Il desiderio politically uncorrect in Vladimir
“Erano altri tempi” è una scusa che i personaggi di Vladimir, la nuova dramedy tratta dall’omonimo romanzo di Julia May Jonas, amano usare quando le loro parole possono causare una smorfia di confusione o di disaccordo, specialmente nei più giovani con le loro menti sensibili. Ora vige il “politicamente corretto”, un’espressione sbandierata da politici, da comici che non vogliono essere cancellati su X dopo aver insultato l’ennesima minoranza, da attori che negano l’ennesima accusa di stupro e tante altre categorie che vedono le loro azioni essere messe finalmente sotto un attento scrutinio e mai più accettate come sintomo della società in cui viviamo. In quest’epoca si è forse finalmente capito che le parole hanno un loro peso e una loro conseguenza, ma c’è sempre chi rimpiangerà il passato perché era più facile imporre il suo potere prima che si sviluppasse una necessaria sensibilità collettiva.
Per la protagonista senza nome (Rachel Weisz) di Vladimir, un’insegnante in un college liberale americano, gli “altri tempi” sono soprattutto quelli della sua gioventù, quando si sentiva importante per sua figlia Sid (Ellen Robertson) e un punto di riferimento per i suoi studenti ma soprattuto quando era un corpo desiderabile. All’età di cinquantotto anni tutto il suo appeal le pare svanito, gli uomini non si comportano più da pavoni davanti a lei e a detta sua non si crede nemmeno più capace di generare un’erezione spontanea. Molto semplicemente, “da donna matura ho perso la capacità di affascinare”, come dice lei stessa guardando direttamente lo spettatore in un monologo interiore che si fa – in modo eccessivamente didascalico e mai sfruttato appieno – rottura della quarta parete.

Il vero problema per la nostra protagonista è un altro anche se lei non oserebbe definirlo tale: suo marito John (John Slattery), anche lui professore nello stesso istituto, è stato accusato di violenze sessuali da parte di alcune studentesse. Se glli incontri risalgono a una decina di anni fa e lui li crede frutto di consenso, è impossibile ignorare lo squilibrio di potere e la possibile coercizione che può esserne derivata. Mentre tutti si aspettano che il personaggio di Rachel Weisz prenda una posizione netta che la distanzi da suo marito e dalle sue azioni, lei si distrae sviluppando un’ossessione malsana per Vladimir (Leo Woodall, Dexter in One Day), un collega appena arrivato al college, sposato e con una figlia piccola a carico, ma soprattutto giovane, desiderabile, capace di esercitare potere e attirare sguardi e senza blocco dello scrittore, tutti gli aspetti che lei rimpiange dei bei tempi andati.
Con un titolo che strizza l’occhio a Lolita di Nakobov e quindi a tutti quei romanzi che hanno come titolo il nome dell’oggetto d’ossessione del protagonista, Vladimir pone al suo centro un desiderio improvviso e vorticoso ma allo stesso tempo quasi inspiegabile. Lasciando in disparte gli eventuali giudizi estetici su Leo Woodall, la serie come il libro prima crea un binario unico per la percezione dei personaggi e degli eventi che è costituito dallo sguardo invadente di un protagonista, che sceglie cosa raccontare o cosa far credere attraverso le sue parole e le sue reazioni.
Tutto ciò che conosciamo di Vladimir-personaggio è ciò su cui lei indugia e il risultato è un’attenzione chirugica verso il suo corpo, con close-up sui suoi pettorali, sulle sue mani, sul cavallo dei suoi pantaloni, e un disinteresse quasi totale verso tutto il resto: sua moglie Cynthia (Jessica Henwick) e la loro figlia Phee sono dei pesi, il suo libro è un catalizzatore di invidia, è bravo con gli studenti, tutto questo però non conta perché il suo ruolo nella storia è essere guardato, ammirato, desiderato e magari di ricambiare le attenzioni della protagonista.

Se è chiaro che questo, oltre alla rilettura al femminile di un genere determinato dal male gaze, sia l’intento dell’operazione di Julia May Jonas, autrice del libro e ora creatrice della serie per Netflix, la serie vola come una mongolfiera quando si libera della zavorra nel momento in cui si discosta da Vladimir-personaggio per guardare al mondo accademico statunitense, dove la bussola morale segue il Dio Denaro e sceglie l’opinione collettiva meno discutibile, in un tentativo frettoloso quanto ammirevole di sottolinearne le ingombranti e impacciate contraddizioni. È un college che nonostante il #MeToo sia avvenuto da anni e a volte sembri essere quasi dimenticato ancora non sa davvero come elaborare una notizia così sconvolgente come quella di un professore che adesca studentesse e i colleghi della protagonista e di John si adattano al volere altrui, ripetendo frasi fatte come pappagalli ammaestrati e persino le ripercussioni legali a cui l’uomo andrà incontro nel corso della serie appaiono come un teatrino, un’assoluzione dal cinismo dei nostri tempi che vede ancora difficile se non impossibile la denuncia quando c’è di mezzo il potere.
Vladimir adotta un tono spesso reazionario, nostalgico dei bei tempi andati dove era facile desiderare e approfittarsi fisicamente e psicologicamente dell’altro, che è portato sullo schermo da un contenitore che cerca in modo spesso esasperante di essere sufficientemente pop anche per piacere alle generazioni più giovani. Non è un caso che uno dei rari momenti di sicurezza della protagonista sia accompagnato da Femininomenon di Chappell Roan o che si sia scelto di adottare la rottura della quarta parente per portare a dei paragoni immediati, seppur forzati, con la Fleabag di Phoebe Waller-Bridge. Vladimir vorrebbe essere una serie scorretta, capace di portare a galla i non-detti, le paure e i desideri più celati a causa della vergogna, ma, come la sua protagonista, è vittima del suo stesso bisogno di essere desiderabile e – nello specifico – clippabile per una fruizione o discussione istantanea sui social media. Le morali, per quanto dubbiose, son recitate ad alta voce, tra scene di sesso immaginate e dettagli di addominali, perché ogni pillola, persino la più amara, può essere addolcita dal cosidetto eye candy. Troppo corretta nella sua scorrettezza, talmente misurata da non generare nessuno dei dibattiti che avvengono tra gli stessi personaggi, Vladimir è un coltello che non taglia e se anche senza il mordente necessario gli otto episodi scorrono con alquanta faciltà, almeno potremmo consolarci che per una rara volta si tratta di una miniserie destinata realmente a rimanere tale.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.