Paul di Denis Côté – Tra autocontrollo e autonarrazione | Filmmaker Festival 2025
Un’inquadratura dominata dal biancore di un ambiente asettico, ripartita tra la porzione di uno scheletro in primo piano e un corpo intento a pesarsi sullo sfondo, in una dicotomica relazione assimilabile a quella che intercorre tra l’essenza e l’apparenza, la sostanza e l’esteriorità, la testimonianza documentaria e l’autonarrazione infiorettata. Questo è il significativo frame che compare già nei primi minuti di Paul, il film di Denis Côté alla sua prima italiana al Filmmaker Festival 2025.
Il rispettoso ritratto, tracciato con grazia e senza incappare nella tentazione maliziosa del voyeurismo, è quello di un giovane di 113 chili. L’occasione è la fortuita conoscenza del regista con Paul tramite una ragazza che gode dei suoi servizi, unita alla necessaria produzione di un’opera intima ed essenziale durante un periodo di convalescenza dell’autore, a seguito di un trapianto renale.

Côté, pluripremiato regista canadese dallo stile osservativo simile a quello di Nicolas Philibert e lo stesso interesse per il periferico e lo straniato di Ulrich Seidl, si insinua senza invadenza nella dimensione di precario equilibrio di un giovane che, a tentoni, è risalito in superficie dall’abisso di una depressione che lo ha costretto a una sofferente stasi per circa dieci anni. L’appiglio è la volontà di rimodellare un reale nebuloso, un corpo sformato, una casa di oggetti accatastati, corrispettivi fisici dello spaesamento e della fatica di una mente. Così Paul, su internet e sui social, diventa Cleaning Simp Paul, uno schiavo delle pulizie a servizio delle donne, che trae gratificazione dal loro totale appagamento. Filmarsi con lo smartphone durante la sua quotidiana attività coincide con un percorso di rinascita e significa allora esistere con orgoglio, essere riconosciuto come corpo che occupa legittimamente un posto nel mondo, che aderisce senza strabordamenti e con ordinaria regolarità al proprio ruolo. L’urgenza di uno statement (Cleaning Simp), portato come un vessillo sulla maglietta, risponde al bisogno impellente di autonarrarsi per autoaffermarsi, prospettiva che riguarda anche le Mistress che compaiono in vesti singolari, in mise provocatorie o travestimenti carnevaleschi. Con loro Paul intrattiene rapporti che prevedono tagli di capelli, lezioni di yoga o di burlesque, intermezzi di BDSM molto simili ad appuntamenti di psicoterapia con il volto coperto da maschere con sembianze di unicorni, da un cappuccio nero o dal beneficio del fuoricampo in cui sono spesso confinate le facce delle dominatrici. Paul analizza, in queste vere e proprie sedute, la sua capacità di autocontrollo e la sua periodica resa davanti alla tentazione della coca cola, rigorosamente light.
Dinnanzi all’immagine di sé domata, esposta con consapevolezza su Instagram, autoritraendosi per sopperire al rischio di lasciare all’altro l’incombenza di definire, formulare un giudizio o una narrazione, ecco che interviene un occhio, quello del regista, che non si fa carico di informare il reale – nel suo senso di mettere in forma e plasmare – ma si premura di disvelare senza ricorrere all’intervista né indulgere alla morbosità dell’indagine maliziosa sulla stravaganza, bensì illuminando l’essenza: lo scheletro a fronte del corpo in lotta contro il sovrappeso. Allora, la camera indugia sugli adesivi di Alice nel Paese delle Meraviglie (ancora il tema della trasformazione e del potere, in un classico più volte riletto anche in chiave erotizzata) o sulla conversazione con una donna, riprendendo gli occhi del giovane che rifulgono di verità, molto più delle immagini che si susseguono a ritmo serrato nei reels per compiacere l’algoritmo, favoleggiando di una vita felice grazie allo strofinamento sui vetri e all’olio di gomito nella detersione dei fornelli.

In un film di schermi, dunque, da quello del telefono che sembra essere la condizione di possibilità di ogni azione di Paul, nonché della sua salvezza dal baratro, a quello delle chat con i followers o i curiosi, il dispositivo documentario terremota con garbo quel meccanismo di controllo e si propone di aprire uno spiraglio, una via di fuga attraverso la sostituzione della cura dell’autonarrazione con quella della rinuncia all’avere padronanza di tutto quel che accade. Il sospetto, più che fondato, è che la prima non possa che corrispondere alla faccina neutra abbozzata sul diario su cui Paul tiene traccia dei propri cambiamenti di umore e che serva ben altro per incurvare in un sorriso quella bocca scarabocchiata a penna.
Nel suo incedere incerto per la città, applicando ai pali della luce gli adesivi con il suo nickname, Paul ritaglia un suo spazio consapevole nell’indistinzione. Allo stesso modo, domina il luogo che abita rendendolo ordinato, lindo e sgrassato e tornando a una tabula rasa sulla quale, eventualmente, progettare un arredamento eccentrico che funga da equivalente concreto di sé. Anche ogni rapporto BDSM, del resto, oltre al piacere di vedere il proprio corpo punito, è un rituale che ha a che fare con la colpa e l’innocenza, la vergogna e il trionfo e in cui il potere e l’umiliazione, subita o inflitta, lasciano trasparire per paradosso la necessità vitale di affermare la propria esistenza.
Risulta evidente che il documentario di Côté, con un insperato potere trasformativo, ha avuto tanta parte nella parabola di rinascita e salvezza di Paul, inizialmente incapace di intrattenere qualsiasi rapporto con individui di genere maschile e quindi restio a partecipare al film, rendendo necessaria l’intercessione di una collaboratrice donna. Ma il traguardo raggiunto, vale a dire la presentazione dell’opera di fronte al vasto pubblico della Berlinale, testimonia la buona riuscita di un lavoro che rispetta la sola regola dettata dal soggetto: il non essere rappresentato nudo o ridicolizzato.

Paul corrisponde anche a una presa di consapevolezza del protagonista, che ingenuamente realizza di non potersi definire regista per le sue sole pubblicazioni di video sul web, oltre che dello spettatore, sullo statuto delle immagini e sulla loro artisticità, attraverso una metadiscussione sull’uso che ne compiamo quotidianamente per la nostra autoaffermazione.
Davanti allo stato di stress, più volte esplicitato dal giovane, causato dal forsennato riprendere e montare il girato per il suo profilo social, appare naturale chiedersi se a questa costante autobiografia esposta in rete non corrisponda il rischio di rimanere impantanati in un incasellamento tanto bramato e autonomamente costruito quanto pericoloso e imbrigliante, facendo la fine del pirandelliano Belluca, rifiutando la complessità e restando incastrati in una giostra da cui è complicato scendere, molto più che chiedere uno stop con una parola precedentemente pattuita in una pratica BDSM.
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