Omaggio a Robert Duvall in 6 dei suoi ruoli migliori
Maestro di misura e versatilità, capace tanto di incarnare la parte più istituzionalizzata, algida e legittimante del potere criminale, quanto la follia senza briglie del fanatismo bellico lanciato all’autodistruzione, ma anche di plasmare con tenerezza e spessore personaggi dalla fragilità umana, Robert Duvall, scomparso lo scorso 15 febbraio a 95 anni, in sessant’anni di carriera ha consegnato alla storia del cinema alcuni ruoli entrati per sempre nell’immaginario collettivo e, insieme ad essi, una serie notevole ed eterogenea di interpretazioni dalla straordinaria solidità. Una carriera eccezionale che è iniziata con il Buio oltre al siepe e ha raggiunto l’apice durante la New Hollywood, per proseguire fino a pochi anni fa, dipanandosi tra sette candidature all’Oscar, la vittoria di una statuetta come Migliore attore, 4 Golden Globe, innumerevoli altri premi e la direzione di cinque pellicole. Noi la omaggiamo con una selezioni di alcuni dei film migliori dell’attore, tra grandi classici, cult e titoli, come Tender mercies, da riscoprire. Riccardo Bellini

M*A*S*H
Regia: Robert Altman | Anno: 1970
Nel dirompente e riuscitissimo tentativo di ripensare il genere della war comedy, in piena guerra del Vietnam, M*A*S*H fu un bel pugno assestato nello stomaco dell’interventismo nordamericano. Il cult di Robert Altman — simbolo dell’antiretorica e inno alla controcultura — è ambientato negli accampamenti militari statunitensi durante il conflitto in Corea degli anni Cinquanta, dove un gruppo di medici decisamente irriverenti cerca ironia e leggerezza tra un’operazione chirurgica e l’altra. Con un cast davvero brillante di grandissime, adorabili facce da schiaffi — tra cui Donald Sutherland e il magnetico Elliot Gould — Robert Duvall riesce ancora una volta a trasformare una parte marginale in prova monumentale. La sua presenza scenica, solida come marmo, si presta perfettamente all’interpretazione dell’iper-bigotto, autoritario ma assolutamente incompetente Major Frank Burns, al cui rigore da soldato solo Duvall avrebbe potuto infondere sangue, linfa e vena comica. Alice Sola

THX 1138
Regia: George Lucas | Anno: 1971
Un anno prima di comparire ne Il padrino, Robert Duvall ricoprì il ruolo di THX 1138 nell’omonimo debutto di George Lucas prodotto proprio da Francis Ford Coppola (qui il nostro approfondimento sul film). Duvall era un attore già piuttosto noto dopo la sua recente partecipazione in M*A*S*H e altri film zeppi di stelle del cinema, ma qui l’attore di punta era, finalmente, proprio lui. THX è un operaio di un futuro distopico in cui le macchine dettano i ritmi e lo stile di vita degli umani, un mondo asettico da cui provare a fuggire con ogni mezzo. L’interpretazione di Duvall è magistrale proprio nella sua progressiva trasformazione: dapprima un uomo spaventato, disilluso, apatico e dallo sguardo sottomesso, poi l’amore di una donna, LUH 3417, gli fa scoprire un’altra via, quella del libero arbitrio e della fuga, forse d’amore. È qui che lo sguardo di Duvall cambia, diventa duro, risoluto e sempre più umano, sempre più deciso a rifiutare la via rassicurante delle macchine, delle droghe come nebbia che lo allontana dalla sua umanità per renderlo schiavo. Gli occhi di Duvall brillano come il sole della libertà, quest’uomo non si piega, quest’uomo non si ferma. Magistrale. Carlo Maria Rabai

Il padrino (parti I e II)
Regia: Francis Ford Coppola | Anno: 1972, 1974
Nel corpo di Robert Duvall l’avvocato malavitoso Tom Hagen, figura strutturalmente cruciale nell’architettura simbolica de Il padrino e Il Padrino – Parte II, diviene una figura liminale, un dispositivo incarnato di mediazione. La postura misurata, la gestualità da economo, la voce piana e notarile inscrivono l’azione mafiosa in un regime di intelligibilità razionale. Hagen è il giurista del mito, colui che traduce la violenza arcaica del clan in un lessico moderno, contrattuale, amministrabile. Duvall lavora per sottrazione, neutralizzando ogni eccesso espressivo, costruendo una presenza regolatrice e organizzatrice. In questa ascesi attoriale si materializza la dialettica tra etica e potere: Hagen non è il depositario di una moralità alternativa, ma il luogo in cui il potere si legittima simbolicamente, trovando una forma discorsiva che lo rende socialmente decifrabile e, in ultima istanza, accettabile. Un ruolo iconico che è valso all’attore la sua prima candidatura all’Oscar. Gabriele Plutino

Apocalypse Now
Regia: Francis Ford Coppola | Anno: 1979
Corpo ideologico, destino manifesto: you call it hell, I call it home. Nella cornice del capolavoro di Francis Ford Coppola, il tenente colonnello Kilgore interpretato da Robert Duvall – qui alla sua seconda candidatura all’Oscar – incarna l’apoteosi surreale dell’auto-narrazione bellica americana, pericolosamente in bilico fra lo spirito elettivo del militarismo (I love the smell of Napalm in the morning) e il desiderio, giovanile ma già coloniale, di surfare nei luoghi più pericolosi del mondo. Indimenticabile quel Charlie don’t surf! che, qualche decennio più tardi, sarebbe stato rielaborato dai marines americani in Afghanistan, nella forma di magliette con la scritta Talibans don’t surf.

Tender Mercies
Regia: Bruce Beresford | Anno: 1983
Considerando quanto le interpretazioni di Robert Duvall siano radicate nell’immaginario collettivo – da Apocalypse Now a Il Padrino – sorprende che l’unico Oscar della sua carriera sia arrivato con Tender Mercies, film appartato e lontano dai riflettori. Qui Duvall incarna un ex cantante country segnato dall’alcolismo con una interpretazione intensissima e al tempo stesso sussurrata, misurata, fatta di silenzi, sguardi e minime inflessioni emotive. Cantando e componendo gran parte dei brani del film, fonde corpo e voce in un ritratto intimo e vulnerabile, dove la redenzione viene lentamente conquistata e mai proclamata. Ne emerge un personaggio complesso e contraddittorio, capace di tenerezza e impulsi irrisolti, che Duvall rende con una naturalezza disarmante e una profondità che resta impressa. Andrea Crispino

Colors – Colori di guerra
Regia: Dennis Hopper | Anno: 1988
La saggezza contro la spacconeria; la calma e la perseveranza contro la violenza e la ferocia. In Colors – Colori di guerra, Duvall impersona un’agente di polizia prossimo al ritiro assennato e comprensivo che si ritrova a dover fare inizialmente da balia, poi da maestro, ad un iracondo Sean Penn, giovane agente di polizia in erba strafatto di adrenalina in una Los Angeles dura e spietata, infuocata dalle lotte tra bande giovanili. Uno studio sociale sulle grandi città americane, dove i disordini sono all’ordine del giorno – la rivolta di Los Angeles del ’92 sarebbe scoppiata di lì a qualche anno – e quello che conta è imparare a destreggiarsi con oculatezza. Duvall incarna in questo ritratto puramente americano l’esperienza in persona, il mentore severo, ma giusto, che la sa lunga, la cui calma e compostezza si scontrano con la quotidianità di un’America allo sbando. Un Duvall a suo agio in un film da riscoprire, dove la glacialità del suo sguardo va ad integrarsi con l’indulgenza del suo modo di essere: uno degli ultimi eroi poliziotto che insegna che la calma e la moderazione sono la lezione più importante da impartite se vuoi tirare a campare nell’America odierna. Tommaso Di Pierro
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