Apple Cider Vinegar – Rimedi per il cancro della società
Un tumore maligno al cervello al quarto stadio sarebbe una sentenza di morte per chiunque, ma non per Belle Gibson. Lei è riuscita a sopravvivere scegliendo attivamente la speranza: davanti al pessimismo dei medici che le davano pochi mesi di vita, ha preferito curarsi naturalmente. Nessuna chemioterapia o visita in ospedale, solo una rigida alimentazione vegana, senza glutine, a basso contenuto di zuccheri e ispirata alla paleodieta. La sua storia è diventata presto un fenomeno mediatico: arrivata su Instagram prima ancora che nascesse il concetto di influencer, Belle con il nickname @headling_belle è riuscita a costruirsi un seguito di centinaia di migliaia di follower parlando del suo percorso wellness. The Whole Pantry, l’app che raccoglieva le sue ricette – rigorosamente scritte da lei -, ha conquistato l’attenzione di Apple, che non aveva mai visto un simile numero di download provenire dall’Australia. In tutta questa storia c’è solo un piccolo problema: Belle Gibson non ha mai avuto il cancro.
Apple Cider Vinegar (letteralmente “aceto di sidro di mele”, in onore di uno dei più antichi rimedi della nonna), la nuova serie Netflix in uscita il 6 febbraio, nasce da un ossimoro. È una vera bugia e una falsa verità, una costruzione artificiosa di una storia di vita mai vissuta ma al tempo stesso verosimile. È “una storia vera basata su una bugia”, una frase ripetuta in apertura a ogni episodio a metà tra una battuta e un disclaimer legale (un effetto collaterale di quanto successo con il caso Baby Reindeer l’anno scorso).

Firmata da Samantha Strauss (già dietro a Nine Perfect Strangers), la serie non sceglie un approccio documentario al caso Gibson, nonostante prenda come punto di riferimento il libro The Woman Who Fooled the World dei giornalisti Beau Donnelly e Nick Toscano, tra i primi a denunciarla pubblicamente. La sua protagonista non è un oggetto da studiare, ma un fenomeno da baraccone, una capace equilibrista sull’esile tela che tiene insieme a fatica le sue bugie. Nella narrazione Belle Gibson è artefice di intrattenimento e in quanto tale qualsiasi elemento possa razionalizzare questa superficiale magia deve essere bandito. Dopo aver suggerito di sfuggita una possibile sindrome di Munchausen (trasformatasi al giorno d’oggi in Munchausen by internet, come definita dallo psichiatra americano Marc Feldman), Apple Cider Vinegar evita attentamente la creazione di una “origin story” per il comportamento di Gibson, al di fuori di alcuni semplici e facilmente inutuibili dettagli sul suo passato.
La serie, alla spiegazione, preferisce una necessaria contestualizzazione sociale e soprattutto digitale, data dalla presenza nella narrazione come co-protagonista e contraltare di Milla Blake (Alycia Debnam-Carey), un personaggio di fantasia ispirato alla blogger Jessica Ainscough. Le bugie altrui sono per lei una difficile realtà quotidiana – un aggressivo sarcoma – che prova a sopprimere con clistere di caffè e succhi biologici, pur di non ascoltare il parere dei dottori. Per sottolineare il divario tra le due donne, la storia si approccia in modi diametralmente opposti a Gibson e Blake, comportandosi prima come una comedy paranoica e poi come un frustrante dramma famigliare. Un continuo cambiamento di tono, dettato dall’inseguimento non-lineare di molteplici storyline, porta la serie a trasformarsi presto in un pastiche cacofonico, che gira su stesso cercando una direzione fin quando non collassa insieme alla stessa Gibson.

Seguendo le orme di altre serie recenti dedicate alle regine della truffa come Inventing Anna o The Dropout, rispettivamente su Anna Delvey e Elizabeth Holmes, Apple Cider Vinegar si presenta come un fenomeno pop già preconfezionato, pronto per essere divorato da un pubblico desideroso di nuovi falsi dei da odiare e amare al tempo stesso. Da Toxic di Britney Spears che risuona nei primi minuti della serie in poi ogni episodio è costellato da diversi successi di inizio anni 2000, ma le scelte assomigliano più a una playlist nostalgica di Spotify che a un’attenta colonna sonora. Se, come dicono alcuni personaggi, Belle Gibson “merita di essere odiata” per la lunga frode che ha messo in atto, la serie riserva alla sua protagonista il trattamento opposto elevandola a possibile cool girl per una nuova generazione di fruitori digitali.
Apple Cider Vinegar risulta più incisiva quando allarga il suo sguardo e usa Belle Gibson come uno strumento per parlare dell’influencer come player fondamentale nel determinare le dinamiche sociali dei suoi follower. Se il blog dove opera Blake è uno spazio statico, il profilo Instagram @healing_belle abbatte la barriera e crea un’amicizia autentica tra chi crea il contenuto e chi ne fruisce. L’influenza di Gibson è presto racchiusa in un unico personaggio-archetipo fattosi sintesi di 200.000 followers, Lucy (Tilda Cobham-Hervey), una barista con un cancro al seno al livello 3 che prova ad applicare gli insegnamenti di The Whole Pantry alla sua vita. Per quanto sottile sia la sua caratterizzazione, è uno dei pochi tentativi di problematizzazione della figura di Gibson inscenati dalla serie.
In una miniserie frustrante, troppo innamorata della sua protagonista per poterla capire fino in fondo, Kaitlin Dever (prossimamente Abby in The Last of Us) si dimostra ancora una volta un agente salvifico, affrontando il continuo shift tonale con una sicurezza camaleontica. Una moglie insoddisfatta, una guru del wellness, una business woman che vuole tenere insieme il suo impero, ma anche una madre di fronte a un dilemma più grande delle sue stesse bugie: le mezze verità di Gibson convivono in ogni inquadratura del viso imperscrutabile di Dever, un puzzle impossibile da comporre di cui solo lei conosce la forma finale.
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[…] una temporanea fuga dai problemi quotidiani. La parola d’ordine – come nella recentissima Apple Cider Vinegar su Netflix – è wellness, la guarigione del corpo e dell’anima attraverso metodi esterni […]