I segreti di Alien – L’Ananke siderale
Proseguendo un filone di pubblicazioni (quasi) accademiche sul cinema e sull’immaginario pop di Mimesis Edizioni, che conta già nelle sue fila approfondimenti monografici su Star Wars, Mad Max, Jurassic Park, Stranger Things e anche il cinema di Miyazaki tra gli altri, il nuovo libro del prolifico duo formato da Paolo Riberi e Giancarlo Genta approfondisce da un punto di vista filosofico la saga fanta-horror di Alien. Intitolato I segreti di Alien. Gnosi, orrore cosmico, scienza e IA nella saga degli Xenomorfi, il libro è arrivato nelle librerie poche settimane prima di Alien: Romulus e, dopo aver ricapitolato l’evoluzione creativa e produttiva del franchise dal primo capitolo del 1979 ad oggi, si sofferma soprattutto sull’evidenziare le implicazioni filosofiche che il leggendario e letale xenomorfo al centro dei film e gli altri personaggi della saga sollevano.

Riconosciuto anche da Paolo Mereghetti come “teso, angosciato e vagamente metafisico”, il primo Alien di Ridley Scott fu un’inedita fusione tra fantascienza e horror, un vero e proprio spartiacque nel cinema di genere. La saga rimase seminale anche nei capitoli successivi: in un parterre di registi che nessun franchise di questo tipo può vantare, i successivi capitoli della linea narrativa principale di Alien vennero diretti nientemeno che da James Cameron (Aliens del 1986), David Fincher alla sua prima regia (Alien3 del 1993) e da Jean-Pierre Jeunet (Alien: La Clonazione del 1998), regista francese che si era fatto notare con il grottesco esordio Delicatessen e che dopo l’esperienza hollywoodiana avrebbe diretto Il favoloso mondo di Amélie. I due capitoli del crossover Alien vs Predator, usciti tra 2004 e 2007, ebbero un buon successo ai botteghini ma non riuscirono a entrare nell’immaginario collettivo come i primi titoli della saga, venendo concepiti per lo più come un’operazione concettuale della Fox. Nel 2012 Ridley Scott tornò all’universo narrativo da lui generato con Prometheus, seguito nel 2017 da Alien: Covenant, due film in cui i sottotesti filosofici della saga vengono portati allo scoperto immaginando una razza di alieni umanoidi, anzi superomisti, gli Ingegneri, che avrebbero creato tanto la specie degli xenomorfi quanto la stessa razza umana.
A cercare le origini di Alien si affonda indietro nella cultura europea ad almeno tre decenni buoni prima dell’invenzione del cinema, a quel 1859 in cui Charles Darwin diede alle stampe L’origine delle specie, innestando un vero e proprio shock nella cultura europea, che per la prima volta su base scientifica non vedeva più il mondo e la natura come frutto di un disegno intelligente della benevolenza divina, bensì come il teatro di un inesorabile scontro e di una spietata lotta per la sopravvivenza del più forte e dotato. Questa lotta si svolgeva su tutti i piani della natura, dalle scenografiche lotte tra le diverse razze di predatori della savana fino al comportamento dei più minuscoli insetti. E in una celebre lettera del 1860, indirizzata al botanico Asa Grey, Charles Darwin “riconosco che non posso vedere, così come alri le vedono e come anch’io desidererei vedere, le prove di un disegno e di una benevolenza divina verso di noi. Non riesco a persuadermi che un Dio benefico e onnipotente abbia volutamente creato gli icneumonidi con l’espressa intenzione che essi si nutrano entro il corpo vivente dei bruchi”.

Ecco, per una curiosa coincidenza che forse fortuita non è, e che I segreti di Alien efficacemente riporta, sembra attestato che i due principali autori del film originale, O’Bannon e Susshet, per immaginare il comportamento e il ciclo biotico della creatura al centro del primo Alien si lasciarono ispirare proprio dagli icneumonidi. Questi insetti che per Darwin bastavano come prova contro l’esistenza di Dio appartengono alla stessa famiglia di api, vespe e formiche, parassitoidi che depongono le uova all’interno di bruchi e ragni; una volta schiuse le uova, le larve letteralmente mangiano il corpo dell’ospite dall’interno, iniettando anche una tossina paralizzante, ma non anestetizzante, nel sangue del malcapitato invertebrato – provocando una fine più “endogena”, ma non meno violenta, della sanguinolenta esplosione del petto di cui fu per primo vittima John Hurt nel 1979, in una delle scene più celebri di tutta la scena del cinema.
Superata l’introduzione critico-storica e le prime riflessioni in chiave biologica ed evoluzionista, due passaggi obbligati in un libro del genere, nell’analizzare Alien, Riberi e Genta spaziano molto: scorrendo l’indice de I segreti di Alien, si passa da un’indagine delle fonti letterarie alla base della saga – in primis “la lunga ombra di Howard P. Lovecraft” – a una disamina della rappresentazione del capitalismo spaziale incarnato dalla “multiplanetaria” Weyland-Yutani, passando per la prevedibile questione dell’intelligenza artificiale, toccata in ogni singolo capitolo della saga eccetto i due AvP, e sorprendendo il lettore con un’approfondita interpretazione di Alien sotto il profilo religioso. Se il film in sé è qualitativamente meno solido di altri della saga, tanto da essere disconosciuto dal regista David Fincher dopo che numerosi problemi di produzione gli impedirono di completare il suo montaggio del film, proprio Alien³ si rivela uno dei capitoli del franchise concettualmente più densi, con continui riferimenti all’immaginario escatologico cristiano e l’ambientazione, del tutto inedita per la fantascienza, in una sorta di prigione-monastero.

Non meno ricco di voluti echi all’immaginario cristiano è la “sotto-saga” voluta da Ridley Scott per esplorare le origini dello xenomorfo e dell’umanità stessa, linea narrativa per il momento interrottasi con Alien: Covenant a causa di una ricezione buona, ma non calorosa, da parte di fan, pubblico e critica. Il più fortunato Prometheus del 2012, al di là dell’esplicita eco classica contenuta già nel titolo, e somiglianze così forti con Le montagne della follia di H.P. Lovecraft da far desistere Guillermo Del Toro dal realizzare il suo adattamento del romanzo, viene da Riberi e Genta riletto in esplicita chiave gnostica. “Con Prometheus, Ridley Scott reinventa il mito degli Arconti in chiave fantascientifica e lovecraftiana, trasformando gli antichi demoni che popolano i vangeli gnostici in una specie di creatori interstellari, responsabile di aver disseminato i vari pianeti della galassia con una progenie di creature mortali simili a loro”, si legge ne I segreti di Alien. “A rigore, non si tratta di un’autentica creazione dal nulla, come quella da parte di una vera divinità: per produrre nuove forme di vita, gli Ingegneri utilizzano il liquido nero, ossia una sostanza tossica intrinsecamente associata alla morte e alla contaminazione, proprio come gli Arconti del mito gnostico plasmano il corpo dei primi uomini a partire dal fango, la più vile manifestazione del corrotto reame della materia”.
E se Ridley Scott stesso ha alimentato a film uscita una curiosa interpretazione del film con la rivelazione, mai esplicita in Prometheus, che lo stesso Gesù Cristo sarebbe stato un Ingegnere, ponderata risulta pure la disamina di echi gnostici presenti anche in altri titoli della sterminata filmografia scottiana, come Blade Runner, la serie Raised by Wolves e la pubblicità di Prada Thunder: Perfect Mind, realizzata da Scott assieme alla figlia Jordan, che esplicitamente si richiamava ai manoscritti gnostici di Nag Hammadi. Non meno interessanti i sottotesti biblicheggianti del successivo Alien: Covenant, rappresentazione di un esodo interstellare di un gruppo di coloni bruscamente interrotto, che di richiama sin dal titolo al “patto dell’alleanza” più volte ratificato tra YHWH e il popolo di Israele nel corso dell’Antico Testamento. In Covenant, il personaggio dell’androide David, forse il più stratificato di tutta la serie, splendidamente interpretato da Michael Fassbender, lasciava trasparire dei veri e propri tratti anticristici: e non per nulla uno dei primi indizi del suo malfunzionamento si nota quando l’androide pronuncia enfaticamente i primi versi della poesia Ozymandias, ma misattribuendoli a lord Byron anziché a Percy Shelley, richiamandosi comunque alle tinte fosche del Romanticismo inglese e alle pulsioni compiaciutamente anticristiane e superomiste che lo muovevano, spianando la strada al successivo Zarathustra di Nietzsche.

La stessa immagine ricorrente della “gravidanza sbagliata”, del “parto dell’abominio”, più volte ripetuta nel corso della saga di Alien come un ritornello o un’ossessione, viene da Riberi e Genta accostata al mito gnostico di Sophia, e alle non poche variazioni del mitologema secondo cui il mondo, oppure il male – a voler davvero distinguere i due concetti in un immaginario gnostico – sarebbero nati per un errore materiale di Sophia, l’ultima emanazione di Dio, o per una sua eccessiva curiosità, o per l’ostinazione a voler imitare Dio creando, un’ambizione, quest’ultima, comune agli Ingegneri e all’androide David. “Nel primo film della saga, Ripley sfugge allo Xenomorfo – che nasce e cresce insinuandosi nei corpi delle vittime, ed è completamente ricoperto di simboli fallici – e lo espelle nello spazio. In Alien: La Clonazione, Ripley-8 fa lo stesso anche con il mostruoso Neonato, che a tutti gli effetti è proprio suo figlio, benché non sia nato dal suo grembo”, si legge ancora ne I segreti di Alien. “Proprio come la gnostica Sophia, anche Shaw”, la scienziata protagonista di Prometheus, “e Ripley hanno peccato di eccessiva curiosità: spingendosi nelle profondità inesplorate dello spazio e rispondendo ai misteriosi segnali con cui sono entrate in contatto, hanno finito per imbattersi nel Male primordiale, che le ha contaminate”.
Il franchise di Alien è tuttora elogiato come un precursore nel dibattito pubblico e specialistico sui lead female character nella cultura pop per come il personaggio di Ripley, interpretata da Sigourney Weaver nei primi quattro film della saga, ha cambiato le regole del gioco nella rappresentazione delle protagoniste femminili nella fantascienza e nell’horror, rifiutando lo stereotipo della fanciulla in pericolo ed evitando ogni genere di cliché caratteriale. Riberi e Genta rileggono Ripley innanzitutto in riferimento alla “soggettività materna” teorizzata dalla filosofia inglese Alison Stone, vale a dire l’idea che l’io cosciente di una madre risulta fisiologicamente dilatata oltre i limiti del suo organismo, fino ad anteporre i bisogni di un altro individuo alle proprie. Nel primo Alien di Scott questo tratto caratteriale di Ripley è poco accentuato, ma diventa centrale nel suo character building dapprima in Aliens, quando trova una figlia putativa in Newt, l’unica superstite di una colonia spaziale sterminata dagli xenomorfi, e ancor di più in Alien³, dove la scoperta di essere stata a sua volta contaminata e impregnata si sviluppa in un autosacrificio necessario a impedire alla Weyland-Yutani di mettere le mani su un embrione di Xenomorfo e portarlo sulla terra. La rappresentazione del femminile nella saga di Alien si svolge anche su un piano psicologico ed achetipico: la Regina Madre degli xenomorfi immaginata da James Cameron, e che Riberi e Genta ricollegano anche al mito babilonese di Tiamat, è una delle più forti rappresentazioni del cosiddetto “mostruoso femminile” mai giunte al cinema, ma già nel primo Alien di Scott una certa mostrificazione della maternità e un continuo rimando a simbologie ora falliche ora uterine componevano la grammatica visiva con cui inconsciamente il film iniziava ad iniettare la paura negli spettatori già prima dell’apparizione del chestbusters.

Interessanti anche le riflessioni di Riberi e Genta contenute in un capitolo significativamente intitolato “da Alien all’alienazione: una saga anticapitalista”, soprattutto per quanto concerne il futuro giuridico del diritto nello spazio. In attesa della nuova serie sugli xenomorfi concepita per Hulu da Noah Hawley, che ha ripromesso ulteriori espansioni dell’immaginario di Alien su questo tema in quello che sarà il primo capitolo del franchise ambientato sulla Terra, senza dubbio queste parole di Riberi e Genta ne I segreti di Alien colgono bene il messaggio di fondo della saga: “da un punto di vista più generale, l’intera saga risulta dominata da una forte ambiguità di fondo: gli Xenomorfi e gli Ingegneri minacciano a più riprese l’esistenza del genere umano, ma la civiltà terrestre non è mai soltanto una vittima, bensì piuttosto un carnefice mancato che sogna di schiavizzare entrambe le specie e trasformarle in una risorsa“
Come già avvenuto per altre uscite della stessa linea editoriale di Mimesis, l’uscita del libro a ridosso dell’arrivo nei cinema di un nuovo capitolo del franchise fa sì che I segreti di Alien non possa parlare di Alien: Romulus, il midquel/spin-off diretto da Fede Alvarez distribuito a metà agosto 2024 nei cinema di tutto il mondo. A differenza però di quanto avveniva, ad esempio, con I segreti di Mad Max, questa scelta non lascia la sensazione di un’occasione mancata per ulteriori approfondimenti della saga in chiave antropologico-filosofica. Alien: Romulus è infatti riuscito nella non facile impresa di ricentrare la saga – e, potenzialmente, il pubblico – su un gruppo di personaggi tutti teen, per la prima volta nella variegata storia di Alien; in Alien: Romulus risulta riuscita e non eccessivamente derivativa anche la fusione dell’immaginario e delle regole narrative dei primi due e più apprezzati capitoli della saga, quelli diretti da Ridley Scott e James Cameron rispettivamente nel 1979 e nel 1986; ma il prezzo di questa felice sintesi è stata la rinuncia ad aprire nuovi scenari sul piano tematico e concettuale, con qualche riflessione sull’autocoscienza delle intelligenze artificiali e sulla spietatezza delle multinazionali che non aggiunge molto altro all’immaginario della saga. Forse è segno dei tempi, ma Alien: Romulus omaggia il passato senza saper fondare davvero un immaginario futuro – e questo lo rende un’ottima ripetizione, più che rivisitazione, di ciò che ha reso grande Alien.
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