I predatori – E ora qualcosa di completamente diverso

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Ogni tanto accade. Chiamiamola congiunzione astrale, allineamento dei pianeti o dir si voglia: arriva un giovane regista e il suo debutto irrompe come una ventata d’aria fresca in tutto il panorama cinematografico italiano. È un fenomeno raro e innegabilmente affascinante da osservare, ancor più per poter dire in futuro “Io c’ero”. Attorno alle frotte di semplici curiosi, si avvicinano a dovuta distanza i cinefili più sospettosi. I sussurri incoraggianti crescono in passaparola convinto assieme a gomitate e bisbigli sul nome dell’autore. In tutto questo c’è chi inizia già a ipotizzare se e quando la “brillante promessa” riuscirà a compiere il salto a “solito str….”, secondo il celebre paradigma di Alberto Arbasino, o si dimostrerà un fuoco di paglia. Fatto sta che Pietro Castellitto è qui e i debutti come il suo negli ultimi vent’anni di cinema italiano si contano sulle dita di una mano.

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Degno di nota è che I predatori, vincitore del Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, si imponga anzitutto come una commedia, facendosi largo senza alcuna fatica in un panorama contemporaneo occupato da comici televisivi e meteore pescate dall’inesauribile calderone degli youtuber italiani. Il punto è però come lo faccia, che tipo di comicità Castellitto sia in grado di imporre, qualcosa di mai visto prima in Italia e non riconducibile a una serie di riferimenti artistici chiari e definiti. Al centro della storia c’è il classico incontro tra due mondi distanti: la famiglia Pavone, intellettuali e radical chic dell’alta borghesia romana, e la famiglia Vismara, orgogliosi fascisti proprietari di un negozio d’armi e legati alla criminalità organizzata di Ostia. I due ambienti di appartenenza sono facilmente delineabili: nevrotico, fatto di sotterfugi e crudeltà psicologica per i Pavone, violento e connotato da istinti animali quello de i Vismara.

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È il punto di partenza per quella che sembra una prevedibile struttura narrativa fatta di incontro e scontro. Castellitto decide però di prendersela comoda, fa avvenire il primo contatto tra le famiglie a un terzo del film e passa il tempo restante divertendosi a punzecchiare lo spettatore in un gioco di rimandi e aspettative puntualmente disattese per la definitiva collisione tra i due mondi. Quello che gli interessa è inanellare una serie di vignette ed episodi di quotidianità vissuta dai suoi personaggi, avvenimenti ordinari che diventano esilaranti, piccoli incidenti che portano a reazioni assurde.

Come già detto, quella di Castellitto è una comicità diversa, non basata su battute e punch-line né su fisicità slapstick o situazioni demenziali. Si tratta piuttosto di un lavoro certosino sui tempi comici e l’elaborazione di gag visuali, spesso facendo incontrare questi due motivi in una stessa sequenza. I predatori è pieno di situazioni che in qualsiasi altro film causerebbero reazioni opposte, dal dramma alla paura fino al far letteralmente accapponare la pelle: nel mondo di Pietro Castellitto fanno ridere, e anche molto.

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È un risultato incredibile, raggiunto sicuramente a partire da un originale lavoro in scrittura, ma portato a compimento solo tramite un’attenzione non comune nella recitazione e messa in scena, dove intere, geniali sequenze sono portate a casa con un’unica inquadratura strabordante di dettagli (una su tutte la visita dei Vismara all’ospedale). Riuscire a nascondere e far apparire addirittura semplice questo enorme sforzo è già incredibile di per sé, farlo con un’opera prima indica tutta la caratura di questo giovane regista, sempre occupato a trovare nuovi modi per punzecchiare e prendersi gioco dello spettatore, a partire da dei semplici tagli di montaggio come nell’apertura e chiusura della fantastica scena iniziale.

Da segnalare la bravura di Castellitto anche davanti alla macchina da presa, dove si assegna uno dei personaggi più folli e difficili da recitare. A coadiuvarlo c’è un ricco cast di rodati comici come Massimo Popolizio e Dario Cassini. Giorgio Montanini, qui al primo ruolo da protagonista, si rivela una scoperta, bravissimo nel trattare il personaggio più sfaccettato della vicenda nel costante sali e scendi tra dramma e commedia. Un ottovolante che coinvolge tutti i personaggi, maschere dell’assurdo rappresentative dell’Italia contemporanea, sempre pronti a rivelare quel velo di miseria e dramma esistenziale a conclusione di una sequenza partita in tutt’altro modo.

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I predatori non è comunque esente da alcuni difetti, in particolare nella struttura drammaturgica. Castellitto palesa come già detto una costante volontà di disattesa delle aspettative, e così facendo si muove in un pericoloso equilibrio, tra fili di trama lasciati sospesi e alcune indecisioni nel terzo atto, facendo perdere un po’ di propulsione a un’opera decisamente compatta. Sono poche insicurezze, soppiantate da una totale voglia di stupire e di proporre qualcosa di inedito, evitando con ammirevole convinzione le strade già battute nel nostro cinema. È l’obiettivo che dovrebbe porsi ogni debutto che si rispetti, e Castellitto è qua per ricordarcelo.

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