La strada “Da Belfast al paradiso” è più di un semplice murder mystery
Se si guardano i cataloghi delle piattaforme è evidente che ci sia uno squilibrio di generi in termini di produzioni originali. Grandi budget, nomi e risorse vengono spesi sulle serie drama, anche nel tentativo di accaparrarsi i premi più importanti e inserirsi nella tradizione di una televisione “di qualità” che, negli ultimi anni, ha cambiato faccia in molti modi ma è rimasta uno strumento retorico di non poca rilevanza in uno scenario sovrappopolato di prodotti audiovisivi. Nonostante la lunga e prestigiosa storia del genere oltreoceano – in uno scenario molto diverso rispetto a quello nostrano – le serie comedy originali sembrano faticare di più nel trovare il loro posto nello scenario produttivo attuale, dove spesso nei cataloghi delle piattaforme si ritrovano schiacciate da sitcom di culto che continuano a riscuotere successo anche a distanza di decenni.
Una possibile soluzione tentata sempre più di frequente negli ultimi anni è quella dell’ibridazione, dove all’anima comedy vengono mescolati altri generi più appetibili per il pubblico ma anche per l’algoritmo: tra queste dominano le storie di mistero e crimine che, facendo leva sull’ambivalente rapporto dell’essere umano con la violenza e la paura, dominano ormai la nostra cultura mediale, dai podcast true crime alle drammatizzazioni spesso eccessivamente spettacolarizzate di fatti di cronaca. Guardando alla serialità televisiva non si può non citare Only Murders in the Building, l’operazione sicuramente più riuscita e apprezzata in questi termini con la sua lucida e vivace esplorazione della nostra fascinazione per il true crime e il bisogno di creare comunità.
È su questa scia che si posiziona Da Belfast al paradiso, il ritorno della sceneggiatrice nordirlandese Lisa McGee su Netflix dopo il successo della sua sitcom Derry Girls, ampiamente acclamata e già diventata un piccolo cult anche grazie alla sua distribuzione sulla piattaforma dopo essere stata trasmessa in patria da Channel 4. Questa volta McGee tenta però un’operazione diversa: in Da Belfast al paradiso, infatti, le battute sarcastiche e l’umorismo pungente ma empatico che caratterizzano la penna dell’autrice non scompaiono, ma scandiscono il ritmo rapido e ansiogeno di una storia molto più oscura e complessa della precedente.

Ancora una volta nell’Irlanda del Nord non siamo più a Derry ma a Belfast, dove Saoirse (Roisin Gallagher), Robyn (Sinead Keenan) e Dara (Caoilfhionn Dunne), tre amiche millennial affezionate ma radicalmente diverse, sono costrette a recarsi nella regione rurale e sperduta del Donegal quando ricevono notizia che Greta, loro amica ai tempi del liceo e con cui hanno perso i rapporti dopo un evento tragico nel passato, è morta improvvisamente per una caduta dalle scale. Ma una volta arrivate alla veglia funebre, le tre donne capiscono che qualcosa non va: la famiglia di lei si comporta in modo strano e, soprattutto, la donna nella bara non è Greta. Temendo che il loro terribile segreto lasciato nell’adolescenza torni a tormentarle, le tre decidono di indagare per scoprire la verità sulla sorte dell’amica, ritrovandosi così nel ruolo inaspettato di detective.
Dal piccolo villaggio irlandese dove il meccanico è anche un poliziotto a una località di mare in Portogallo, le tre protagoniste si ritrovano catapultate in un’avventura in giro per l’Europa che non solo le mette davanti a sicari pericolosi (ma estremamente divertenti, come l’eccentrica vendicatrice interpretata dal volto di Derry Girls Saoirse-Monica Jackson) e a misteri da risolvere, ma anche a un passato fatto di traumi, bugie e non detti che rischiano di tornare a galla. Più che un semplice murder mystery, Da Belfast al paradiso è prima ancora un viaggio di (ri)scoperta all’insegna dell’amicizia per tre donne che hanno finito per diventare prigioniere di se stesse, in una fase della loro vita in cui reinventarsi non è più così semplice. Dara, donna lesbica con un rapporto complicato con la religione e la sua sessualità, sempre a vegliare sulla madre anziana ma vivacissima; Robyn, con un marito perennemente in viaggio per lavoro, costretta a badare ai figli piccoli rischiando di scomparire nel ruolo di madre; e infine Saoirse, autrice di una serie murder mystery di successo ma insoddisfatta perché sperava di diventare una grande drammaturga.

Litigiose e caotiche, le tre protagoniste sono delle investigatrici improbabili che si ritrovano in un mistero molto più grande di loro ma che riesce a strapparle alle loro vite noiose e stagnanti. L’indagine intorno al destino di Greta non è quindi soltanto una necessità per scoprire la verità su di lei e sul suo passato, ma anche una via per le protagoniste per ritrovare se stesse e la loro amicizia, che troppo spesso ha rischiato di perdersi nel caos della vita adulta. Ed è proprio nei momenti in cui le tre si scontrano anche duramente che la capacità di McGee di sfruttare la comicità e l’ironia come strumento di empatia e umanità emerge con più forza, rivelando fragilità e paure delle protagoniste ma universalmente condivisibili.
La storia però si complica sempre di più e i misteri si infittiscono in sottotrame dalle tinte surreali e macabre che rischiano di fare perdere il filo della narrazione principale o di non dare lo spazio meritato ad altre storie che, potenzialmente, avrebbero potuto avere dei risvolti interessanti – una su tutte quella del gruppo di vendicatrici-protettrici capitanata da una donna apparentemente senza scrupoli, ma che fa di tutto per mettere al sicuro donne vittime di violenza o in situazioni pericolose. Con nuovi indizi che sbucano a ogni passo e scatenano altri interrogativi, il filo del murder mystery si intrica fin troppo e non sempre le trovate narrative si rivelano efficaci o soddisfacenti, ma sono sempre salvate dall’ironia pungente delle tre protagoniste.

Fin troppo criticato in un paragone impari con Derry Girls, Da Belfast al paradiso non è un sequel del suo predecessore e non vuole esserlo. Traslando la stessa comicità a un altro genere narrativo e spostando il suo sguardo con rinnovata maturità su un gruppo di protagoniste ugualmente caotiche e sgangherate, McGee riesce però a trasformare un semplice murder mystery in una sorta di nuovo e imperfetto coming of age, dove le protagoniste sono costrette a rituffarsi nel passato e a riconnettersi con le loro versioni adolescenti per superare un presente fatto di pericoli e misteri inattesi. Allora forse la soluzione del caso, sembra suggerirci la storia, non è poi così importante: almeno non quanto le persone con cui si affrontano le difficoltà di una vita adulta sempre più assurda e complicata.
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