OUTATIME – 40 anni di Ritorno al Futuro
Quando lo vediamo per la prima volta, Marty McFly viene sbalzato all’indietro dall’enorme impatto di un amplificatore impostato al massimo del volume: porta gli occhiali RayBan a goccia, ha addosso una chitarra elettrica, i jeans Levi’s e le Nike bianche. E poi l’improvvisa realizzazione del ritardo per la scuola, lo skateboard, l’attaccarsi al paraurti posteriore di una macchina per farsi trascinare, mentre The Power of Love di Huey Lewis and The News esplode nelle orecchie dello spettatore. È il 1985 e nei cinema Ritorno al Futuro (Back to the Future, dir. Robert Zemeckis) si fa sentire con la stessa potenza di un riff di chitarra elettrica.

Quando lo vediamo per la prima volta, Marty McFly ci appare come il perfetto prodotto della sua epoca: è un giovane che si fa largo tra i giovani. Lo vedremo protagonista di mirabolanti avventure nello spazio-tempo, ma la sua vita a Hill Valley è mediocre: un padre fallito, una madre alcolizzata, un fratello e una sorella senza futuro. L’unico accenno di brio è l’amicizia con l’eclettico scienziato Emmett “Doc” Brown, che gli mostra la sua ultima, stupefacente creazione: una vera e propria macchina del tempo, creata usando una DeLorean DMC-12 («Dovendo trasformare un’automobile in una macchina del tempo, perché non usare una bella automobile?»).
Quando pensiamo a Ritorno al futuro, lo associamo automaticamente a tutto ciò che di bello c’è stato negli anni ‘80: il film è in primis una celebrazione entusiasta dell’epoca e della sua estetica narrativa e visuale. È ciò che viene omaggiato al giorno d’oggi con prodotti nostalgici di vari generi come Lisa Frankenstein, I Am Not Okay with This, il primo It di Andy Muschietti, l’episodio San Junipero di Black Mirror e, ovviamente, Stranger Things. Vederlo e rivederlo negli anni 2020 inoltrati significa dunque scontrarsi con una (è il caso di dirlo) capsula del tempo, al cui interno si mescolano elementi ormai cult e vari richiami alla fantascienza letteraria, che funge da spunto principale per la trama — si pensi solo all’ovvia ispirazione da H. G. Wells o a Jules Verne, di cui “Doc” è appassionato.

L’estetica tuttavia si evolve e riflette a partire da quello che è stata la generazione precedente: la pulitissima America wasp degli anni ‘50, del boom economico, dei balli scolastici di fine anno, dei diners e della brillantina — che più che aggiustare i capelli li riempie d’olio — un po’ come ha fatto a suo modo anche Grease. E ciò avviene non tanto per un feeling di nostalgia canaglia, quanto più per mettere in pratica una satira sottile ed educata e una autovalutazione su ciò che si è stati tramite l’occhio dei giovani protagonisti.
In questo contesto, uno della generazione precedente come “Doc” Brown spicca su tutti: Christopher Lloyd mostra tutto il suo talento recitativo, con i suoi capelli da Einstein e gli occhi spiritati da cartone animato, senza che gli manchi la lingua tagliente della satira («Ronald Reagan, l’attore? Scommetto che Marilyn Monroe sia la first lady!»). “Doc” è l’uomo della scienza e del raziocinio, con i quadri degli scienziati settecenteschi in giro per casa come se fossero parenti e i dispositivi automatici di sveglia, innamorato di un’epoca che non è la sua, macchiato della reputazione di “scienziato pazzo”. In confronto a Marty, ancorato alla propria epoca, “Doc” è l’uomo del tempo, senza età, di aspetto quasi immutabile negli anni, pronto per qualsiasi evento temporale e in grado di sopravvivere in qualunque epoca, da uomo di scienza che si rispetti (e in particolare qualsiasi uomo di scienza che operi in un contesto fantascientifico).

L’elemento narrativo chiave della saga implica che gli eventi in qualche modo devono verificarsi, poiché se non si verificano o avvengono in modo diverso, allora il futuro ne rimane cambiato. Questo fa sì che il viaggiatore del tempo ne diventi il manipolatore, sfruttandolo a suo vantaggio: per ritornare negli anni ‘80, Marty può rivolgersi solo a “Doc” degli anni ‘50, sconvolgendolo con la sua stessa scoperta ma dandogli anche un motivo di speranza per la sua invenzione; questo porterà a un cambiamento della sua intera esistenza negli anni ‘80, per un ignaro “effetto farfalla”.
In qualche modo, il viaggiatore del tempo lo manipola anche per quando si tratta di eventi non modificabili, come la scarica del fulmine che colpisce il tribunale, un evento storico per Hill Valley. In questo risiede l’aspetto più interessante del “mondo possibile” (nel senso narratologico1 del termine) di Ritorno al Futuro: Marty in qualche modo diventa “padrone del tempo” e, contemporaneamente, padrone della propria esistenza attraverso l’uso e controllo dei vari eventi del passato.

Questo ci permette di riconoscere tre categorie di eventi temporali in questo film:
- eventi modificabili: il passato viene cambiato da Marty e risulta modificato anche nel futuro; ad esempio, il Twin Pines Mall che diventa Lone Pine Mall, dopo che Marty ne abbatte uno con la DeLorean al suo immediato arrivo negli anni ‘50;
- eventi semi-modificabili: eventi che in un modo o nell’altro si devono svolgere, ma che possono essere cambiati; ad esempio, la famiglia di Marty e il loro progredire: nel normale svolgimento degli eventi, George incontra Lorraine perché lei lo soccorre dopo un incidente, lo accoglie in casa e se ne innamora; la stessa cosa succede con Marty quando si palesa nella vita di Lorraine e lui, per evitare uno scivolone edipico, deve far sì che i suoi genitori si innamorino in un modo alternativo rispetto a quello previsto dalla Storia: questo porterà a una famiglia più felice, in salute, e con più successo nella vita;
- eventi immodificabili: eventi previsti dalla Storia che, per cause di forza maggiore, non possono essere cambiati; il fulmine che colpisce il tribunale è evento atmosferico, su cui l’uomo non ha potere di intervento: “Doc” e Marty lo sfruttano a proprio vantaggio per caricare la macchina del tempo e far ritornare il ragazzo negli anni ‘80 (un esempio simile, più drammatico, ci viene dato da Doctor Who e dal commovente Vincent and the Doctor: il suicidio del pittore altro non è che un evento immodificabile, uno dei cosiddetti fixed points in time);

Come ogni narrazione di fantascienza riuscita bene, Ritorno al futuro è stato in grado di rielaborare tutti gli elementi forniti da narrazioni precedenti e ancora oggi lascia ancora spazio per influenze e riflessioni: una delle più interessanti, esposta da Andrew Gordon2, riguarda la natura terapeutica del film, in grado di esorcizzare con la risata il trauma dell’incesto e del viaggio nel tempo (due “preoccupazioni americane” stranamente connesse tra loro): «I would argue that the film succeeds because it deftly combines two current and oddly connected American preoccupations — with time travel and with incest — and defuses our anxieties about both through comedy».
Dato l’enorme successo commerciale, il film ha fatto sentire il suo impatto anche attraverso il merchandising, il modellismo, il cosplay, fino ad arrivare alle novellizzazioni e addirittura ai videogiochi (Back to the Future: The Game, per esempio, propone un seguito non ufficiale che si svolge dopo gli eventi del terzo capitolo della saga). Dopo 40 anni, potrebbe esserci spazio (e tempo) per altro e altro ancora; tutto ciò che rimane, forse, sono due strisce di fuoco sulla strada, e una targa che ruota su se stessa prima di cadere a terra. Perché ovunque debba andare l’immaginazione, non ha bisogno di strade.

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