Erano nomadi – Intervista ai registi Carlo Concina e Cristina Maurelli
Esiste un mondo pre-covid e pre 7 ottobre che solo recentemente sta venendo riscoperto. Anche per quanto riguarda la Palestina al cinema (che comunque abbiamo in minima parte trattato) esiste una produzione antecedente all’attuale fase del genocidio che vanta anche firme italiane. Una di queste è Erano nomadi. Proiettato lo scorso 13 febbrario al cinema di Binasco, si tratta di un documentario breve, meno di mezz’ora, sulla vita quotidiana dei beduini nel deserto della Palestina. Nel documentario, visibile qui o alla pagina ufficiale di Eidonfilm, si segue la vita di Jamel e della sua famiglia mentre cercano di sopravvivere al continuo spossessamento di terra e vita. Una storia, come quasi tutte quelle palestinesi, di resistenza e resilienza, ma anche di innovazione e sviluppo. Poche cose riassumono la capacità di adattamento di un popolo indomabile come la storia della “scuola di gomme”. Per comprendere meglio la realizzazione del film e il futuro di simili produzioni, abbiamo raggiunto i registi Carlo Concina (regista, videomaker, videoartista, formatore e producer) e Cristina Maurelli (autrice e regista) per parlare del documentario, della sua realizzazione e del futuro di queste produzioni.

Il vostro documentario ha concorso in almeno cinque competizioni, di cui due vinta – Premio del Pubblico al Boston Palestine Film Festival 2020 e la Menzione Speciale Italia Doc al Premio Libero Bizzarri 2022. Al di là dei riconoscimenti ufficiali, che tipo di responso avete avuto dal pubblico?
CM: Direi un buon riscontro. Il film è stato molto apprezzato per via di questo tipo di tematiche e anche per cercare di capire che cosa sta accadendo in questo momento attuale. Una sorta di esemplificazione di come questo potrebbe accadere anche in altri contesti. E poi l’interesse internazionale rispetto a questa tematica, cioè la vita delle comunità beduine e il relativo materiale, è veramente pochissimo. A Dubai una persona che era in sala ha fatto una story su Instagram taggandoci in cui ha definito il film “meraviglioso”. Io l’ho ringraziata e lei mi ha detto di essere una beduina e che non aveva mai visto sullo schermo una storia che la rappresentasse così, in modo così efficace, quindi ci ringraziava tantissimo. E anche se sei lontano è stato molto bello. Perché come tutti i popoli nomadi sono comunque osteggiati, quindi anche in Palestina sono gli ultimi, come da noi gli ultimi sono i rom e i sinti.

Qual è secondo voi lo stato dei cinema sociale in Italia? C’è mercato e pubblico anche considerando la situazione attuale?
CM: Io penso che in realtà pubblico potenziale ci sia e ci sono un sacco di persone molto interessate a capire, ad approfondire, a confrontarsi. Certo, gli spazi si sono chiusi moltissimo, ci sono pochi spazi disponibili ad ospitare serate come queste, a mettere a disposizione i locali, a occuparsi della promozione, eccetera. Il cinema in generale è in crisi, le persone sono più impigrite, forse escono meno volentieri, non è facile coinvolgere le generazioni più giovani, fare un’offerta che possa avere un senso. Noi in particolare siamo esperti di video partecipativo, cioè di cinema fatto da comunità a vario titolo. Io ho scritto un libro su questo, Video Partecipativo, nel quale abbiamo impostato un metodo che si chiama appunto “video partecipativo per lo sviluppo di comunità” e ci occupiamo proprio di far fare il film alle persone che non sono professioniste, quindi comunità di persone che si mettono insieme, studiano, pensano una storia, la realizzano. Noi consegniamo le telecamere, i microfoni, le luci – seguiti naturalmente – a queste persone e insieme facciamo un film che poi andiamo a riconsegnare alla comunità. Queste formule stanno funzionando molto bene soprattutto nei contesti più fragili o comunque che hanno delle storie da raccontare e in questo senso c’è molta comunità, molta possibilità poi di ricollettivizzare quel tipo di ragionamento. Su questo c’è una sicuramente un piccolo trend, poi bisogna trovare i soldi.

Stiamo assistendo a una repressione sistematica di tutte le principali voci che si occupano di Palestina a cominciare da Francesca Albanese, la Relatrice Speciale per i Territori Occupati. A voi è capitato di subire qualche tipo di intimidazione o pressione per ciò che stavate realizzando?
CC: No, direttamente no. Sicuramente il fatto che non siamo potuti entrare a Gaza è una sorta di censura che ci è stata imposta.
CM: Una censura preventiva perché era a prescindere dal progetto che volevamo fare. Probabilmente soltanto per il fatto che potevamo testimoniare qualcosa non ci è stato dato il permesso di entrare. Ed eravamo prima del 7 ottobre, stiamo parlando della fine del 2019, però comunque per entrare a Gaza avevi bisogno di permessi, a maggior ragione se eri un documentarista.

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