Here – La quintessenza di Robert Zemeckis
Un film di circa un’ora e mezza girato (quasi) tutto con una sola inquadratura fissa. È la premessa sperimentale e intrigante di Here, il nuovo film di Robert Zemeckis con al centro nientedimeno che Tom Hanks e Robin Wright, in quello che fin dal trailer è sembrato una sorta di mondo parallelo di Forrest Gump. A maggior ragione se gli attori vengono ringiovaniti attraverso un massivo uso della CGI per coprire narrativamente tutta la vita dei personaggi che interpretano e per essere ancora più simili a quello che erano nell’ormai lontano 1994.
Alla fine, però, di sperimentale c’è solo la premessa e ci si ritrova davanti a un film intrinsecamente classico (nei modi, nel linguaggio, nelle atmosfere) dentro un contenitore che intende osare o dice di farlo. Quindi, appunto, l’inquadratura fissa all’interno del salotto di una casa, dei “riquadri split screen” che in dissolvenza passano da una scena all’altra e l’intenzione ambiziosa di mostrare la storia dell’evoluzione dell’uomo per come è passata da quello stesso punto in cui poi è stata costruita la casa e dove è stata posta la cinepresa dal regista.
Natura, dinosauri, uomini primitivi, pellerossa, Thomas Jefferson e i primi del Novecento fino all’inizio della storia principale, ovvero quando i genitori di Richard (Tom Hanks) acquistano la casa e lì stabiliscono la loro famiglia. Una storia dell’uomo che s’incrocia con la storia della casa e poi la storia di una famiglia.

Il film inizia a funzionare davvero quando Zemeckis prende una direzione chiara e decide quale dei tre binari sopra elencati sia quello primario, ovvero quello che racconta il matrimonio e la vita di Richard e Margaret (Robin Wright). Solo che lo fa un po’ troppo tardi, nell’ultimo terzo di film. Prima è un avvicendamento continuo di tanti pezzi di storie degli inquilini passati o futuri della casa o di chi molto prima aveva calpestato quel suolo. Tante storie che, però, non riescono mai a lasciare il segno tanto sono fugaci. Il tutto rimane così ben confezionato, accattivante, gradevole, ma confusionario e narrativamente farraginoso. Tutto viene toccato superficialmente e nulla arriva in profondità allo spettatore.
Proprio la leggerezza (che non è la superficialità, come ci ha insegnato Calvino) è una delle caratteristiche note del cinema di Zemeckis. E l’ultima mezzora, che arriva tardi ma arriva, è quanto di meglio Here possa offrire ed è anche la quintessenza del modo di intendere la settima arte del regista di Ritorno al futuro. Quindi una storia famigliare, con le sue gioie e i suoi dolori, i suoi lutti, le vittorie e le sconfitte. Il tutto raccontato con quella leggerezza che rende anche i momenti più drammatici e tragici, comunque, accettabili e quasi immediatamente metabolizzabili: tutto fa parte della vita; quindi, tanto vale accettare il peggio di essa, cercare di ricavarne il meglio e pensare ai bei momenti passati. Alla fine, nessuna ombra può stagliarsi sui protagonisti – ovviamente due ottimi Tom Hanks e Robin Wright (ma c’erano dubbi?) insieme a un sempre incisivo Paul Bettany – e quello che riserva Zemeckis agli spettatori è una carezza benevola e un sorriso sornione, magari malinconico, ma immancabilmente confortante.

Le cose migliori del film vengono dalle interpretazioni dei personaggi principali, dalla scenografia e dalla messinscena. Le peggiori sono degli effetti speciali esageratamente vistosi e una sceneggiatura con troppe sbavature e che sceglie troppo tardi quale direzione prendere, quasi rimanesse a lungo ferma davanti a un crocicchio con tre strade, indecisa su quale imboccare.
Here ci fa venire voglia di metterci comodi sul divano immersi nel tepore del camino, sistemarci una calda coperta sulle gambe e sprofondare nel salotto di casa di Richard e Margaret, e sorridere e rattristarci con loro. Magari al termine di una giornata negativa in cui abbiamo bisogno di leggerezza e di farci suggerire all’orecchio che anche nei momenti più bui, come direbbe uno scrittore relativamente giovane, ogni cosa è illuminata.
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