Severance 2×01 – Ananas, rivolte e infocrazia
Una penombra invernale circonda l’ufficio. Chiudo il laptop e ordino la scrivania, già si fa buio; mi infilo nella giacca e tiro la zip, mentre il calendario dei gatti che una collega ha appeso nella nostra stanza mi ricorda che è venerdì. Consapevole d’essermi guadagnato una libertà cieca – diritto inalienabile dell’homo faber contemporaneo, quello alla dissociazione; alla scissione temporanea dal proprio sé lavorativo – mi dirigo verso l’uscita. Spengo la luce della stanza, attraverso il corridoio, raggiungo l’ascensore. Un bling metallico annuncia l’apertura delle porte: mi sistemo i capelli, entro a passo misurato, mi volto e premo il tasto zero.
Game over. Una decompressione, un effetto vertigo, la riformattazione biologico-digitale del cervello. Quando le porte si riaprono, la giornata passata è inconoscibile, più lontana di un sogno.
Questa, oltre a essere l’esperienza lavorativa media dei lavoratori d’ufficio 9 to 5, è l’idea narrativa alla base di Severance (in italiano, “Scissione”), la serie AppleTv+ creata da Dan Erickson, che aveva esordito nel febbraio del 2022 – tre anni, prima del suo ritorno: uno iato epocale, nell’epoca della simultaneità – e che aveva convinto critica, pubblico, dèi scandinavi e animali domestici, beccandosi un bel 83/100 su Metacritic e un tasso d’approvazione del 97% su Rotten Tomatoes. Ne avevamo scritto qualche tempo fa su “Brucia Tutto”, il nostro ultimo cartaceo. Proprio ieri, Apple ha rilasciato il primo episodio della seconda stagione, che aveva un difficile compito: assorbire e ri-seminare l’impatto pirotecnico del finale della prima stagione.

Sì, ma cos’era successo nel corso degli ultimi episodi? Facciamo un veloce recap.
[Se hai una buona memoria, salta a pie’ pari questo paragrafo. Te lo sei guadagnato.]
La stagione 1 si chiude su un cliffhanger che ha fatto imprecare buona parte degli spettatori. Gli innies di Mark (Adam Scott), Dylan (Zach Cherry), Irving (John Turturro) e Helly (Britt Lower) scoprono la possibilità di attivare l’OTC (“Overtime Contingency”), un protocollo che rende possibile il risveglio della coscienza innie nel corpo dei loro outies, e riescono ad attivarlo: così Irving scopre che il suo outie investiga segretamente su Lumon e che dipinge ossessivamente lo stesso identico quadro, raffigurante un ascensore che immaginiamo condurre a un luogo segreto sotto il Severed Floor. Scopre anche che all’esterno di Lumon il suo amato Burt (Christopher Walken) è felicemente sposato. Helly invece scopre di essere la figlia di James Egan, CEO dell’azienda, e trovandosi sul palco di un elegante evento Lumon ne approfitta per lanciare un coraggioso grido d’allarme.
Ma soprattutto, Mark scopre che il suo outie soffre da tempo per la morte della moglie – motivazione della sua richiesta di scissione – e che sua moglie ha l’aspetto di… Ms. Casey (Dichen Lachman), la Wellness Counselor del Severed Floor di Lumen. Mentre Mr. Milchick (Tramell Tillman) riesce a sopraffare Dylan nella sala di controllo, Mark lancia un grido («She’s alive!») che negli ultimi tre anni d’attesa è risuonato con forza nelle menti dei fan più accaniti.

Ed eccoci giunti al primo episodio della seconda stagione, chiamato a rispondere all’altissima posta in gioco della prima: nell’ucronia narrativa di Severance sono passati cinque mesi da quella che per i media diegetici è passata alla storia come la “Macrodat Uprising”, vale a dire la rivolta degli innies del reparto di Macrodata Refinement, intrappolati contro il proprio desiderio – se così si può dire, data la natura duale del libero arbitrio dei personaggi scissi – nell’azienda biotecnologica che ben conosciamo.
Il primo elemento da segnalare è che l’intera puntata si svolge all’interno del Severed Floor di Lumen, privandoci di qualsiasi controcampo conoscitivo esterno – e sì, nonostante tutto ciò che è successo, Mark si trova di nuovo al lavoro, di nuovo assegnato al reparto di Macrodata Refinement, di nuovo… no, qui qualcosa di diverso c’è. Perché dei suoi amici Helly, Dylan e Irving non c’è alcuna traccia. Così come di Ms. Casey, e dell’intero reparto Wellnes. Al posto dei suoi colleghi il sempreverde Mr. Milchick, che ha fatto carriera grazie al licenziamento di Ms. Cobel (Patricia Arquette), ha introdotto tre nuove reclute, selezionate da altri dipartimenti e sedi alternative di Lumon Industries. Questa è la prima, vera informazione rilevante dell’episodio: Lumon non ha solamente una sede, e anzi si è espansa globalmente in 206 facilities, ciascuna caratterizzata da elementi diversi – si pensi ai confronti messi a punto da due dei nuovi colleghi di Mark, che paragonano fra loro lo stato di avanzamento tecnologico delle rispettive sedi d’origine.
Questa piccola, prima messa a sistema delle informazioni è sintomatica dell’andamento complessivo dell’episodio. Come spesso avviene nelle serie che mescolano mystery e science fiction, la tensione narrativa e relazionale dei personaggi è fondata su un gioco matematico di addizione e sottrazione delle informazioni: non serve citare Lost, archetipo dell’intrattenimento seriale pop e della mystery-mania, per sottolineare quanto l’utilizzo della dramatic irony e della “mercificazione” intra-diegetica delle informazioni – che diventano, appunto, oggetto di un baratto implicito che può determinare la vita o la morte di un personaggio – siano fondamentali per l’evoluzione di un racconto seriale come questo. In questo primo episodio di Severance, possiamo dire che il meccanismo “infocratico” ha due strati: al primo, quello che abbiamo appena citato, che si può dire essere un elemento fondativo del genere di riferimento, se ne somma un secondo legato alla natura politico-narrativa del racconto, che riflette su dei meccanismi dell’informazione applicabili anche al mondo esterno, vale a dire il nostro.
Ma andiamo con ordine.

Mark, privato dei suoi compagni di rivolta, reagisce come ormai ha imparato a fare: ribellandosi. Eppure, come Mr. Milchick ci tiene a ripetergli più volte, Lumon Industries non è più l’agglomerato di norme restrittive di un tempo. La Macrodat Uprising, dice Milchick, ha portato a nuovi sviluppi e metodologie comportamentali che hanno a cuore in primis i doveri etico-morali dell’azienda nei confronti dell’impiegato. Così, nonostante gli outies di Helly, Irving e Dylan non abbiano sottoscritto nuovamente la propria iscrizione alle Lumon Industries, in seguito alla Macrodat Uprising, e a testimonianza della sua disponibilità all’ascolto, Milchick accetta la richiesta di Mark di poter sentire dalle bocche dei propri colleghi che quanto detto dal suo capo è vero. Il gruppo, quindi, si ricompatta: per intercessione di Milchick, i tre colleghi tornano a loro volta a camminare fra i corridoi stranianti di Lumon, e sono finalmente messi nelle condizioni di confrontarsi su quanto avvenuto tempo prima. D’altra parte, come Helly nota sin da subito, videocamere e microfoni – dispositivi foucaultiani del controllo, nonché strumenti protagonisti della prima stagione – sono stati completamente rimossi.
Prima che i nostri eroi possano confrontarsi fra loro secondo quelle modalità comunicative che abbiamo già definito come una forma di “baratto”, Milchick e Ms. Huang (Sarah Bock) – nuovo personaggio oltre i limiti del weird, che nonostante la giovane età ricopre il ruolo che precedentemente era di Milchick; «Why are you a kid?», le viene chiesto più volte, non senza una certa dose di comicità – li fanno sedere in una stanza dedicata alle proiezioni, e mostrano loro un filmato che, dice Milchick, sarà fatto vedere a tutti i nuovi “acquisti” di Lumon Industries, per metterli al corrente degli eventi che hanno portato alla nuova svolta etica dell’azienda.
Il filmato ha l’estetica di uno spot pubblicitario messo a punto dal dipartimento risorse umane di Lumon: realizzato prevalentemente in stop motion, racconta in maniera fortemente edulcorata gli avvenimenti della Microdat Uprising, esplicitando come l’azienda abbia imparato dai suoi errori, e vede come protagonisti del suo racconto proprio gli stessi personaggi che sono seduti accanto al proiettore. Un video di re-branding, essenzialmente, non molto distante da quelli che aziende-killer come Eni hanno rilasciato in un’ottica di greenwashing.
Mark, Helly, Dylan e Irving rimangono visibilmente confusi dall’oggetto-video che hanno di fronte, che parla di riforme e nuovi incentivi lavorativi. Iconica, per esempio, la nuova possibilità per i dipendenti Lumon di competere nel gioco “addenta l’ananas”, che in questo episodio costituisce uno di quegli elementi di mind-fuckery a cui Severance ci ha abituati.
Tornando al discorso sull’infocrazia, è chiaro che il video mostrato ai protagonisti, per quanto Mr. Milchick insista sulla nuova natura etica dell’azienda, sia parte di un meccanismo molto preciso di manipolazione e reintegrazione delle informazioni. La Macrodat Uprising viene accolta nell’auto-narrazione di Lumon Industries, e così viene de-potenziata, privata del suo valore controculturale, e integrata in una forma epica di racconto – che se prima riguardava soltanto le origini epiche del culto di Kier, adesso si evolve e contamina anche gli eventi del presente diegetico – che ricorda moltissimo un tentativo di mitopoiesi a posteriori, e di rivalutazione e addomesticamento dello scandalo mediatico. Il valore “nocivo” delle informazioni che vengono trasmesse viene sanato, accettato, rielaborato, strumentalizzando la rivolta affinché finisca per auto-posizionarsi nell’agiografia della famiglia Egan, e di conseguenza di Lumon. La storia si ripete sempre due volte, ma a volte anche tre: come tragedia, come farsa, o come spot pubblicitario recitato dalla voce suadente di Keanu Reeves, come in questo caso (e quanto c’è di Matrix nel concept di Severance?). Quella scelta dal video è una forma comunicativa di cui la demagogia capital-populista si avvale spesso, ed è interessante (culturalmente, ma anche politicamente) che una serie come Severance aggiunga questo tassello al suo precedente discorso sulla contemporaneità extra-diegetica; altrettanto interessante, per una questione di coincidenze astrali e distributive, che nello stesso giorno in Italia uscisse su Sky la quarta puntata di M – Il figlio del Secolo, in cui Benito Mussolini (Luca Marinelli), fresco fresco di Marcia su Roma, ci regala un kitschissimo ma tematicamente affine «Make Italy Great Again».

Prendendo in prestito qualche concetto dal filosofo Byung Chul-Han – anche se finora ci siamo ben guardati dall’utilizzare il concetto di infocracy nella sua accezione specifica, servendoci invece del significato più etimologico del termine – possiamo dire che l’infocrazia sostituisce la deliberazione collettiva con la manipolazione algoritmica dell’informazione, attraverso delle piattaforme digitali capaci di modellare l’opinione pubblica. E le uniche piattaforme cui gli innies di Severance hanno accesso sono in mano al Potere, all’industria. Di nuovo: un dispositivo di controllo, uno strumento di facilitazione dell’impotenza riflessiva, quel concetto di cui parlava Mark Fisher in Realismo capitalista. A cosa serve avere videocamere o microfoni, quando si può puntare su una forma “light” e misurata d’indottrinamento? Quando immaginare il grande Altro è impossibile? O quando le tastiere del computer dei nostri protagonisti sono prive dei tasti “control” e “escape” (curioso easter egg)? Fortunatamente, i nostri protagonisti non sembrano credere minimamente alle buone intenzioni di Milchick e, per esteso, di Lumon.
Giungiamo così al loro confronto; di nuovo, al “baratto”. Cosa avete visto quando vi siete svegliati all’esterno?, si chiedono reciprocamente una volta terminato il video e rimasti soli. E qui entra in gioco la dramatic irony citata in precedenza: se Mark e Irving dicono la verità, raccontando quanto già scritto nell’apertura di questo articolo, Helly mente. Dice di essersi svegliata in un appartamento qualsiasi, in pigiama, davanti a un documentario, e di aver incrociato fuori dall’appartamento quello che sembrava essere un giardiniere. «Un giardiniere notturno?», chiede giustamente Irving, che esplicita l’improbabilità del racconto della collega. Non è il caso di approfondire qui le teorie che possono derivare da questo cortocircuito della comunicazione – e sì, il primo pensiero è che Helly possa non essere veramente Helly, bensì Helena, vale a dire il suo outie – ma piuttosto di sottolineare, di nuovo, la rilevanza del gioco comunicativo infocratico, che viene ulteriormente accentuato quando Milchick pone Dylan di fronte a un dilemma morale legato alle visite di persone esterne all’azienda: tenere il segreto, e favorire così sé stesso e Milchick, o comunicare la scoperta anche ai colleghi?

Nel complesso, Severance apre nuovamente i battenti con un episodio che conferma il milieu precedente del racconto – l’ottima regia di Ben Stiller, che si fregia in apertura di episodio di un falso-pianosequenza molto apprezzabile; l’estetica di design delle backrooms, tipica degli uffici Lumon; un tono che alterna momenti di alta tensione a una comicità fra il cheesy e l’ironico; e via dicendo – ma sconfessa la «deceptive semplicity» (come l’ha definita Erik Kain su Forbes) che aveva caratterizzato buona parte della prima stagione, immergendosi sin dall’inizio in un’atmosfera che sconfina dal mystery nel thriller, e piantando nuove possibilità di sviluppo che, anche se ancora inesplose, fanno ben sperare per il proseguimento della serie.
E chissà cosa possa significare quell’ultimo frame dell’episodio, che ci mostra una Ms. Casey osservata da un occhio informatico-computazionale…
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