Una buona ragione per non leggere la graphic novel sul Mostro della Laguna Nera
Nonostante la patina del tempo gli abbia conferito un certo prestigio, non bisogna dimenticare che molti dei primi horror della Universal erano film di serie B e i mostri che ospitavano erano personaggi scritti veramente, veramente male. Nella maggior parte dei casi Frankenstein, la Mummia, il Mostro della Laguna Nera e compagnia si limitavano ad essere dei cattivoni che vagavano per le strade con le braccia tese in avanti e un’espressione idiota stampata in faccia, intenzionati soltanto ad eliminare alla cieca chiunque gli capitasse a tiro. Erano delle creature piatte, monodimensionali, eccessivamente simili tra loro e prevedibili fino alla noia.

È per questo motivo che i cineasti dell’epoca – forse rassegnati all’impossibilità di renderli davvero interessanti – finivano per usarli con parsimonia, relegandoli quasi a comparse delle loro stesse storie. Riempivano poi il resto dei film alla buona, ricorrendo spesso a drammoni amorosi scontati ma buoni quanto bastava per arrivare almeno a 70 minuti di girato. Si pensi d’altronde al ruolo ridicolo e assolutamente marginale assegnato al Mostro della Laguna Nera ne Il terrore sul mondo (John Sherwood, 1956), al conte Alucard ne Il figlio di Dracula (Robert Siodmak, 1943), alla figura del lupo mannaro ne La donna lupo di Londra (Jean Yarbrough, 1946) e un po’ alla Mummia stessa in tutti i film che le sono stati dedicati.
Mostri in mutazione
Non sorprende quindi notare che chiunque abbia deciso nel tempo di ritornare e di riadattare quelle storie, l’abbia fatto operando profondi rimaneggiamenti di trama e conferendo finalmente del carattere e delle sfumature a queste creature. Per rimanere al caso del Mostro della Laguna Nera, si consideri il magistrale lavoro compiuto sul personaggio da Guillermo del Toro nel film premio Oscar La forma dell’acqua (2017) e alla più recente rilettura in chiave supereroistica tentata da James Gunn nella serie Creature Commandos (2024 – in corso).

Sono invece pochi, pochissimi i creativi temerari che nel corso del tempo hanno deciso di riutilizzare nelle loro storie proprio quei mostri originali, lasciandoli ottusi e zoppicanti esattamente come erano stati presentati all’inizio. Fanno parte di questa strana e ristretta razza di nostalgici gli sceneggiatori Dan Watters e Ram V, che con la loro graphic novel fresca di stampa Il Mostro della Laguna Nera hanno pensato di scrivere nientemeno che un sequel diretto del celebre film di Jack Arnold del 1954.

Ritorno alla Laguna Nera
Sebbene il tentativo in sé sia stato piuttosto coraggioso, ben presto sfogliando le pagine di questa graphic novel abbiamo dovuto ridimensionare le nostre aspettative. La lettura si è infatti accompagnata ad uno spiacevole senso di déjà-vu, perché di tavola in tavola abbiamo fatto la conoscenza di Kate, l’agguerrita giornalista che le prova tutte pur di consegnare alla giustizia il terribile Collier; del dottor Thompson e del suo assistente Christiano, impegnati in un’estenuante caccia al Mostro; di Collier stesso, ferocissimo serial killer che si nasconde nel cuore dell’Amazzonia. Ma per quanto riguarda quella che dovrebbe essere la vera guest star del racconto, il Mostro della Laguna in persona, c’è da rimanerne delusi: compare imbarazzantemente poco.

Tentiamo un conteggio: libro alla mano, prendiamo nota delle scene in cui la Creatura contribuisce attivamente all’avanzamento della trama, e trascuriamo quelle in cui rimane solo una figura sullo sfondo avvolta nell’ombra. Quello che si registra è deprimente: da pagina 26 a pagina 28 la vediamo salvare la protagonista Kate dall’annegamento; da pagina 45 a pagina 47 sventra un paio di criminali nella foresta; da pagina 94 a pagina 98 torna giusto in tempo per il gran finale, eliminando prima il vero cattivo di turno e scomparendo poi nella melma della laguna. Su circa un centinaio di tavole totali, al Mostro ne vengono dunque dedicate appena una decina.

Fedele, troppo fedele
Non si creda che questa enorme sproporzione – tutto questo girare alla larga dal mostro – sia frutto di una raffinata intenzione artistica, perché le storyline di Kate e dei suoi amici a cui viene dato largo spazio non sono diverse da quelle che si potrebbero trovare in un qualsiasi altro albo d’avventura. La verità è che gli autori Dan Watters e Ram V hanno finito per adottare, consciamente o meno, la stessa (pessima) strategia dei cineasti degli anni ’50 che, incapaci di sfruttare a dovere il mostro che gli veniva affidato, allungavano semplicemente il brodo con le storie qualsiasi di una vasta gamma di personaggi secondari.

Dan Watters e Ram V, nel loro tentativo di scrivere un sequel diretto, non hanno trovato il coraggio o la lucidità di riconoscere e sanare i difetti che i vecchi horror della Universal si portano dietro, replicandone così gli stessi errori. Se c’è dunque una buona ragione per sconsigliare questa graphic novel, riguarda l’estrema coerenza dei due autori: sono stati così fedeli allo spirito di quei film scadenti, che ne hanno realizzato un fumetto perfettamente all’altezza.
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