Behind the Scenes of the Opera – La Traviata deve essere brutale, con Alessandro Talevi
Quando ho saputo che Alessandro Talevi, di cui avevo guardato la Tosca all’Opera di Roma, sarebbe tornato con la Traviata a Bologna, mi sono chiesta cosa si sarebbe inventato questa volta, per uno dei titoli più rappresentati di sempre.
Il regista mi accoglie su Zoom, con un’energia esplosiva che mi lascia interdetta: so bene che potrebbe avere un jet lag, viaggiando sempre da una parte all’altra del mondo, e in particolare dal Sud Africa, che rappresenta metà della sua terra.
Le interviste, ho imparato in questi anni, si fanno in due, nel senso che se l’interlocutore sa davvero di cosa sta parlando, la penna dell’intervistatore diventa filigrana, accompagna una conversazione che esige libertà di espressione innanzitutto.
Così abbandono il canovaccio, e attraverso un riquadro pixelato, per la magia di intreccio che una comune passione può compiere, mi immergo nella Traviata di Alessandro Talevi, che debutterà al Comunale Nouveau di Bologna il 21 febbraio.
Perché proprio la Traviata? Di nuovo?
È Verdi che mi cerca sempre! E soprattutto la Traviata, questo è il sesto allestimento: sono già stato a Bologna ma anche, per esempio, a Tel Aviv.
Da regista, soprattutto se si è alle prime armi, è rischioso fare Giuseppe Verdi: non solo la sua musica è potente, ma la sua teatralità è travolgente. I margini di inventività sono risicati. Pensa a Leoš Janáček, Sergei Prokofiev, Dmitri Shostakovich, o per stare in Italia, Rossini. Con Verdi puoi creare, ma dentro binari precisi.
Traviata, Rigoletto, titoli che hai già messo in scena. Ma come si fa ad avere sempre idee nuove su una stessa opera?
Ogni produzione è speciale. Cerco di sentire l’atmosfera del teatro, di essere molto ricettivo rispetto al cast.
L’ultima volta che sono stato a Bologna, lo spazio si è quasi imposto sulla creazione. Siamo stati spostati all’EuropAuditorium, con soli cinque giorni di prova lì. Dentro questa situazione di emergenza, ho distillato e condensato le essenze di tutte le Traviate precedenti, adattandole allo spazio moderno e industriale.
È come raccontare la stessa storia in un’altra lingua, spostandosi dalla jazz age di Parigi agli anni Venti a Città del Capo.
Le aspettative dei sovrintendenti sono spesso, e comprensibilmente, di avere le sale piene. Ti sei mai sentito censurato per questo?
Capisco che i teatri vogliano compiacere i pubblici e che ci sia una pressione sui registi. Ma questo non mi ha mai spaventato dal perseguire le idee registiche che mi venivano sollecitate dalle opere stesse.
Tu lavori in tutto il mondo: hai riscontrato differenze tra i vari paesi?
Penso sempre al paese per cui allestisco, perché interpreto il mio lavoro come ponte di collegamento tra ciò che succede sul palco e il pubblico che ascolta e guarda. Ma non significa che voglio anticipare quello che si aspettano, o fare un second-guess: se fai così sei perso, non hai più un’identità registica e creativa.
Ma si tratta di avere empatia, e capire se ci sono modi di trasmettere le tue idee rispetto alla comunità con cui stai lavorando.
E questa strategia ha funzionato o ti ha fatto fare anche fiasco?
Non è stato sempre di successo: il mood a volte non l’ho letto bene, a volte i pubblici sono troppo abituati a un solo gusto.
Per esempio, in Sud Africa sono stato accolto con diffidenza: pur essendo io per metà sudafricano ho una formazione europea in senso teatrale, pregna di estetica tedesca. Questo a volte può creare dei cortocircuiti di percezione.

La Traviata di Alessandro Talevi, in scena al teatro EuropAuditorium nel 2022. © Andrea Ranzi
Ancora di più con caratteri sfaccettati come quello di Violetta, di cui si dice che annidi sempre l’amore nelle trame boscose del suo desiderio. Le letture che si danno di questo complesso personaggio spesso ne oscurano l’eversività libertaria. Come se a lei, costretta a mercificare il suo corpo per necessità, potrebbe essere precluso il piacere vero, oltre che il sincero amore. Ma se invece Valery prima, Violetta dopo, fosse talmente audace da godere di un amore del tutto mondano? Sembra impensabile, se ricordiamo che la prima volta che compare ad Alfredo, lo fa come in modo disincarnato, incorporeo, stilnovista.
Violetta, nella Traviata di Alessandro Talevi, può scandalizzare?
Credo di sì, ma non perché è “mia”, ma perché lo è autenticamente: credo che questo aspetto trasgressivo venga spesso omesso o taciuto, sublimando l’erotismo nella religiosità ad esempio.
La festa viene spesso resa in modo elegante, ma questo non toglie che sia peccaminosa. Violetta può anche godere del piacere erotico puro, può gioire del sesso, e allo stesso tempo sentire che cresce in lei un amore che la spaventa, a cui non è abituata e che rifugge per preservarsi.
Oggi non contempliamo la gioia fisica del sesso per Violetta, come non lo facciamo per Gilda nell’incontro con il Duca in Rigoletto. Ma se il pubblico la vuole davvero giudicare, facciamogliela giudicare.
Tu sei anche un musicista, e la tua regia abita la musica innanzitutto. Mi dilungo in una nota personale: a me succede di vivere l’opera lirica mettendo in campo altri sensi. Mi sembra ti poter sentire tattilmente la materialità artigiana dell’allestimento, e questo mi aiuta anche ad assorbire di più la partitura musicale. Quant’è importante per te l’arte plastica e visiva da regista?
Si parte sempre dalla drammaturgia e dalla musica, e poi queste idee si sviluppano tecnicamente.
Io sono un regista molto pratico, spesso mi occupo delle scene; quando lavoro con lo scenografico, mi costruisco un modello 1:25 per capire immediatamente come si costruiranno gli spazi, dove staranno i cantanti, le dinamiche di movimento.
I cantanti si stanno abituando all’idea di provare a essere anche degli interpreti più convincenti. Ma può essere che siano anche refrattari a certe indicazioni. Qual è la competenza più importante che deve avere un regista, soprattutto per gestire casi in cui manca la cooperazione?
La più importante è la comunicazione, ma anche la disponibilità al compromesso. Cerco sempre di illustrare ai cantanti l’idea del personaggio, il sottotesto, la backstory, poi ci ragioniamo insieme: ma è compito del regista persuaderli della bontà di questa idea e del fatto che siano in grado di portarla a compimento. E poi c’è sempre una trattativa in corso: bisogna essere sensibili ai loro punti di forza ma soprattutto alle loro debolezze. Sono lì per cantare, dunque è giusto valorizzare questo e metterli a loro agio.
Sei contento di tornare presso il pubblico italiano?
È un pubblico operistico molto esigente, soprattutto verso il repertorio italiano. Con Verdi o Puccini bisogna stare attenti, si rischia meno con titoli stranieri verso cui recepisco una maggiore apertura mentale.
Puoi farci uno spoiler di un momento che potrebbe far vibrare i melomani sulla sedia?
Il coro di Zingarelle e Mattadori, alla festa di Flora, sarà unmomento un po’ metateatrale.
L’ho concepito come uno spettacolo allestito dagli amici..
Un po’ cechoviano, ma anche shakespeariano!
Sì, ma non fanno prosa.. ma la Carmen! Proietteremo un piccolo palcoscenico dietro, in cui balleranno la Seguidilla, circondati da cartoline di Siviglia e dai sopratitoli che si usavano nei film muti.
Non sono un fanatico del video.. you can’t smell it, come si dice. Però in questo caso è adatto a proiettare questo fondale e a dare l’impressione di un corto.
Uno dei temi che per me è più toccante dentro questo libretto è il rapporto tra Giorgio e Alfredo, che per alcuni commentatori ricorda quello tra Alexandre Dumas padre e Dumas jr, autore de La signora delle camelie. Come leggi questo rapporto filiare e intergenerazionale?
È molto complicato. Lui è un padre convenzionale, ci si aspetta per certi versi questo istinto di protezione, ma il modo in cui desidera schiacciare Violetta è cinico e spietato. E allo stesso modo schiaccia suo figlio: Alfredo non rispecchia le sue aspettative, tra di loro c’è incomunicabilità. Anche se nel duetto si sente che soffrono insieme, non c’è mai riappacificazione o riconciliazione.
Alfredo è un po’ millenial: come Brooklyn Beckham ha detto a suo padre “stai fuori dalla mia vita”.

La Traviata di Alessandro Talevi, in scena al teatro EuropAuditorium nel 2022. © Andrea Ranzi
Come questo ci sono altri momenti piuttosto drammatici. Ricordo le lacrime di Julia Robert in Pretty Woman con “Amami Alfredo”. Cosa commuove te?
Sicuramente quel momento musicale, che è un’implorazione struggente. Ma mi sento toccato anche da “Parigi, o cara”. Si sa che non torneranno a Parigi, e Violetta prende il ritratto per darlo ad Alfredo, come a dire: questa è l’immagine dei miei giorni passati e felici, mostrala a colei di cui ti innamorerai.
Lo trovo straziante, e ho scelto di amplificare questa sensazione. Quando lei sta per rinascere e poi crolla, gli uomini intorno sono quasi eccitati da questo ultimo suo spirare. È brutale, come il mondo in cui è nata e che ha vissuto. .
È un momento storico pieno di contraddizioni, in cui la violenza si esibisce da sola, e allo stesso tempo poniamo confini formarli per preservarci da essa. Se avessi dei figli adolescenti, e li portassi a guardare la Traviata di Alessandro Talevi, cosa potrebbero capire un po’ meglio della grammatica dei sentimenti?
È una rimostranza che facevano anche a Verdi: se avessi una figlia che va a guardare Rigoletto, come le spiegheresti quello che succede prima con il Duca e poi le scelte del padre?
L’arte non può essere solo istruttiva o rassicurante. Parliamo di brutte cose perché la vita può essere brutta. Le fiabe, quando non sono edulcorate, sono atroci.
Con l’arte, i giovani possono capire qualcosa del mondo, imparare a evitare situazioni e istinti, proteggersi ma senza esporsi e viverlo in prima persona. La brutalità nell’arte non compromette, ti rende consapevole.
Se esci dal teatro che bruci per le ingiustizie che hai visto, forse puoi costruire un mondo migliore. Puoi anche pensare di cambiare la vita fuori.
La Traviata di Alessandro Talevi è stata consigliata dalla nostra Redazione tra i 10 spettacoli da vedere nel 2026.
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