Una battaglia dopo l’altra – Una resistenza senza fine
Sul belligerante confine tra Stati Uniti e Messico, Perfidia Beverly Hills punta una pistola contro il colonnello Steven J. Lockjaw. La donna afroamericana assoggetta il “maschile” d’America. Mentre con l’arma punta la fronte dell’uomo bianco, chiede in cambio l’erezione del pene come contrattacco. Nei primi minuti dell’ultima memorabile opera di Paul Thomas Anderson è immediatamente sovraesposto quello che Michel Foucault sosteneva nella sua Storia della sessualità: il potere produce discorsi e pratiche sul sesso, lo organizza e lo nomina suo privilegiato dispositivo. La pistola diventa simbolo fallico rovesciato tra le dita di Perfidia, e a noi – in uno stato di eccitante vis-à-vis – vengono presentati i due referenti di un discorso contemporaneo sulla conflittualità. Paul Thomas Anderson, che nella sua carriera è stato il regista dei grandi discorsi sul mondo, decide di puntare i riflettori proprio su quel rapporto politico tra i corpi e le visioni, sulla possibilità di costruire la libertà in un campo magnetico di forze dominanti.

Una battaglia dopo l‘altra è la libera trasposizione per il cinema del romanzo di Thomas Pynchon Vineland, un adattamento in chiave contemporanea dei fenomeni politici in atto nel 1984. Se Pynchon raccontava l’America ribelle all’alba della rielezione del presidente Ronald Regan, Anderson attualizza – sullo sfondo dell’amministrazione trumpiana – quelle forme di guerriglia che cercano di combattere le politiche securitarie e anti-immigrazione. PTA allarga lo spettro geopolitico di interesse, e la campagna bellica contro lo straniero sconfina oltre gli Oceani e diventa paradigma globale. La sequenza che nell’incipit coinvolge Sean Penn (in totale stato di grazia) e Teyana Taylor non è solo anticamera di un rapporto privato fascinosissimo, ma una scena pubblica che mette in gioco dispositivi di potere secolari: razza, genere, dominio coloniale, sessualità. Una battaglia dopo l’altra diventa così un racconto epico su quella microfisica contemporanea che dispone un corpo sull’altro, piega la volontà e i desideri collettivi e destabilizza la nostra identità.
A combattere, ancora una volta dopo 16 anni di apparente tranquillità, sono Rob Ferguson (ex membro del collettivo per la resistenza French 75″) e sua figlia Willa. Un Leonardo di Caprio alle prese con la sua personalissima versione eroica de Il grande Lebowsky, che cerca di rientrare in scena sul campo di battaglia dopo anni di droghe e annichilimento, di reinventarsi guerriero suo malgrado. È tutta una parabola sulla rieducazione al combattimento quella che seguono i personaggi, una riattivazione mentale e fisica per la sopravvivenza nei confronti di un nemico poco arrendevole, e che vive come irreprensibile oppositore al tu per colpa di un elemento non modificabile: la pelle come codice identitario, la mancata somiglianza all’io che fa reazione come criptonite contro la sicurezza.

I personaggi di Paul Thomas Anderson sono sempre dei gioiellini nelle sceneggiature scritte di suo pugno, sia perché non parliamo tanto di individualità narrative quanto più di universali possibili, sia perché le loro vite innescano un gioco di forze opposte che informa tutta la narrazione. Il colonnello è il “maschio bianco” in quanto assoluto, e Perfidia il suo negativo, ma sono anche presenze condite dagli umori e dalle pulsioni più comuni. Questa doppia vita delle creature andersoniane, eterne nell’immanenza e collocate in un qui e ora finito, li rende cinematograficamente irripetibili. D’altro canto, la loro natura oppositiva mette in moto quella danza dialogica hegeliana in cui si pongono e negano a vicenda, rimbalzando il discorso politico in atto (in questo caso) da un punto di vista all’altro, dai Pionieri del Natale – cellula neonazista e iper borghese – ai French 75. Non c’è quasi mai “sintesi” tra i personaggi antitetici del cinema andersoniano, solo una continua e rodata danza fatta di darsi e privarsi; ma in Una battaglia dopo l’altra si compie il miracolo o l’oscenità di un terzo elemento: una figlia, la procreazione come colpo di coda di un affare politico in fieri.

Difficile da collocare come opera di genere, Una battaglia dopo l’altra naviga tra la commedia nera, l’action movie e il film drammatico, rappresentando un ibrido curioso nella filmografia andersoniana. Non si tratta soltanto di un unicum tecnico, sebbene la collaborazione con Jonny Greenwood crei quel flirt perfetto – tra i brani ispirati agli Steely Dancrei e le scene di combattimento – che traghetta la comedy per la comedy di Licorice Pizza in un cortocircuito mediale da dramedy. Un nuovo sentimento spettatoriale può emergere dell’aver lavorato con un materiale iper contemporaneo con la stessa maestosa golden-age allure che contraddistingue il cinema di PTA. Se con The Master, Il petroliere e Il filo nascosto il regista californiano aveva trasformato fenomeni quotidiani in narrazioni secolari – quasi parabole bibliche pre-storiche – qui la questione politica è troppo calda, e non soltanto un problema culturale sottotraccia. L’urgenza sociale precede lo sguardo artistico di qualche istante, e il coinvolgimento maggiore dei nostri corpi politici è ad alta frequenza. La maestria con cui PTA riesce a rappresentare delle storie-concetto, rendendole anche figlie del XXI secolo, è un indubbio merito. Ma quando la prossimità con i problemi in questione è così adiacente, viene deposta quell’ascetica intuizione sul mondo, sull’amore, sul mercato, evocata dai precedenti titoli, per fare spazio a una call for action differente.

Non mancano scene di pura arte registica, dove il conflitto in sé, e il conflitto politico specifico, diventano azione visibile, inseguimento simbolico e tout court. Nella sequenza tra le ondulatissime colline americane in auto, lo scontro tra i fuggitivi diventa strategia di sguardo: il close-up sugli occhi, incorniciato dagli specchietti, segue ansiogeno il sali e scendi delle auto lungo la strada statale, la loro visibilità e l’assenza dietro la collina. E così, con un’aspirazione quasi leoniana nei deserti americani, il Buono, il Brutto e il Cattivo andersoniani si alternano per fuggire al colpo fatale. Ma c’è di più in questa lotta che è anche di genere, un dramma del riconoscimento che passa per lo sguardo reciproco. Se il desiderio è innervato psicanaliticamente dalla mancanza, la lotta politico-sociale del contemporaneo parte dal riconoscimento, dall’essere visti per quel che si è.

Una battaglia dopo l’altra è infine monito per un futuro innegabile, quell’after another impone la ripetitività del nostro sforzo resistente nei confronti di un mondo dalla coscienza circolare. Se il cinema novecentesco aveva elaborato a posteriori le più terribili tragedie del Secolo Breve nella sua istanza mostrativa, il cinema andersoniano cerca di pre-scrivere un possibile stato di cose. Se la memoria collettiva risulta così breve e passibile di errore, tanto da ripetere ancora e ancora scenari disfunzionali, la resistenza deve quantomeno fare altrettanto, e dar seguito a una risposta non tiepida. Se ci sarà una battaglia dietro l’altra, ci sarà una resistenza (anche artistica) che combatte per un’identità libera.
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[…] PTA ritorna al maestro Thomas Pynchon e adatta, molto liberamente, Vineland, il cui materiale ribollente è qui più che altro uno spunto di partenza da rimaneggiare per essere calato nell’America di oggi, dove il confine tra USA e Messico diventa terreno di una battaglia politica, letterale e insieme paradigmatica. Il risultato è un ibrido tra action, commedia nera e film drammatico che riflette, oltre che sulla necessità attuale di una resistenza contro le derive autoritarie, su quale sia il modo migliore oggi per ripensare e intraprendere la resistenza stessa. Perché la dialettica messa in scena non è solo quella tra suprematisti bianchi e rivoluzionari, ma anche quella tra generazioni. Riccardo Bellini | Leggi l’articolo completo […]
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