Tiff Extravaganza – Cronache dal 49° Toronto International Film Festival (4)
di Marta Zannoner
Da che mi trovo in nord America per il 49° Toronto International Film Festival, mi capita spesso di prendere il caffè da asporto. Qualche volta vado da Starbucks, altre volte dal suo corrispettivo canadese Tim Hortons, l’importante è ottenere il mio «black americano, no room for milk and no sugar» (mi sento un po’ James Bond con il suo fedelissimo Martini). Ebbene, mentre aspetto i soliti quindici minuti per far raffreddare quel mezzo litro di brodo alla caffeina, ne osservo il contenitore di carta chiuso da un coperchio di plastica. Penso che la tazza del caffè da asporto possa diventare tranquillamente uno dei simboli della cultura occidentale. Implica l’essere sempre di corsa e l’avere bisogno di un eccitante che ci tenga attivi per produrre e consumare, in questo meraviglioso ciclo della vita nell’Antropocene. Benissimo… ma a cosa porterà tutto questo?
Molti artisti provano a dare una risposta a questa domanda, ed è sempre catastrofica. Durante la 49° edizione del Toronto International Film Festival due film sul tema hanno attirato la mia attenzione, lasciandomi la stessa sensazione di Tancredi nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi», ve lo ricordate?
Fino a non troppo tempo fa il cinema sul futuro era di un drammatico adrenalinico allucinante. Statue della libertà ricoperte di ghiaccio, l’Europa che — come nelle migliori tradizioni americane — autoimplodeva a metà del film (au revoir, mes amis…) (l’Inno alla Gioia di Beethoven in sottofondo) (gli altri paesi o continenti non pervenuti come al solito), invasioni di alieni e insurrezioni di zombie… Ah, che stagione cinematografica memorabile! Purtroppo, però, quel futuro è ogni anno più vicino e ora, sentendoci tutti con l’acqua alla gola, l’industria filmica ha deciso di non mostrarne più il lato furioso e violento, saltando direttamente a quello post-apocalittico.

The Assessment © Courtesy of Tiff
The Assessment della regista Fleur Fortuné racconta di un futuro in cui l’umanità vive in pace, per sempre giovane e in salute grazie a una miracolosa medicina. Il governo ha il controllo delle risorse e stabilisce, tramite una severa valutazione, chi può o non può avere figli, rigorosamente creati in laboratorio. La coppia formata da Mia (Elizabeth Olsen) e Aaryan (Himesh Patel) decide di sottoporsi all’esame, che consiste nell’ospitare in casa per una settimana la valutatrice Virginia (Alicia Vikander), la quale li metterà di fronte a una serie di prove psicologiche in un crescendo di tensione. Direi che come trama è alquanto intrigante. Benissimo… (x2). Personalmente ho trovato il film di grande intrattenimento, a tratti disturbante e sensuale al punto giusto (anche se potremmo aprire una parentesi sul perché il corpo femminile è sempre molto in mostra anche quando non è strettamente necessario ai fini della trama) (mi sbilancio ulteriormente dichiarando che non ritengo l’esposizione capezzolare direttamente proporzionale al livello di femminismo). Ci sono state alcune cose che mi hanno turbata. Mia e Aaryan sono una coppia di successo, che con il proprio lavoro ha contribuito al benessere della società. Abitano in una villa costruita lungo una scogliera con affaccio sul mare, parlano di un vecchio mondo (che immagino sia quello in cui stiamo vivendo) afflitto dalla crisi climatica, in cui le risorse sono esaurite e che ora viene utilizzato come prigione per i dissidenti. Il messaggio che ricevo è questo: si accettano severe regole per mantenere il welfare, anche qualora dovessero comportare una libertà limitata e chi contravviene alle regole viene imprigionato nel mondo che non siamo riusciti a salvare. Il tutto mantenendo una disparità sociale — chi vive in ville avveniristiche sull’oceano e chi in un monolocale — e uno stile di vita molto… contemporaneo. Al netto del contesto in cui si muovono, i personaggi mantengono dinamiche mentali che sono fin troppo familiari: non estranee o necessariamente evolute. Tutti agiscono nel tentativo di raggiungere il loro personale obiettivo, solo che nel mondo del futuro il numero di abitanti è limitato e si vive per sempre. Un ideale che lentamente si trasforma in un incubo, o che semplicemente è sempre rimasto tale. Se non si cambia la cultura e il pensiero dietro a certe azioni, come si può creare una soluzione alla catastrofe? Delle volte ho la sensazione che non riusciamo a distaccarci da un modello che ci è familiare, pur non essendo particolarmente efficace.

Can I get a witness? © Courtesy of Tiff
Se in The Assessment le persone possono vivere per sempre e riprodursi a comando, Can I get a witness? di Ann Marie Fleming immagina un pianeta in cui, per mantenere in vita l’ecosistema, qualsiasi tipo di tecnologia è stata bandita e gli abitanti della Terra hanno il permesso di vivere solo fino al compimento dei 50 anni. Il testimone del titolo fa riferimento alle nuove figure lavorative che assistono i neo-cinquantenni nel trapasso, che avviene tramite l’inalazione di una sostanza misteriosa. Il film segue i passi dell’asdolescente Kiah (Keira Jang), che comincia a lavorare come documentatrice, ritraendo uomini e donne nei loro ultimi momenti. È accompagnata da Daniel (Joel Oulette), addetto agli aspetti legali e formali della dipartita. I due diventano rapidamente confidenti. In effetti è inevitabile non entrare in argomenti filosofici quando si fa un lavoro del genere, per cui, nel film, sono stati creati dei gruppi di sostegno. L’intera storia è una parabola filosofica sul tempo e sul senso della vita. Anche in questo caso, però, non mi sono chiari alcuni passaggi fondamentali. La madre di Kiah, Ellie (Sandra Oh), racconta brevemente di come i vertici al potere, superato il punto di non ritorno climatico, si siano messi d’accordo nell’accettare questo delicato accordo dei 50 anni, mettendo da parte i vecchi rancori. Spesso si fanno battute e si lanciano frecciatine su come un tempo la gente fosse estremamente consumista, ecologicamente incosciente, proclamando, di contro, il successo di questo nuovo sistema, che permetterà di godere della Terra e del Sole «per sempre» (ehm, non penso che sia astronomicamente possibile).

Can I get a witness? © Courtesy of Tiff
Le intenzioni di Can I get a witness? sono assolutamente legittime e penso che sia un modo interessante di porre l’accento sull’importanza di uno stile di vita più comunicativo e rispettoso dell’altro. Tuttavia, resto comunque dell’impressione che si sia fermi sulle stesse meccaniche di pensiero. Ad esempio: se ho “solo” 50 anni di vita davanti a me, perché devo continuare a lavorare? Perché devo obbedire? Mi chiedo se, di fronte a questa eventualità, mi sentirei più stimolata a fare tutte quelle cose che rimando da tempo o se, invece cadrei in una profonda depressione apatica. Probabilmente un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Il giorno prima sei il re del mondo e quello dopo stai annegando nelle gelide acque dell’oceano Atlantico. Benissimo… (x3).
Il fatto è: cosa ci lasceremo dietro? Durante la proiezione ho incontrato il ventinovenne Eric Tish, Programming Manager di Reel Canada, al Tiff per entrare nel Guinness World Record con il maggior numero di film visti durante un festival cinematografico. Lui almeno ce l’ha un obiettivo. Quale sarà la mia eredità invece? Sicuramente un’altra tazza di caffè, che resterà su questa terra molto più di me. Vorrei essere più coraggiosa di così ed essere «quell’orma di piè mortale che la sua cruenta polvere a calpestar verrà». Ma ora mi sto dando decisamente troppa importanza.
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