Dreams – I sogni muoiono al confine
La scritta Dreams, titolo del nuovo lavoro di Michel Franco, campeggia su uno sfondo blu elettrico nei primi istanti del film, allargandosi progressivamente fino a rivelare, negli spazi bianchi delle lettere, un furgone fermo al confine tra Messico e Stati Uniti. Urla e richieste d’aiuto riempiono la gelida notte nel deserto messicano, rivelando, all’interno del veicolo, la presenza di un gruppo di migranti: un’ouverture che è già la promessa di un dramma, mentre i sogni evocati dal titolo appaiono irrimediabilmente traditi.
Il racconto della frontiera tra Stati Uniti e Messico e il rapporto conflittuale tra questi due Paesi non è un tema nuovo del cinema messicano, il cui immaginario risente fortemente del progressivo intensificarsi dell’emigrazione verso Nord e delle politiche protezionistiche americane che avallano la criminalizzazione sistematica delle persone migranti e la militarizzazione del confine. Basta ricordare, tra i registi più celebri, i premi Oscar Alfonso Cuarón e Alejandro Iñárritu, che hanno raccontato l’attraversamento della frontiera rispettivamente in Desierto e Babel, che dedica al tema una delle quattro linee narrative. Iñárritu è inoltre tornato a parlare di migrazioni con Carne y Arena, un’installazione in realtà virtuale che pone lo spettatore accanto ai migranti, restituendone la dimensione fisica ed emotiva.

Michel Franco sceglie una strada diversa, adottando una prospettiva intima e privata e raccontando il rapporto tra Messico e Stati Uniti attraverso la relazione amorosa tra un giovane ballerino messicano e una ricca filantropa americana. Fernando (Isaac Hernández, prestigioso ballerino messicano) sogna la fama internazionale e nuove prospettive di vita negli Stati Uniti. Innamorato di Jennifer – un’algida e magnetica Jessica Chastain – rischia la propria vita attraversando la frontiera per raggiungerla a San Francisco. Il suo arrivo inaspettato, però, sconvolge l’universo della donna e diventa motivo di imbarazzo nella fitta agenda legata agli eventi mondani della fondazione di famiglia, attiva in progetti umanitari in Messico – proprio lì, tra l’altro, i due si sono conosciuti – svelando la profonda ipocrisia che si nasconde dietro la società liberale americana.
La loro relazione è segnata da un evidente squilibrio di potere, frutto della differenza d’età, delle possibilità economiche e del diverso prestigio sociale; una disparità che diventa metafora del rapporto tra i due Paesi confinanti da cui provengono i protagonisti. Michel Franco torna a rappresentare una società attraversata da profonde diseguaglianze, facendo convergere due classi agli estremi, come già accadeva in Nuevo Orden e in Sundown, e confermando la sua predilezione per una costruzione filmica fondata sul contrasto strutturale. Questa volta, l’obiettivo polemico del regista è la filantropia e una certa élite americana, la cui beneficenza rivela motivazioni più egoistiche che etiche, riducendosi a un gesto superficiale per sentirsi “più buoni”.

Ma in una società segnata da una polarizzazione estrema tra privilegi e marginalità, la beneficenza smette di essere un gesto di generosità e diventa un atto di giustizia sociale. E allora, quando tale riparazione fallisce, la rabbia accumulata di chi è costantemente marginalizzato può accendersi e innescare rivolte violente contro un sistema iniquo, anch’esso intrinsecamente violento. È quanto accadeva in Nuevo Orden, dove un matrimonio sfarzoso dell’alta società bianca messicana veniva travolto dalla rivolta degli ultimi del Paese, capovolgendo il vecchio ordine sociale.
Qui – senza svelare troppo – Franco traspone lo stesso discorso nella dimensione intima della coppia, con un estremo tentativo, nel sorprendente finale, di ribaltarne i rapporti di forza, destinato a fallire ancora prima di concretizzarsi. Come in Nuevo Orden, dove il colpo di stato finiva per mostrare un altro volto del potere, apparentemente diverso ma sostanzialmente identico, il fallimento di questo ennesimo tentativo di rivolta segna, in maniera cinica e disillusa, la definitiva caduta di tutti i sogni, a partire dall’ormai defunto American dream fino all’illusione di poter costruire una società davvero equa.
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