Ubù, Re scatenato – Il romantico ossimoro della crudeltà
È naturale e fisiologico che, con il compimento dei suoi 50 anni di attività, un’istituzione artistica come Teatro della Tosse si trovi oggi a riflettere sulla propria eredità, sul proprio linguaggio e sulla propria immagine. In parte questo processo di riflessione era iniziato nel 2021 con Un Flauto Magico, spettacolo itinerante che raccoglieva l’universo immaginifico di Emanuele Luzzati e che già iniziava a sondare quanto quell’iconico bagaglio di personaggi e narrazioni potesse entrare in risonanza con un presente così distante nel tempo. Ma è con Ubù, Re scatenato che il processo di riflessione trova oggi il suo compimento, riuscendo a mettere in scena sé stesso nel suo dispiegarsi, con un lavoro di risonanze dentro, fuori e intorno al palco che sottolinea ancora una volta l’estrema comprensione da parte della Tosse del proprio portato culturale.

Lo spettacolo, firmato nella drammaturgia e nella regia da Emanuele Conte, radica la sua efficacia in un terreno fatto di molti strati: innanzitutto il testo inaugurale di Alfred Jarry, scritto nel 1896 – un anno dopo la nascita del cinema – e che porta al proprio interno il rigurgito di un XIX secolo che non riusciva a guardarsi allo specchio; poi, ovviamente, quel primo Ubù Re del 1975, con cui Tonino Conte ed Emanuele Luzzati hanno dato il via a 50 anni di lavoro scenico ormai iconico; e in ultimo, una contemporaneità che vede nella figura di Ubù un presagio troppo facilmente deriso e poco ascoltato, in cui le nefandezze della maschera grottesca impallidiscono di fronte a una cronaca globale e quotidiana troppo rapida per lasciare alla satira il tempo di elaborarne la presa in giro. Proprio per questo, strato dopo strato, la scelta di Emanuele Conte di tornare a Padre Ubù – Re, sì, ma anche incatenato – è il tentativo di giocare con la maschera del potere crudele e degenerato per metterne a nudo l’aspetto più ossimorico, ovvero la sua capacità di normalizzarsi, diventando quasi immagine romantica.

La cornice con cui lo spettacolo si dispiega – un programma televisivo da salotto pomeridiano, con gli ospiti che si raccontano mentre le loro memorie vengono mostrate su schermo – diventa la dichiarazione fortemente politica di uno sguardo e di una postura. Ubù, Re scatenato interroga il ruolo mai innocente dello spettatore, della sua posizione di distacco che nel raccontarsi passiva è in realtà vigliacca quando diventa legittimante: ce lo ricorda la scoppiettante conduttrice – un’entusiasmante Sarah Pesca – che ringrazia subito il pubblico perché, in effetti, senza gli spettatori nulla di quel che si vede sul palco accadrebbe. Sembra una banalità o un passaggio di circostanza, ma nel testo di Conte nessun momento appare secondario: il suo è un lavoro di delicata decostruzione del tessuto narrativo, a partire dall’impianto stesso del mettere in scena. Evocare Padre e Madre Ubù non è un gesto innocente, ma comporta l’accettazione di un rischio: lo strabordare del linguaggio, del limite continuamente spostato, del pudore cui si è disposti a rinunciare anche seduti e divertiti di fronte al palco.

Poco sopra si parlava di ossimoro ed proprio Conte ad affermare di considerare la figura di Ubù una figura fortemente ossimorica: la parodia di un qualcosa al di là da venire che ora, appunto, risulta un inascoltato monito come spesso resta inascoltata la voce artistica. Oggi, nel suo ritenersi scatenato, il ruolo di Ubù apre ad un ulteriore ossimoro, quello dell’immagine della crudeltà: la domanda non è più fin dove può spingersi il potere nell’agire in modo inenarrabile, ma che margini deve darsi la narrazione del disumano per risultare digeribile dal pubblico. È così che nei ricordi rappresentati in scena Ubù si mostra senza freni finché la trasmissione/cornice è in atto, mentre appare in catene nel momento in cui la conduttrice spegne i riflettori e abbandona il suo ruolo di mediatrice dell’indicibile. Il ribaltamento costante della messa in scena presentifica l’ossimoro di Ubù, lo sottolinea e lo rimarca, regalando un’eterogeneità di modi narrativi – e di ritmi del racconto, spesso esilaranti – che chiamano lo spettatore ad un autentico lavoro interpretativo, culminando in un finale che da solo svela l’importanza autentica di quanto fatto dalla Tosse in questo mezzo secolo.

Come ormai confermato da tutte le produzioni degli ultimi anni, all’attento lavoro maieutico di Conte contribuisce sempre più la qualità eccezionale dei protagonisti che danno corpo, voce e spirito ai personaggi sulla scena. Anche in questo senso Ubù diventa occasione per celebrare l’eredità della Tosse, con lo sdoppiamento dei due ruoli principali e simbolici per il Teatro – Padre e Madre Ubù – per rappresentare le due generazioni di interpreti che ne abitano il palco: Marco Taddei e Enrico Campanati sono le due versioni di Padre Ubù, mentre Susanna Gozzetti e Antonella Loliva ne interpretano la consorte. Con loro, tutti gli altri eccezionali protagonisti – Ludovica Baiardi, Pietro Fabbri, Sarah Pesca e Marco Rivolta – riescono a popolare un palco dalle dimensioni esorbitanti, con al centro una scenografia piramidale di proporzioni eroiche, in cui ogni elemento diventa strumento di innesco narrativo.

A contribuire alla riuscita di questo folle mondo, i costumi di Daniéle Sulewic e Daniela De Blasio confermano ancora una volta che il primo punto di forza del Teatro della Tosse è quello di saper concretizzare gli immaginari che colorano i testi, in perfetta continuità con l’eredità di Luzzati. Ubù, Re scatenato è infatti un’esperienza autenticamente visiva, che sfida la profondità di sguardo spettatoriale e ne mette in gioco la predisposizione all’imprevedibile. In questo, il tessuto scopico della messa in scena è disseminato – come lo è il testo – di rimandi alla storia della Tosse e in particolare del suo Ubù, che ormai è figura iconica e consolidata nella memoria collettiva del pubblico. Con questo, però, lo spettacolo riesce abilmente a schivare il rischio di farsi mero ammiccamento nostalgico per gli affezionati di lungo corso, scegliendo invece una complessità eterogenea che interroga e chiama in causa ogni tipo di pubblico.

Ubù come maschera, nella sua moltiplicazione sul palco, resta comunque Re. La scommessa più forte di questo spettacolo, fin dal titolo, è affermare questa continuità di un personaggio che, nonostante tutto e tutti, necessariamente mantiene il proprio titolo e che mette con forza in scena i termini per cui non lo può perdere. Lo spazio televisivo evocato sulla scena, con quel suo linguaggio oggi un po’ demodé e fortemente ritualizzato, è il luogo ideale della consacrazione moderna, eternamente inattuale come il concetto stesso di monarchia, capace di far accomodare il potere più disumano proprio a un passo dal divano di casa, dentro il salotto. Così si manifesta l’ossimorica condizione d’esistenza contemporanea del potere totalmente anestetizzato della sua carica di crudeltà agli occhi degli altri nutriti di desiderante complicità. Così la maschera di Ubù, Padre e Re insieme, continua a porsi come monito, presagio e, oggi, ritratto del potere.

Lo spettacolo è in scena fino al 26 ottobre alla Sala Trionfo del Teatro della Tosse di Genova. Con esso, dal 23 al 25 ottobre è possibile fruire il progetto preformativo Ubù Rap del giovane artista Theo Rem, che ha collaborato alla rilettura – anche visiva – di Ubù, a rimarcare un’evoluzione artistica attualmente in corso che parte dalla presa in carico di un’eredità magnifica.
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