Pinocchio – Affermare negando | Disney+ Revisited

Con il rilascio di Disney+ e la messa a disposizione di tutti gli abbonati di un vastissimo catalogo di prodotti marchiati Disney, i Classici d’animazione senza tempo che hanno accompagnato diverse generazioni di spettatori si trovano ora immersi nell’eterno presente delle piattaforme digitali. Con Disney+ Revisited analizziamo che effetto fanno oggi questi film, a cui viene restituita una nuova vita commerciale.

Pensando a Pinocchio, personaggio ormai consolidato nell’immaginario collettivo mondiale, appare lampante come, negli corso degli anni, ci sia stata una continua rincorsa all’adattamento più fedele possibile del racconto originale di Carlo Collodi: fin dal film di Benigni del 2002, arrivando al recente lavoro di Matteo Garrone, restando memori del serial televisivo di Comencini del ’72 prodotto dalla Rai, tutti sembrano tentare di restituire una trasposizione letterale, una forma di ricalco costante. La Disney, in questo, vira nettamente, restituendo un Classico d’animazione che tende a negare con forza la sua fonte, facendo di Pinocchio un qualcosa d’altro, sotto tantissimi punti di vista.

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Innanzitutto, Pinocchio si pone come una coraggiosa negazione del racconto di Collodi, riconfigurandone in questo modo la dimensione di non-fiaba: il racconto viene restituito allo spettatore in un’intima cornice in cui uno dei protagonisti – il Grillo – ne percorre la memoria, ricostruendo coordinate in qualche modo parallele a quel “c’era una volta” che caratterizza la dimensione fiabesca; una qualche idea di Europa diventa il luogo non tanto fuori dal tempo, quanto piuttosto inattuale, dove si dispongono le vicende che ruotano intorno al burattino, attraverso una seconda forte negazione, quella dell’italianità.

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Se infatti l’italianità è una caratteristica fondamentale di buona parte dei prodotti derivati dal racconto di Collodi, nel suo stravolgimento della trama – molto diversa dall’originale – il Pinocchio Disney fa di tutto per distanziarsi dall’immagine del nostro Paese, attraverso il diegetico rifiuto del nome del burattino, che non piace a nessuno se non a Geppetto, ed eliminando ogni cifra geografica nell’accento dei personaggi, eccezion fatta per Stromboli (Mangiafuoco, in Italia), fortemente stereotipato; probabilmente il clima politico accesissimo nel ’40 ha fatto sì che la Walt Disney tentasse di allontanare Pinocchio da una denotazione italiana, virando verso un immaginario tirolese.

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Ma la più profonda negazione, che oggi fa di Pinocchio un rarissimo esempio di ri-contestualizzazione culturale di un prodotto, è quella legata alla figura del Grillo: se nel romanzo d’origine egli diventa la coscienza di Pinocchio attraverso il senso di colpa, venendo ucciso dal burattino, nel Classico d’animazione Disney Jiminy Cricket è un vagabondo di memoria chapliniana, che volontariamente si fa coscienza del protagonista, trasformando il racconto da una cinica novella morale, ad un’immagine plastica del sogno americano, dove sia il Grillo che Pinocchio incarnano esempi diversi del self made man.

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In un più ampio contesto che voglia affiancare l’animazione all’orizzonte filmico generale, Pinocchio è un capolavoro di regia cinematografica consapevole, con soggettive, raccordi e ritmica spesso assenti nei più moderni prodotti analoghi; il continuo gioco tra il microscopico e il macroscopico restituisce in questo Classico l’effetto delle diverse focali della macchina da presa, andando a trasformare il racconto stesso in discorso plastico sull’animazione, attraverso l’affiancamento di oggetti inanimati, meccanici e animati – come è lo stesso Pinocchio – in continua ricerca della verità. Basterebbe questo per declassare i tentativi di live action moderni tanto cavalcati dalla Disney, ben lontani dai precetti che la Fata prescrive al burattino per diventare bambino vero.

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Se con Biancaneve e i Sette Nani Walt Disney ha sdoganato la possibilità di ampliare l’animazione fino al lungometraggio, con Pinocchio prende forma una concreta e ancor oggi palpabile disneyanità, presente soprattutto nella componente musicale, non più fuori dal tempo perché troppo antica, bensì oltre il tempo perché potenzialmente universale e ben riconoscibile: in questo Classico ogni frammento della colonna sonora diventa un pilastro su cui si è formata l’inconfondibile musicalità Disney.


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