Daniel Day-Lewis, attore e storiografo, uomo invisibile

Daniel Day-Lewis non è un attore, è piuttosto un umanista profondo, uno storico del corpo e del corpus esperienziale di cui sono fatti i processi storici che hanno plasmato il mondo in cui viviamo, un esploratore in cerca di verità. Non è “solo” questo, chiaramente, è anche l’uomo che ha vinto il suo primo Oscar usando solo due occhi e un piede, che ha vinto il suo secondo raccontando gli Stati Uniti lontani dalle istituzioni, vincendo poi il terzo prestandosi, anima e corpo, alla rappresentazione di una parte degli Stati Uniti che era, al contrario, fisicamente un’istituzione: Abraham Lincoln. Se, con l’interpretazione di Christy Brown – scrittore e pittore irlandese quasi completamente paralizzato dalla nascita-, Day-Lewis ha commosso pubblico e critica nonché ispirato le prestazioni dei colleghi a venire, come quella di Tom Hanks in Forrest Gump e di Eddie Redmayne in The Theory of Everything, con quella del petroliere e di Lincoln ha raccontato la doppia genesi di una nazione.

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Spesso l’opera di un artista si misura dall’influenza che ha sul mondo che lo circonda e sul modo di interpretare la sua professione alla luce del nuovo canone da lui imposto; in questo senso, Daniel Day-Lewis si può porre sullo stesso piano di Leonardo e Picasso, di Mozart e Michael Jackson, una pietra miliare che costringe i colleghi a decidere che direzione prendere. Ma sul percorso tracciato da DDL non si trovano solo gli attori, si trovano tutti gli spettatori che, seguendolo negli anni, hanno scoperto i mondi che ha deciso di percorrere. È infatti difficile raccontare la carriera di un attore senza scadere nel banale e licenzioso gossip, ma è più facile farlo se l’attore in questione non è, appunto, un attore, ma qualcosa di più simile a un cartografo, a un sarto che unisce coordinate storiche e offre una visione d’insieme sulla loro struttura complessa. Di Day-Lewis si può parlare come di un regista, di uno sceneggiatore, come di qualcuno che ha una parte attiva nello sviluppo della narrazione, dalla sua nascita, con l’accettazione della parte (mai scontata), fino al doloroso distacco da essa. Sì, doloroso, perché il processo di immedesimazione tra l’attore britannico – con cittadinanza irlandese – e i suoi personaggi è diventato proverbiale, tanto da far affermare a Paul Thomas Anderson che: «Non vai al lavoro con Daniel Day-Lewis, vai al lavoro con chiunque lui stia interpretando […] è incredibilmente utile, hai il tuo personaggio in tre dimensioni che vive lì per te, devi semplicemente seguirlo e filmarlo.». E il dolore nasce quando i panni vanno progressivamente smessi per tornare alla normalità: ci vogliono mesi ad entrare nella parte e mesi per uscirne, nel mezzo stanno le stranezze più varie, come l’apprendistato da cacciatore in vista de L’ultimo dei mohicani, o i mesi di cattive maniere e linguaggio colorito in vista di Gangs of New York e There Will Be Blood (Il petroliere), per finire con due costole incrinate per le sedute troppo prolungate sulla sedia a rotelle de Il mio piede sinistro.

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Sembrano esagerazioni, non lo sono, e non sono nemmeno caratteri unici dell’attore britannico, altri attori lavorano così, ma la sua costanza, la sua cura nella scelta dei ruoli, il suo rifiuto di uscire dal personaggio renderebbero Day-Lewis una figura imprendibile, quasi inesistente, un manichino per grandi registi, se non fosse che quest’ultimo ha vita e respiro propri. Torno quindi al concetto di attore/storiografo, che credo descriva meglio di altri l’importanza di questo personaggio: il salto oltre l’Atlantico ha portato DDL sulle tracce della Storia americana, declinata nelle sue spinte classiche, quella istituzionale, espressione di volontà dall’alto, e quella popolare, dell’american dream, degli irriducibili redneck abituati a lottare per le proprie terre. Se infatti, con L’età dell’innocenza, l’attore/storiografo interpretava un membro dell’upper class americana di matrice fortemente europea, ecco che già il personaggio mostra evidenti segni di cedimento verso una morale e un pensiero nuovi, non più eteroimposti, ma espressione della spinta identitaria di un popolo nuovo, talmente forte da far vacillare le basi di un’alta società sostanzialmente ancora britannica.

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Il percorso di DDL comincia quindi dalla cultura alta per poi scendere sempre di più verso il punto di vista di quelli che creano da soli le proprie regole, i figli dei reietti, degli ex carcerati, degli emarginati, di quelli che hanno “trovato l’America”: è Gangs of New York la porta di ingresso per un inferno fatto di legge in absentia e violenza esagerata, vettrice di pulsioni antiautoritarie che Daniel Day-Lewis incarna nel personaggio di “Bill il Macellaio”, capobranco capace di creare un governo locale sovrapposto a quello ufficiale, salvo poi cadere inesorabilmente sotto il fuoco dell’ordine costituito, con buona pace del presidente Lincoln. E qui il percorso prende una nuova piega, da chi ha cercato di governare fuori dalle istituzioni a chi ha giocato secondo le regole: nel 2010, dopo lungo corteggiamento, l’attore britannico accetta la corte di Spielberg ed entra nel personaggio Abraham Lincoln, l’antitesi perfetta al Macellaio, un uomo semplice, nato in una capanna, ligio al dovere e aperto al prossimo. Il cerchio della Storia americana – apertosi con L’ultimo dei Mohicani – sembra già perfetto così, ma il quadro non è completo, manca Il petroliere, manca l’incontro con Paul Thomas Anderson. Pochi, davvero pochi film possono rasentare la perfezione, è una questione di momento storico, di chimica, di fortuna, di budget e, soprattutto, è questione di grandi sodalizi; quello tra PTA e DDL ha dato vita a un dramma umano di proporzioni epiche, in cui un personaggio dalle origini umili, tratto che lo accomuna a Lincoln, sceglie invece la via del denaro, dell’avventura, la via di chi fa come se le istituzioni non esistessero, facendo del petrolio il proprio credo, volando più in alto delle leggi, sulle ali del denaro. L’epopea ha inizio, l’ascesa economica e la mancata caduta del baffuto protagonista sanno di atto fondativo di una nazione destinata a dividersi irrimediabilmente tra individuo e comunità, tra ceti alti e bassi, tra violenti e non violenti, costituendo un paradigma tristemente attuale.

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I baffi, una pipa in bocca, il petrolio sulla faccia, forse è questa l’immagine che più ricorderemo di Daniel Day-Lewis, ormai ex attore che, con Phantom Thread, ha scelto di nuovo Paul Thomas Anderson per dire addio alla sua carriera d’attore. Un film bergmaniano, di drammi irrisolti e grande classe, un uscire di scena con stile (letteralmente) e in un’atmosfera sobria, silenziosa. Imprendibile Daniel Day-Lewis, impossibile da inquadrare davvero, mai se stesso, eppure sempre nascosto nei suoi personaggi, trasformista metodico e dai pessimi gusti televisivi (a detta di Anderson). In fin dei conti, quello che sappiamo di lui è poco, troppo poco, ma non voglio lasciare questo caso irrisolto, preferisco affermare che no, Daniel Day-Lewis, forse, nella realtà nemmeno esiste. Meglio cercarlo nei suoi film.

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