So cosa hai fatto – Il volume sull’horror di Pier Maria Bocchi tra cervello, viscere e cuore
Il critico e studioso Pier Maria Bocchi (che troverete anche con l’acronimo PMB) nel suo libro So cosa hai fatto. Scenari, pratiche e sentimenti dell’horror moderno (Lindau, 2024) traccia una storia dell’horror moderno attraverso esempi non convenzionali per capire l’evoluzione di questo genere in relazione ai cambiamenti produttivi e culturali.
Qual è la funzione del cinema horror? Per lo spettatore può essere quella di esorcizzazione o controllo della paura, un tenere a bada i nostri incubi peggiori, riuscire a dominarli ponendoli a distanza sullo schermo. Per la società ha un ruolo che va dal puro intrattenimento alle riflessioni politiche più lucide, fino a quello di anticipatore di scenari ben precisi.
Il volume di Bocchi è però è anche un diario intimo sul rapporto tra l’autore e l’horror, una cronistoria fatta di aneddoti e riflessioni, in cui cerca di indagare la sua relazione di spettatore con il genere, con alti e bassi, amore incondizionato e momenti di sfiducia, proprio come fosse in un vortice sentimentale che da sempre lo accompagna.
Diviso in capitoli che prendono il nome dai titoli analizzati a simbolo di un preciso periodo, So cosa hai fatto è un volume appassionante che, oltre a darci una meticolosa e limpida analisi sulla moltitudine di aspetti che l’horror finisce per assorbire (yuppismo, culto del sé, crisi produttiva, 11/9), fa scoprire anche ai più patiti diverse gemme nascoste.

Da Effects di Dusty Nelson (1979), tra i primi titoli che aprono al mito degli snuff movies passando per il “genderfuck slasher” Sleepaway Camp (1983), e poi ancora il disturbante Nekromantik di Jörg Buttgereit (1988) – capitolo in cui Bocchi riflette sulla fruizione sottobanco di certi horror destinati a diventare culto – fino al j-horror di Kiyoshi Kurosawa o al kitsch teorico de La maschera di cera di Jaume Collet-Serra (2005). Si finisce persino in un’analisi intima ma cristallina su Antichrist (film spesso non etichettato come horror) di Lars von Trier (2009), regista con il quale l’autore riconosce un rapporto conflittuale ma che, per questo volume, contestualizza un’interpretazione originale, tanto teorica quanto “di pancia”.
Scrive PMB: “Lars Von Trier disinnesca il genere fino a farlo collassare su sé stesso” e ancora “In Antichrist allora c’è di tutto, ed è ciò che lo rende un numero primo: bianco e nero e colore, slow motion e CGI […] La forma è film.” Questi solo alcuni dei titoli su cui il libro apre alla riflessione.

Il volume, perciò, si pone da un lato come messa in luce di dinamiche complesse che coinvolgono l’assetto produttivo, i mutamenti del genere con i suoi linguaggi e le sue forme, le wave e le tendenze. Dall’altro come minuziosa flânerie dello spettatore-autore che, attraversando alcuni suoi momenti della vita in relazione all’horror, continua ad interrogarsi sulla potenza di questo genere e sul suo posizionamento, nella storia del cinema e nella vita di chi scrive.
Sempre in relazione ad Antichrist, PMB, sembra non parlare solo del film in questione, ma di questo modo di far cinema che così tanto ci attrae e, concedete una banalità, ci ammalia, ipnotizza, attira irrimediabilmente verso sé. In una relazione che, per chi ama così tanto l’horror, finisce per diventare una (sana?) ossessione.
“L’horror, come ho già avuto modo di sostenere, intercetta e ascolta. E poi, quando sembra uniformarsi, sgomita e fa di testa propria!” sostiene Bocchi. E noi con esso.
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