Giacobbe di Elio Petri – Chi illumina il grande collegio
Un nome stranamente poco ricordato del cinema italiano degli anni Settanta e Ottanta è quello di Elio Petri, che pure seppe accumulare un palmares con pochi uguali tra i suoi colleghi di quell’età dell’oro: la statuetta per il Miglior film straniero e anche una candidatura agli Oscar per la migliore sceneggiatura originale con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto; Palma d’Oro a Cannes con La classe operaia non va in paradiso; Orso d’Argento per Un tranquillo posto in campagna; numerosi Nastri d’Argento e David di Donatello, tra candidature e vittorie, anche per altri titoli come I giorni contati o A ciascuno il suo, tratto da Sciascia.

Se la parte più blasonata della filmografia di Petri presentava un chiaro discorso politico attorno alla trama e alle immagini – motivo forse per cui adesso sono ricordati di più altri titoli e altri registi di quegli anni, che si mantennero più a distanza, almeno sul piano del messaggio, dalla temperie sessantottina – fu con Todo Modo del 1976 che si esplicitò, per la prima volta in maniera equivocabile, una seconda componente non meno importante della sua idea di cinema, l’attenzione di Petri per una dimensione esistenziale. Todo Modo, che rimase il suo penultimo film, era tratto anch’esso da un libro di Leonardo Sciascia, e immaginava il raduno segreto dell’élite della Democrazia Cristiana di quegli anni, rifugiatasi in un albergo di lusso durante una non meglio specificata epidemia, con complotti, episodi di lobbismo e traballanti alleanze che si consumano così in una situazione di isolamento quasi metafisico.
Mentre il successivo rapimento di Aldo Moro causava guai e contestazioni non solo critiche ma anche giudiziarie a Petri e, in misura minore, allo stesso Sciascia, con Todo Modo riletto a posteriori come l’apologia se non l’anticipazione di un rapimento ancora da avvenire, le ultime tappe della carriera di Petri rafforzarono la componente esistenzialista e allegorica di cui già trasudava il film del 1976: in questa direzione andavano tanto l’adattamento televisivo realizzato per la RAI della pièce Le mani sporche di Jean-Paul Sartre, andato in onda nel 1978, quanto, l’anno successivo, il suo ultimo film, Buone notizie, con Giancarlo Giannini e Ángela Molina, poco apprezzato sia da pubblico che da critica. Il suo ultimo lavoro fu, nel 1980, la sua prima regia teatrale, da L’orologio americano di Arthur Miller: nel 1983 Elio Petri morì prematuramente per un tumore mentre stava preparando un nuovo film con Mastroianni, Chi illumina la grande notte.

Se l’arrivo tardivo alla regia di scena poteva essere visto come il compimento di una certa tendenza teatralizzante del suo cinema, tendente al monologo e all’allocuzione al pubblico, che ne La classe operaia non va in Paradiso ha il suo migliore esempio, negli ultimi anni uno scandaglio nel fondo archivistico dei manoscritti e dei dattiloscritti di Petri ha permesso il rinvenimento di un testo teatrale inedito con cui Petri si metteva alla prova come drammaturgo: si tratta di Giacobbe o Elaborazione di un’ossessione, dato alle stampe da Mimesis per la curatela di Roberto Chiesi e Alfredo Rossi.
Lo Giacobbe di Petri non è, a dispetto del titolo, una rielaborazione biblica, veterotestamentaria, bensì un libero riadattamento di Jakob von Gunten, sulfureo romanzo dello scrittore svizzero Robert Walser, ibridato con numerosi altri testi e suggestioni, a cominciare dal Kafka del Castello e della Colonia Penale. Come evidenzia Rossi nel suo testo di introduzione, è difficile non mettere in relazione lo Giacobbe e, in generale, tutta l’ultima parte della produzione di Petri, con l’opera e le riflessioni di Pier Paolo Pasolini, da Salò a ritroso, fino almeno agli Scritti Corsari: “le distanze culturali tra Pasolini e Petri sono di non poca importanza, l’uno legato a una concezione ur-umanistica, mitico-umanistica dell’uomo, il secondo marxista, ateo e comunista. Ciò che tuttavia li unisce è che entrambi sono comunisti, il che è in loro un presupposto fondante per l’analisi del reale”. L’Istituto Benjamenta di Walser, che già in partenza rappresentava il luogo privilegiato per una sorta di percorso iniziatico alle realtà della vita sotto l’egida di un’incomprensibile disciplina, diventa così, tra le mani di Petri, il luogo per l’analisi di rapporti gerarchici e autoritari tout court, calcando in modo particolarmente forte una componente omoerotica, allusa ma non così presente nell’originale walseriano.

“Il corpo. Serve manifestamente a qualche cosa. Serve a far vivere. Primo: il corpo serve. Il corpo è servile. Esso è uno strumento per far vivere. È l’unico strumento per vivere”. Anche se in alcune parti incompiuto, con battute e riflessioni a bordo palco a volte esplicite come questa la scoperta dello Giacobbe ha il merito di far ripercorrere a ritroso tutto il cinema di Petri tanto nelle sue radici culturali – Kafka, Walser, certa psicoanalisi e certo immoralismo francese, il contemporaneo Pasolini – quanto nelle sue ossessioni tematiche – il corpo, la servilità, la differenza tra gerarchia e dominio -, mai così esplicitamente messe a nudo.
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