Perché Il padrino – Parte II è il miglior sequel di sempre
Partiamo dalla fine: i primi di dicembre 2024, a 50 anni dall’uscita in sala de Il padrino – Parte II, Francis Ford Coppola si è lanciato in scuse semiserie al Washington Post per essere stato lui «l’idiota a lanciare la moda dei numeri nei titoli dei film», e se è effettivamente vero che prima del 1974 erano ancora sconosciuti i vari Rambo III (1988), Lo squalo 4 – La vendetta (1987) o Halloween 6 – La maledizione di Michael Myers (1995), nessun cinefilo si sognerebbe mai di dargli colpe per aver diretto quello è unanimemente considerato il miglior sequel di sempre.
Già da quella microscopica scelta linguistica – la “parte” – si palesa infatti la specificità del film di non essere una brutta copia senza idee ma una vera e propria continuazione del primo film (1972), un amarissimo controcanto che non fa mai il verso all’originale ma lo completa e lo espande come il secondo tomo di un fluviale romanzo russo. Non poteva essere diversamente con Coppola, un uomo che quasi come un David Bowie cinematografico ha sempre preferito reinventarsi camaleonticamente a ogni film piuttosto che adagiarsi sugli allori dei suoi successi, rischiando in prima persona sin dai tempi in cui si batteva per avere lo sconosciuto Al Pacino come protagonista e fino ai giorni nostri in cui ha investito un patrimonio in un film così divisivo come Megalopolis.
Ecco così che quando nel 1972 The Godfather diventa il film fino ad allora più remunerativo della storia – senza contare l’Oscar come miglior film o la resurrezione di Marlon Brando – i dirigenti della Paramount sarebbero disposti a qualsiasi cifra pur di fargli ripetere il miracolo, ma Coppola inizialmente non ne ha alcuna intenzione. Come racconta lui stesso, si sentiva ripetere frasi sbigottite come: “Hai la formula della Coca-Cola e non vuoi più produrne una bottiglia!”, e solo una volta ottenute tutte le garanzie del caso decise che ne avrebbe diretto un seguito, ma a modo suo. “A modo suo” significava prendere un film che seguiva già un arco narrativo autoconclusivo sul tema della successione di potere, nello specifico il passaggio di consegne tra la “mafia onorevole di una volta” di Don Vito Corleone (Brando) e la cinica ferocia di suo figlio Michael (Pacino), e portarlo fino alle estreme conseguenze, raccontando con grande coraggio anti-commerciale l’ascesa giovanile del padre, tutto famiglia e saggezza, e l’autodistruzione del figlio, che da eroe riluttante si trasforma in uno dei cattivi più gelidi della storia del cinema.

Tutto riparte pochi anni dopo la fine degli eventi del primo film, con Michael ormai pienamente inserito nel suo ruolo di capomafia capitalista intento ad espandere i suoi affari tra il Nevada e Cuba, e a sorpresa l’alternanza in flashback con un magnifico De Niro a interpretare il giovane Vito, due storie che si differenziano non solo per epoca, ma per i caratteri molto diversi dei due, un confronto tra leadership e generazioni, una intuitivamente autorevole e controllata e l’altra più nevrotica e ossessiva, una che si dà alla malavita per provvedere alla sua famiglia (“Michael, tuo padre ti vuole bene assai”, dice Vito al bimbo in fasce dopo aver commesso il suo primo omicidio) e una che per mantenere il potere finisce per perderla.
Nel Padrino – Parte II tutto è di più: la durata (tre ore e venti), i protagonisti (Pacino e De Niro, quelli che da allora saranno Gli Attori per antonomasia), le epoche narrate (la Little Italy perfettamente ricostruita degli anni Venti, e le vicissitudini degli anni Cinquanta di Michael, in un raro esempio di sequel-prequel), i compositori (Carmine Coppola che si aggiunge a Nino Rota), le scene iconiche («I know it was you, Fredo»; Vito che aspetta con una pistola avvolta in un asciugamano bianco; «Mio padre si chiamava Antonio Andolini»…), e soprattutto la dose di dramma personale e pessimismo.
Se il primo film era in fondo la storia di un trionfo (seppur ambiguo), quello del figlio minore ribelle che suo malgrado si scopre il più capace di tutti e viene incoronato come legittimo erede, Il padrino – Parte II è una discesa tragica, cupa e fredda nel logorio del potere, che finisce per piacere per motivi pressoché opposti rispetto alla prima parte. Il padrino è infatti un perfetto gangster movie, in cui ogni reparto è al massimo livello professionale (dal cast alle musiche, dalla fotografia al montaggio), ma se gli si può trovare un difetto, questo sta proprio nel suo rimanere un film che, anche al massimo grado artistico, vuole nella sua essenza intrattenere il suo pubblico con teste di cavallo, pistole, esplosioni e un “buono” che vince sui cattivi.

Chi preferisce Il padrino – Parte II lo fa perché nel sequel questo rapporto si inverte, e sembra che gli intrighi mafiosi, le lupare, gli attentati spettacolarmente filmati siano solo una superficie sotto la quale si dispiega il ritratto assolutamente non hollywoodiano di un antieroe senz’anima, un Darth Vader ante litteram che ha sepolto l’uomo che era dietro una corazza di paranoia, ambizione e inflessibilità. Nel primo film Pacino, parlando delle attività criminali di suo padre, diceva alla fidanzata: «È la mia famiglia, Kay, io non sono così», e in quel momento diceva la verità; qui invece, quando si confronta con un senatore corrotto, rovescia la frase dichiarando: «Io e lei siamo due facce della stessa ipocrisia, ma non tiri mai in mezzo la mia famiglia».
In fondo la saga dei Corleone non è che una terribile vicenda a metà tra mitologia greca e teorie psicanalitiche, un confronto col Padre come figura amata e infallibile che impone alla prole il fardello di essere alla sua altezza, anche se questo significa – come per Michael – rinunciare alla propria anima incarnando un “Io nevrotico” malamente ricalcato su quello paterno. Lo dice in modo molto illuminante Coppola parlando della scena in cui Vito prende la mano di Michael bambino e gli fa fare “ciao” dal finestrino di un treno: «Gli muove la mano, come un burattinaio». E la beffa è che nemmeno disconoscendo se stesso e cercando di diventare suo padre, il nuovo padrino potrà avere l’amore e l’unità famigliare che cerca.
Alla fine, in una delle scene più emotivamente devastanti del cinema, perché a sorpresa riporta anche noi spettatori nell’atmosfera accogliente, calorosa e ormai perduta del primo film, a Michael non resta che ricordare i tempi felici della sua innocenza e rimanere seduto da solo a rimpiangerli tra le foglie autunnali: un re invecchiato che ha eliminato ogni nemico tranne se stesso.
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