Hit-Monkey 2 – Animazione periferica
C’è un’altra Marvel oltre a quella che conosciamo; o almeno una parte di essa meno nota ai fan e più di nicchia che negli ultimi anni ha fatto sentire quantitativamente meno la sua voce, ma quando l’ha fatto ha lasciato il segno. Agli inizi del 2000 quella parte si chiamava Marvel Max, linea editoriale destinata a un pubblico adulto e maturo (oggi tra i due aggettivi la congiunzione non è più scontata) e che ha avuto il merito di rilanciare personaggi come Punisher, Blade, Luke Cage e di lanciare personaggi inediti come Jessica Jones. Dov’è quella Marvel ora? È indubbio che il successo porti con sé pericoli derivanti dall’eccesso di popolarità e quindi volendo piacere a tutti si rischia di non piacere più a nessuno. La linea Max, ancora più della rinata linea e universo Ultimate, aveva il merito e la colpa di non ingraziarsi il pubblico generalista e mainstream. Non erano letture alla portata neanche di tutti i lettori Marvel. Lo stesso Beau DeMayo ha recentemente confermato qualcosa che era sulla bocca di tutti e cioè che Burbank «non vuole alienarsi un certo pubblico». Eppure quella Marvel Max che un tempo solcava solo le pagine dei fumetti ora sembra essersi, almeno spiritualmente, ritagliata uno spazio tutto suo, per quanto esiguo, nella piattaforma madre (almeno in Europa) di cui l’ultimo baluardo è Hit-Monkey.

Curiosamente Hit-Monkey non esordisce nei fumetti come un personaggio vietato ai minori e questo perché nei fumetti il rating tra adolescenziale e maturo, almeno per quanto riguarda la violenza, è leggermente più sfumato. Oggigiorno Deadpool, ad esempio, è immediatamente associato a un visto censura relativamente alto, almeno al cinema, ma il suo primo fumetto vietato ai minori (appunto della linea Max) è di quasi vent’anni successivo alla sua prima apparizione. Hit-Monkey però ha qualcos’altro in comune con il Deadpool delle origini e cioè l’essere un personaggio periferico. Lontano dalle avventure appariscenti e colorate dei personaggi di bandiera, la scimmia assassina ha goduto della libertà tipica di chi non è sotto i riflettori. Hit-Monkey è sì della Marvel ma non rappresenta Marvel, qualcosa che la Disney sa bene e infatti teme. Hit-Monkey è molto più dell’ennesima serie animata per adulti: è un riuscito esperimento che miscela con cura citazionismo e innovazione per testare i limiti del mainstream e della narrazione supereroistica. Probabilmente non si toccano i livelli di The Boys o di Invincible, ma di sicuro si sfondano molte pareti che la Marvel oggigiorno non sembra nemmeno voler sfiorare se non a tratti col Mercenario Chiacchierone.

La seconda stagione dello show porta ancora la firma Will Speck e Josh Gordon, duo americano di autori ben noto nel panorama comedy per adulti (e più recentemente anche in quello per bambini con Il Talento di Mr.Crocodile). A differenza però dell’ottima serie sorella M.O.D.O.K., Hit-Monkey non predilige la commedia, ma la sfrutta per raccontare una molteplicità di storie trasversali più o meno grandi e non sempre leggere; si va dalla inflazionata dinamica “padre assente/figlia ribelle” all’industrializzazione della violenza. Il tutto raccontato con un occhio attento per il noir e l’action mentre la comedy è un gustoso contorno mai eccessivo (Marvel Studios prendete nota). Sicuramente tra le colonne portanti dello show ci sono i talenti vocali e da stand-up comedy di Jason Sudeikis – già dalla prima stagione nel ruolo di Bryce – e la nuova arrivata Leslie Jones nei panni della causticamente adorabile Eunice in un ruolo che sembra cucito sulla sua persona reale.

Il pantheon dei comprimari è formato da personaggi inediti, magari non tutti adeguatamente approfonditi ma certamente interessanti tributi al cinema hollywodiano. Da Amara, amazzone greca tramutata in pietra, a Dot, clone animato della Samara di Gore Verbinski, passando per maghi, telecineti e cecchini, ognuno di loro incarna un decennio della violenza nel mondo dell’entertainment. Insomma, una violenza umana troppo umana alla quale si affianca la violenza animalesca e solo apparentemente addomesticata del protagonista. Ma così come uno smoking non rende (fortunatamente?) la scimmia più simile agli uomini, così i costumi non rendono la violenza degli uomini meno brutale o insensata.

A visione conclusa quello che resta è un grande appetito non solo per un’ipotetica terza stagione, ma anche e soprattutto per una Marvel che racconti “il mondo fuori dalla finestra” in tutta la sua brutalità e autenticità. Una Marvel che paradossalmente prenda le distanze dal tanto acclamato e sopravvalutato Metodo Marvel e torni a valorizzare il tempo necessario per i lavori di arte e di scrittura. Una Marvel che sia anche e sempre più un’animazione periferica e lontana dai riflettori e dai grandi eventi per il pubblico. È chiedere troppo durante l’era Disney? Forse, ma è ciò che vale la pena chiedere con esigenza e sete di qualità. La stessa sete, diplomaticamente nota come “divergenze creative”, che probabilmente è la causa dei ritardi di un’altra creatura Marvel sanguinaria, armata fino ai denti e con gli occhiali da sole.
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