Ribellarsi con una storia – Intervista a Julia Jackman, regista di ‘100 Nights of Hero’ | Venezia 82
Due coincidenze inaspettate ci collegano a Julia Jackman, la regista e sceneggiatrice di 100 Nights of Hero, il film che ha chiuso la 40° Settimana Internazionale della Critica svoltasi all’interno dell’82° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia: ha studiato nella nostra amata Bologna, luogo dove inoltre ha letto per la prima volta la graphic novel di Isabel Greenberg da cui è tratto il suo film, ma soprattutto la storia è ambientata in un mondo governato dal dispotico Birdman (Richard E. Grant).
Giuriamo di non essere degli Uomini Becco, così si chiamano i suoi seguaci, ma le coincidenze erano troppe per non chiedere a Julia Jackman di portarci nel mondo orgogliosamente pop e femminista del suo film, un’ode al potere rivoluzionario delle storie con un cast guidato da Emma Corrin, Maika Monroe, Nicholas Galitzine e che conta persino la presenza, seppur in un piccolo cameo, della cantante Charli XCX.

I disegni della graphic novel da cui è tratto il tuo film sono molto essenziali. Come hai costruito l’estetica che vediamo nel tuo film?
Quando pensi al fantasy al giorno d’oggi, c’è spesso questo mondo costruito da effetti speciali e può sembrare molto freddo e austero. Nella mia mente invece c’erano i film degli anni ‘90, specialmente Orlando di Sally Potter, dove vi è sì una dimensione gotica, ma è anche soffice. Alla fine stiamo realizzando un mondo parallelo, senza un vero setting temporale e per questo non doveva apparire iperrealistico.
Quando ho incontrato Susie Coulthard che si è occupata dei costumi e la set designer Sofia Sacomani, ho scoperto che eravamo tutte sulla stessa pagina, volevamo tutte qualcosa che assomigliasse a una favola tradizionale. Guardavamo alla mitologia, a materiali naturali che potessero aiutare questa nostra visione.
Per te 100 Nights of Hero è sempre stato un adattamento live-action o hai mai pensato di farne un film di animazione?
All’inizio con Isabel ne ho parlato, anche perché lei studia animazione, e in prima battuta pensavamo che i racconti potessero essere delle animazioni, ma col tempo ho riguardato il progetto e qualcosa in me ha cliccato. L’animazione ovviamente permette di avere più libertà nella creazione del mondo e io non sono certo Steven Spielberg o non ho le sue risorse, ma per me l’aspetto più importante di questa graphic novel che volevo trasmettere attraverso il mio film era l’intimità, la ribellione, la gioia dell’innamorarsi. Avevo la preoccupazione che delle sequenze animate potessero distogliere il pubblico dalla storia e quindi volevo che diventasse tutto più omogeneo, creando quella sensazione di quando leggi un buon libro e non ti rendi conto che son passate quattro ore. Volevo creare un’esperienza più tattile e immersiva e quindi ho scelto di lasciare l’immaginazione allo spettatore che non bisogna mai sottostimare.

Il personaggio di Manfred è radicalmente diverso dalla graphic novel. Qui è un seduttore, un uomo che mette seriamente in difficoltà Cherry, mentre nell’opera originaria era un sempliciotto senza reali possibilità. Cosa ti ha spinta a fare questa modifica?
Isabel ha scritto questa graphic novel nel 2016 e io son stata con il sogno di realizzare questo adattamento per anni, ma quando sono riuscita effettivamente a dedicarmici era il 2024 e il mondo è cambiato radicalmente in questi anni, in un certo senso siamo invecchiati tutti di 20 anni in 10. Quindi quando ho approcciato questo adattamento, mi sono resa conto che il genere di villano che volevo fare era un tipo più quotidiano e insidioso. Questo Manfred è bellissimo e ciò lo rende più pericoloso ai miei occhi. È un uomo che sa cosa dire, sa come comportarsi. Lui è il tipico unico uomo nel corso Women’s Studies che poi scopriamo essere un psicopatico oppure uno di quelli che scopre il linguaggio di terapia e lo usa a sproposito. Tu guardi il film e pensi “Caspita, potrebbe vincere lui”. Adoro tutto della graphic novel e ogni modifica è stata difficilissima da fare, ma sappiamo bene e Isabel lo condivide che i racconti hanno vita migliore quando è permesso loro di respirare e di cambiare con i tempi.

Qual è il potere delle storie per te?
Per me le storie hanno tantissimi poteri. Ovviamente durante la pandemia o anche semplicemente quando siamo ammalati, ci rivolgiamo ai racconti, ai film o ai libri per viaggiare un po’ anche se siamo chiusi in casa. Un racconto ti può far pensare alla tua vita, farti empatizzare con persone che non conosci o anche semplicemente farti provare emozioni. In 100 Nights of Hero ci troviamo in un mondo in cui le storie son state vietate e quando c’è una censura di questo tipo, la necessità di ascoltare quelle storie è ancora più forte. Un caso che mi sta molto a cuore, anche perché è stato l’argomento della mia tesi di laurea, è quello del Congresso di Milano del 1880, durante il quale bandirono l’uso della lingua dei segni nelle scuole. Ovviamente però quella lingua è sopravvissuta e per me è stato molto emozionante parlare con la gente, leggere i libri, vedere tutti i modi in cui sono riusciti a tramandarla. È una prova della resilienza degli esseri umani, noi siamo guidati da una rabbia speranzosa, una rabbia che ti porta ad agire e a tenere stretto il tuo prossimo, a non pensare mai che non abbiamo il potere perché siamo sempre più forti di quello che pensiamo.
Per Cherry sentire questi racconti di donne che vogliono qualcosa di più è un modo per cambiare prospettiva attraverso gli occhi e la voce della donna di cui è innamorata senza nemmeno rendersene conto. Abbiamo tutti dei racconti che sono stati fondamentali per cambiare il nostro sguardo sul mondo e il racconto delle Pietre Danzanti non è diverso per Cherry. Quella che lega Cherry e Hero è una storia d’amore basata sull’intimità ma soprattutto sulla mente, sull’immaginazione che apre le porte del mondo.

Come hai lavorato per il casting? Avevi in mente dei volti quando hai iniziato il lavoro di adattamento?
In realtà ero aperta a tutto e quando mi son trovata a mandare in giro la sceneggiatura e per me era la prima volta, ho ricevuto molte risposte stranite, molte persone mettevano in dubbio il fatto che potesse essere realizzabile, tuttavia rimaneva il mio sogno e quindi io non ho mai smesso di crederci. Quando ho iniziato a mandare la sceneggiatura in giro, sono rimasta commossa dall’interesse ricevuto dagli agenti ed è successo tutto così velocemente. Eravamo emozionati di fare qualcosa di diverso tutti insieme. C’era chi aveva fatto film grandi, chi film più piccoli, chi veniva da una carriera musicale di grande successo, ma sul set quelle differenze cadevano e creavamo qualcosa di diverso e più intimo tutti insieme.
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