La conversazione – Gene Hackman e l’inquieto vivere dell’uomo moderno
«Ci ammazza se gliene diamo l’occasione». Queste parole risuonano spietate come uno stillicidio di rintocchi che preludono l’ora fatale, come l’avvisaglia di una tragedia ineluttabile. Vengono pronunciate durante una conversazione tra due giovani – occhialuto damerino lui, impellicciata e acconciata in pieno stile anni Settanta lei – in Union Square, a San Francisco. La piazza inquadrata dall’alto in apertura de La Conversazione è brulicante di un’umanità indaffarata, imperturbabile e impantanata in una normalità apparente. Si distingue un mimo che performa abbozzando movimenti e finendo per barcollare quasi fosse una silhouette in stato di ebbrezza, con un equilibrio precario che, a ben vedere, dice molto del disorientamento dell’uomo di quel decennio.
Gli indizi del delitto sono nascosti in piena vista, in un’ostentata esposizione anti-noir che si tiene in quello spazio senza chiaroscuri, nel quale è fosco anche ciò che è illuminato ed è minaccioso ed equivoco anche ciò che è conclamato. Imprendibile resta infatti quella frase, anche se via via chiarita sillaba per sillaba, depurata dalle distorsioni, disambiguata nell’articolazione dei suoni. Quelle parole aprono un varco in una coltre apparentemente impenetrabile: quella che ammanta la vita asettica dell’esperto di intercettazioni Harry Caul, interpretato da Gene Hackman, fuoriclasse dalla scorza tagliente.
Le frasi registrate da Caul per conto del direttore di un’azienda (Robert Duvall) si confondono in un amalgama entropico con i suoni della città, le percussioni dei musicisti di strada e il trillo del telefono che stride come una condanna nella privacy violata del protagonista. Si reiterano lungo tutto il film le voci deformate che gracchiano come i dispositivi che le riproducono, riverberando un clima di alienazione. E anche quando si può discernere ogni respiro, si cade nell’inganno e non si coglie la realtà, non per occultamento, ma per eccessiva manifestazione.

Il film, una parentesi intima tra la realizzazione della prima e della seconda parte della storia familiare di Il Padrino, viene scritto da Coppola prima dello scandalo Watergate, ma quando esce nelle sale, nel 1974, quella condizione di paranoia e disaffezione per la cosa pubblica è ormai un fenomeno che trascende i confini americani. All’indomani del ritrovamento del cadavere di Gene Hackman, ci sembra che nessuno avrebbe saputo dare corpo a Harry Caul con la stessa asperità antidivistica da Vesuvio (così è soprannominato proprio per la sua durezza, che lo contraddistingue sotto il profilo umano e attoriale).
Hackman attraversa diversi decenni ed eccelle in vari generi: dal drammatico (Mississippi Burning – Le radici dell’odio) al grottesco (Superman, Pronti a morire), passando per il comico (Frankenstein Jr., I Tenenbaum) e per il poliziesco (Il braccio violento della legge), senza dimenticare le sue interpretazioni dirette da Arthur Penn (Gangster Story, Bersaglio di notte, Target – Scuola omicidi) e non escludendo neppure il sentimentale (Un’altra donna). Ma con Harry Caul la prossimità con le fragilità del personaggio sembra raggiungere il suo apice, dai traumi d’infanzia (la madre di Hackman morì per un rogo causato da una sigaretta) al suo ritiro precoce dalle scene, nel 2004, in un cantuccio lontano dalle interviste e dedito alla scrittura di romanzi d’avventura, lo stesso riparo che il protagonista del film di Coppola trova nelle note jazz emesse dal suo sax mentre il mondo gli si frantuma intorno a causa del suo delirio ossessivo.
Nella contemporaneità la parola si fa ingannevole e, a tratti, si riduce a puro significante. Laddove Caul ravvisa vittime e carnefici, i ruoli si invertono e il thriller riserva colpi di scena. Il caos sonoro è contraltare della personalità cupa e psicotica del protagonista. Le inquadrature lo costringono in luoghi asfittici, dal van sul quale lavora, alla casa con pochi lacerti di luce, alla cabina telefonica in cui è solito trincerarsi per comunicare. La sua figura è spesso schermata, ora da una tenda, ora da un vetro che ne deforma i confini del volto, così come inaccessibile è la sua sfera privata, anche per la donna che ama (Teri Gaull). Caul è intrappolato nella propria tendenza schizoparanoide tipicamente moderna, che lo assimila ai protagonisti gaddiani, ossessionati di essere vittime di gesti che attuano invece in prima persona. Ed ecco che Harry soccombe per mano delle stesse tecnologie che utilizza.

Sarà forse che l’udire di più, anche con l’ausilio dei mezzi tecnologici, non significa necessariamente cogliere l’autentico o afferrare il significato ignoto che, complici o meno i suoni acusmatici à La dolce vita, spesso resta incomunicabile. Se volessimo attuare un’ideale sovrapposizione tra attore e personaggio, la scomparsa dell’attore quasi sembrerebbe portare a termine l’incompiuta parabola di Harry Caul: si realizzerebbe adesso quella morte solo prefigurata dalla disgregazione della psiche del protagonista. Un intercettatore che si sente minacciato dall’indiscrezione della proprietaria di casa e che a cuor leggero si disferebbe dei propri effetti personali non potrebbe mai sopravvivere al nostro millennio, che come un occhio di bue esibisce le magagne private di ogni individuo. L’inquieto uomo moderno, allora, non può che rimanere sopraffatto dagli smartphone che ascoltano, geolocalizzano, memorizzano, persuadono e trascinano nel turbine della smania di condividere.
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