerei seri dubbi anche sull’efficacia di quest’ultima strategia, a giudicare se non altro da tutti quei «ma adesso questo qui chi cavolo è?» che si sentivano sussurrare in sala.

Ripetendosi e celebrandosi, e celebrandosi ripetendosi, i vari sequel di Scream, dal secondo al settimo, non sono mai usciti dal tracciato del primo. E allora non si può fare a meno di paragonare questa saga a quelle di altri slasher che, non avendo proposto altro che variazioni sul tema del primo film, sono morte perché hanno perso l’interesse del pubblico (si veda alla voce: Venerdì 13 e A Nightmare on Elm Street). È quindi arrivato il momento di farsi coraggio e decretare una volta per tutte la morte di Ghostface, ormai superato a destra, per innovazione e creatività, persino dagli ultimi capitoli di Halloween o della Bambola Assassina. Possiamo dichiararlo a piena voce: Ghostface è morto perché i suoi film sono diventati prevedibili e formulaici. Ghostface è morto perché non ha più nulla da dire sul cinema horror contemporaneo. Ghostface è morto, insomma, perché è diventato tutto quello che aveva promesso di distruggere.
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